Gli assiomi dell’economia

2 01 2012

Lo scorso mese di novembre alcuni studenti di Harvard hanno deciso di non seguire la lezione del corso di Economia del professor Mankiw, ex consigliere economico di Bush.  Recentemente il filosofo della scienza Donald Gillies  ha criticato le teorie più famose dell’economia neoclassica sottolineando come sembrino far uso di teorie matematiche come quelle della fisica, ingannando  pubblico che viene portato a pensare che siano altrettanto affidabili. Tuttavia, solo guardando la matematica, si riesce a vedere la differenza fondamentale: le teorie della fisica sono molto ben confermate da prove, mentre le teorie dell’economia neoclassica non lo sono affatto.

di Francesco Sylos Labini  ilfattoquotidiano.it

Il mese scorso alcuni studenti di Harvard hanno deciso di non seguire la lezione del corso di Economia del professor Mankiw, ex consigliere economico di Bush, oggi consulente di Mitt Romney. Gli studenti criticano l’impostazione fortemente ideologica del corso e l’assenza di un confronto tra le diverse teorie economiche. Vi è stata una vasta eco di quest’iniziativa: anche in Italia alcuni studenti sentono l’esigenza dell’apertura di un dibattito dal momento che “se è vero allora che le ipotesi e i presupposti logici su cui la teoria economica dominante si basa sono oggi messi in discussione dalla realtà dei fatti, non possiamo certo dire che stia avvenendo altrettanto all’interno delle università, in particolare nelle facoltà di economia”.
La discussione non può che riguardare anche i libri di testo e “già con lo scoppio della crisi americana si era sviluppato un movimento che aveva l’obiettivo di individuare i testi economici “tossici”, poiché basati su false convinzioni e su una visione limitata dell’economia.”
La critica ai testi classici dell’economia neoclassica viene da più parti. Recentemente il filosofo della scienza Donald Gillies in occasione del Workshop on The Debate on Mathematical Modeling in the Social Sciences ha scritto l’articolo “L’uso della matematica in fisica ed in economia: un confronto” in cui esamina se l’uso della matematica nell’economia neoclassica ha prodotto una qualche precisa spiegazione o previsione di successo come è avvenuto per la fisica. Leggi il seguito di questo post »





Attraverso un’altra lente

31 12 2011

Il vento migliore e i migliori dispositivi di energia solare sono le nuvole e gli alberi. Lavorano. Il loro EROEI è buono. Non serve lavoro di estrazione mineraria se non quello fatto dalle radici e dalle micorrize. Non hanno bisogno di essere integrate da combustibili fossili. L’unico impegno al quale dovremmo fare attenzione dovrebbe essere quello di non intrometterci più nella loro strada e, se proprio dovessimo farlo, di lasciarli riforestare. Sopra la terra, il sole e le foreste continueranno a produrre nubi che si aggiungeranno a quelle fatte dal sole sopra gli oceani.
Le foreste producono anche legno con tutti i suoi molti usi. Sono solo due dei tanti servizi offerti dalle foreste alla vita sulla Terra.

Ma, goffamente, l’umanità può adattarsi a questo stadio dell’ecosistema naturale disponibile solo se resta al di sotto del mezzo miliardo di persone.
Ma non abbiamo mai stabilito alcun tipo di controllo sul nostro numero.

Guardare attraverso un’altra lente

Ho subito recentemente un intervento alla cataratta al mio occhio sinistro. Prima dell’operazione, sono stato rassicurato sugli esiti. Dall’intervento, quando chiudo il mio occhio destro, il bianco è incredibilmente bianco, I blu sono vividi. Se chiudo il mio “nuovo”o occhio e guardo dalla cataratta che rimane nell’occhio sinistro, vedo un verde indistinto invece del bianco che esiste.  Non avrei potuto saperlo. Avrei dovuto pensare intensamente che quello che vedevo, in realtà, era un puro bianco.

Stavo guardando attraverso altre lenti. (leggi tutto l’articolo su Come Dan Chisciotte)





Immaginare una storia diversa

28 12 2011

 





La crisi non finirà mai

13 12 2011

«La cosa peggiore che potremmo fare è quella di focalizzarci sul mantenimento di un sistema economico che sarà sempre più disfunzionale, a causa della mancanza di energia e di materie prime, per dare impulso ad un consumo sfrenato che ci immoli sull’altare della crescita economica, sognando una ripresa economica che non arriverà mai e che creerà un’occupazione che non esisterà mai. Non comprendere questo, ostinarsi a seguire questo sentiero, ci porta soltanto in un posto ben noto: il collasso.»

un vecchio post di Antonio Turiel sulla crisi spagnola calza perfettamente anche alla  situazione italiana.
La crisi che colpisce molti paesi europei non è congiunturale ma strutturale legata alla produzione petrolifera e al suo imminente declino:
La crisi non finirà mai, è un fatto interno dell’attuale paradigma economico del capitalismo.

A parte alcune oscillazioni, il greggio estratto dalle profondità della Terra permane più o meno costante dal 2005. Gli anni precedenti, dallo shock petrolifero dell’inizio degli anni ’80, avevano visto una crescita inarrestabile della produzione, ad un ritmo di quasi il 2% all’anno.

Ma dal 2005 la produzione dei nuovi giacimenti che entravano in produzione a malapena erano sufficienti a coprire la perdita di produzione dei giacimenti già in attività. Questo è un fatto: ci troviamo sull’altipiano estrattivo del greggio. Il prossimo, passo (2015?) non potrà che essere la discesa, in qualsiasi momento.

Anche il gas naturale non abbonda, anche se mancano 15 anni al picco.

Le alternative al petrolio sono inutile negazione di un realtà, cioè sono anch’esse quasi al limite della loro capacità di produzione e non potranno ritardare di molto il declino petrolifero. Tra l’altro la capacità calorica di questi “petroli” è solo il 70% dell’originale: stiamo chiudendo la stalla ma i buoi sono già scappati.

Non avete notato che ultimamente la vostra auto spinge di meno? Già, una normativa europea impone un minimo del 5% di biocombustibile. In qualche modo dobbiamo usare questo “petrolio”.

Intanto decresciamo.  Cina, l’India ed altri paesi con economie più dinamiche e maggior potenziale di crescita stanno aumentando il loro consumo più di noi, poiché, con la loro crescita, costa loro di meno pagare fatture petrolifere più alte. Dal 2005 questo è un gioco a somma zero in cui alla crescita di alcuni corrisponde la nostra decrescita, a ritmo del 3% annuo. Gli ultimi dati di Oil Watch confermano che i paesi dell’OCSE (anche la Spagna – e l’Italia, ndT) hanno perso più del 15% dei consumi petroliferi rispetto al 2005.

Siamo in una situazione di diminuzione rapida, forzata e repentina del consumo di energia. Per produrre e mantenere altre fonti di energia manca il petrolio (per i compressori dei martelli pneumatici che si usano in remote miniere, per il meccanismo che mantiene le dighe e le turbine eoliche, ecc ecc). Di fatto, il petrolio ha influenza su tutto, per la sua grande varietà di usi (plastica, fibre sintetiche, reagenti chimici per farmaci, industria alimentare, ecc) e come fonte di energia fondamentale nel funzionamento di macchine di ogni tipo (auto, camion, gru, aerei, escavatrici, barche, trattori, ruspe, ecc.).

Tutta l’economia dipende dal petrolio in particolare e dall’energia in generale. Per definizione, energia è la capacità di compiere un lavoro. Lavoro utile che serve a trasformare materiali e creare prodotti, spostare merci e persone, produrre luce, calore e fresco, ecc. Anche le economie tecnocratiche basate sui servizi devono alla fine servire a qualcosa di tangibile ed i maggiori costi del petrolio e dell’energia si ripercuotono su di esse in egual misura che sugli altri settori economici. 

Per crescere economicamente abbiamo bisogno di aumentare il nostro consumo di energia. Al contrario, se il nostro consumo di energia diminuisce, il nostro PIL si contrae in egual maniera. A causa della produzione di petrolio stagnante  siamo condannati in modo inesorabile a ridurre il nostro consumo di energia e anche ad un ritmo piuttosto veloce.

La conclusione? La nostra economia è condannata a decrescere e a ritmo serrato. I poteri governativi non possono riconoscere apertamente questo fatto per via delle conseguenze politiche che comporta e per questo la tendenza è quella di provare a cercare soluzioni che non esistono al posto di ripensare il problema.

Fino a quando continueremo a decrescere? Decrescere economicamente (PIL) è irrilevante. Confondiamo il fine con i mezzi; il PIL è un’astrazione della ricchezza collettiva di un paese che supponiamo connessa al benessere. Dovremmo invece cercare la massimizzazione del benessere. Pertanto, più rapidamente abbandoniamo l’orientamento economicista e ci focalizziamo su ciò che è veramente rilevante, prima cominceremo a stare meglio.

La cosa peggiore che potremmo fare è quella di focalizzarci sul mantenimento di un sistema economico che sarà sempre più disfunzionale, a causa della mancanza di energia e di materie prime, per dare impulso ad un consumo sfrenato che ci immoli sull’altare della crescita economica, sognando una ripresa economica che non arriverà mai e che creerà un’occupazione che non esisterà mai. Non comprendere questo, ostinarsi a seguire questo sentiero, ci porta soltanto in un posto ben noto: il collasso.





L’inganno della crescita – Luca Mercalli

5 12 2011

Passaparola- L’inganno della crescita – Luca Mercalli
Quando vediamo la pubblicità inneggiare a modelli di vita dove il successo si misura con quanti cavalli ha nel motore, quanto è più grande la sua automobile, quante stanze hai nella tua casa, quante case ha in più, quanti viaggi esotici riesce a fare, è un continuo stimolare la mente su oggetti e proposte di una vita al di fuori dei limiti, è proprio la pubblicità che ci dice “Trasgredisci i limiti”. Non ci sono limiti nel mondo, più compri e quindi più soldi devi avere e più potrai trasgredire questi limiti e avere una vita di successo, ma questa è una trappola mortale, non è possibile trasgredire i limiti fisici della termodinamica ambientale, delle risorse di cui disponiamo. Ogni popolazione sulla Terra ha i suoi limiti, l’uomo ha l’intelligenza, ma l’intelligenza serve per essere consapevole dei limiti, non soltanto per tentare di superarli, il superamento dei limiti è possibile in alcuni casi e per limitati brevi periodi, non è possibile all’infinito.





Perché non vediamo in tempo ciò che sta accadendo?

31 10 2011

Di seguito il video e la trascrizione del bell’intervento di Enrico Euli ad ASPO-Italia 5 tenuto a Firenze il 28 ottobre 2011

Perché non vediamo in tempo ciò che sta accadendo?
In una scala usata da Nick F. Pidgeon e Barry A. Turner in Disastri (la responsabilità dell’uomo nelle catastrofi – Edizioni di comunità, 2001) si individuano quattro stadi:
- innesco normale;
- fase di incubazione;
- evento precipitante;
- innesco.
nel periodo di incubazione quasi tutti gli elementi che accadono restano inosservati: gli eventi accadono ma la nostra percezione ha una soglia troppo alta per rilevarli. Il problema della scarsità di cui si parlava prima non è legato alla scarsità materiale concreta, ma sarà legato sempre di più alla percezione della scarsità e il panico sarà generato più dalla percezione che dalla scarsità effettiva.

E’ quindi un problema che diventerà sempre più grande se non lo affronteremo diversamente rispetto alle nostre tradizioni che hanno strutturato la società occidentale.
E’ necessario un cambiamento di tipo due (cambiamento di atteggiamento mentale) che sappiamo essere molto complesso di un cambiamento di tipo uno (cambiamento relativo a singole opinioni o a singoli comportamenti).

Da questo punto di vista la complessità del passaggio è tragica.
Farò alcuni esempi delle nostre abitudine mentali che fino ad ora ci hanno permesso di sopravvivere svolgendo una funzione adattativa fondamentale. Soltanto che, nella nuova fase, le nostre capacità adattative e auto conservative saranno dei boomerang  formidabili.

Siamo neghentrofagi, mangiatori di ordine

La specie umana viene definita una specie mangiatrice di ordine. La specie umana, per sua struttura mentale, tende a privilegiare a prediligere in modo ossessivo l’ordine rispetto al disordine. Tutti gli effetti di disordine vengono quindi immediatamente soppressi con la conseguenza che la capacità di leggere e gestire il disordine è molto ridotta mentre siamo bravissimi a vedere l’ordine anche dove non c’è.
Se abbiamo una netta preferenza per ordine, controllo, sicurezza, questi, saranno (e già lo sono) termini che nei prossimi anni avranno sempre più peso. Siamo dentro un modello della sicurezza che non a caso è condiviso da tutti gli schieramenti politici e questo è parte del problema e non della soluzione.

La preferenza per l’ordine e il controllo non ha nulla di complesso, non ha a che vedere con la razionalità di tipo complesso perché in una razionalità complessa non vi può essere una preferenza per l’ordine rispetto al disordine. L’ordine e il disordine, in una razionalità complessa, collaborano alla costruzione della stabilità e dell’equilibrio, insieme.
Paul Valery diceva: “due pericoli minacciano continuamente il mondo: l’ordine e il disordine”.
Questa è una visione complessa della realtà, solo che la specie umana si è allenata a preferire l’ordine. E’ chiaro che preferendo l’ordine anche i segnali catastrofici o dei disordini vengano rimossi.

Per altro questo si scontra con quanto diceva Gregory Benson: “le cose finiscono sempre in disordine” cioè il disordine è  sempre più probabile dell’ordine. Da ciò nasce l’ansia di ordinare il disordine. Partiamo dal fatto che da questo punto di vista l’essere umano porta tecnologia: fa un tentativo anti ecologico rispetto all’equilibrio ecologico tra ordine e disordine. Cerca di apportare, da sempre, delle forme di neghentropia eccessiva per salvaguardare la propria specie il proprio ordine di specie a discapito dell’ordine ecologico. Su questo ci rende un poco facile percepire gli elementi di disordine man mano li incontriamo perché anche se li notiamo tendiamo ogni volta a rassicurarci dentro ordini psicologici finti, falsi, illusori, ma che funzionano, per conservarci.

Questa questione si riallaccia all’altra nostra mania, quella di favorire la rimozione del dolore. Tutta la psicologia ci racconta che stare in una situazione depressiva è molto faticoso. Accettare il fatto che il dolore esiste, che io posso morire… vedete come ridevamo quando la Foss diceva che tra cinque anni il mondo che conosciamo sarà collassato… il ridere è una reazione tipica della conservazione da rimozione. Ci permette di poter dire “si va be’, ma tanto noi sopravvivremo” noi non crediamo alla nostra morte, noi non crediamo all’estinzione della specie o alla crisi catastrofica dell’occidente perché abbiamo la struttura da struzzo: cioè la rimozione, fino ad ora, ci ha permesso di sopravvivere.
Funziona come la chiusura dei ricci. I ricci, prima che esistessero le automobili, si chiudevano a riccio e si salvavano, rimuovevano tutti i pericoli stando belli chiusi. Ma nella nuova situazione contestuale il fatto che si chiudano a riccio non li salva, ma causa la propria morte: è il modo migliore per essere investiti, infatti ne troviamo centinaia.

Questa metafora la uso perché vale per l’umanità. L’umanità si sta chiudendo a riccio anzi più entra in crisi e più tende ad autorassicurarsi, più tende a costruire ambiti di sicurezza per se stessa, per piccoli gruppi di sé, questo porterà all’estinzione accelerata anziché favorire i processi di cambiamento in termini di apprendimento e cioè di non rimozione del problema.

Noi oggi siamo in una situazione ancora più complicata: siamo davanti a un tipo di ignoranza che si può definire ignoranza di secondo livello. Cioè siamo incapaci o raramente capaci di apprendimento nel secondo livello, ma siamo molto capaci di ignorare il secondo livello. Siamo degli homo sapiens insapiens.

Noi oggi fingiamo di non sapere ciò che sappiamo. Il problema dell’informazione oggi è molto delicato. Non ci mancano le informazioni, ma i processi di cui sopra ci portano a rimuoverle e ci portano a negare di saperle o se anche le sappiamo questo non implica dei cambiamenti, perché le nostre emozioni tendono a ridurre l’effetto critico.
Per es. per definire la totale catastrofe dell’università il mio rettore usa termini del tipo “emergono delle criticità”. Oppure il termine “siamo in default” che non fa intendere di essere in un posto che puzza. Se usassimo un altro tipo di parole capiremmo dove effettivamente siamo.

Questo tipo di parole, molto usate dal mondo dell’informazione, ci fanno capire che la rimozione è proprio alla base. Cioè si pratica una costruzione sociale dell’ignoranza di secondo livello. L’ignoranza di secondo livello è pericolosissima perché non può essere inficiata da informazioni di primo livello. Io posso ricevere anche tutte le informazioni come quelle che abbiamo sentito questa mattina, tutte di primo livello, ma al secondo livello io continuo a rimuovere. Anzi, a maggior ragione rimuovo, perché non avendo ancora ristrutturato, essendo ancora analfabeta al livello due, non posso reggere quel pensiero. E non potendolo reggere, non possiamo nemmeno condividerlo socialmente, perché la nostra società tende ad accentuare e anche a ridurre ulteriormente a quelle poche persone che provano invece a non usare “default” e a dire siamo nella merda, vengono subito messe in un angolo perché costituiscono un pericolo sociale, tendono a togliere a questa società quella cornice di finta sicurezza nella quale viviamo giorno per giorno. Su questo cito solo la frase di Andrea Zanzotto:

«Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell’auto inganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale».

Il punto da cui dobbiamo partire è il seguente: dobbiamo considerare la nostra società sostanzialmente tossicodipendente,  fondata sull’idolatria religiosa del consumo e del denaro.
Avendo questo tipo di mitologia religiosa  dovremmo considerare in primo luogo coloro che gestiscono il sistema mondo – come i banchieri – coloro che hanno in mano l’economia del mondo, la finanza etc. come tossicodipendenti. Cioè dovremmo curarli come malati. Il bello è che invece sono dei riferimenti: invece di viverli con implicazione negativa li viviamo con implicazione positiva come accade in tutte le idolatrie religiose, dove i folli sono sempre i riferimenti di eccellenza. Uno diventa gran sacerdote se è molto più folle degli altri sacerdoti. La domanda è: come hanno fatto le popolazioni a seguire i grandi sacerdoti,  la Chiesa, gli Inca i Maya gli Aztechi … Come mai hanno seguito, hanno fatto vincere i più folli? E’ una domanda molto inquietante per l’umanità, ancora oggi noi sappiamo chi ci governa! Ma non è casuale tutto questo. Non è casuale che i processi di identificazione psicologica avvengono presso coloro che soddisfano le nostre parti negative che favoriscono la rimozione. Perché favorire la rimozione (la crisi non c’è, tutto va bene…) crea solidarietà sociale, crea voti, immediatamente!

Infatti l’attuale crisi di governo non nasce dal fatto che continuano a far porcherie, ma nasce dal fatto che non riescono più a garantire quell’illusione, cioè è la crisi dell’illusione ottimistica a creare la crisi di governo attuale, in tutto il mondo. Non possono più mettere illusioni, la depressione dilaga… basta vederli i capi di governo oggi: la faccia è terrea, B. fa paura, non bastano più neanche gli svaghi!

Abbiamo risolto il problema alcolistico di Bush junior dandogli la possibilità di bombardare il mondo. Vorrei conoscere lo psicologo, perché sarebbe stato molto meglio se fosse rimasto un problema famigliare gestito solo dalla moglie. Invece ha risolto i suoi problemi bombardando il mondo. Questa può essere una soluzione?
Tasferire una sindrome psichica da un individuo, alla famiglia, al cosmo, non si può dire che sia una cura. Persone così devono essere protette da bambini! Non possiamo aspettare che  sviluppino la loro follia e trovino anche delle masse che li accolgono!

Spendiamo  milioni $/ora in guerre, armamenti, perché non se ne parla?
La militarizzazione, se voglio mantenere questo modello, è indispensabile per poter gestire questo mondo.
Non avendo nessuna volontà e nessuna capacità di fare cambiamenti a livello due e dovendo restare al livello in cui siamo l’unica possibilità è continuare a finanziare la guerra. Coltivano ancora oggi l’illusione che la militarizzazione del problema è l’unica possibilità di gestione.

Quando Maroni ci parlo del terrorismo urbano sta già aprendo esattamente questo capitolo. Il tema delle democrazie occidentali è come si trasformeranno militarmente al loro interno: perché non sarà più sufficiente fare la guerra fuori, ma dovremmo gestire anche le guerre civili interne. Questo è quello che secondo me porta a non mettere in discussione i bilanci militari e neanche i bilanci delle forze di sicurezza, per quanto in Italia si stia risparmiando perché tanto resta l’esercito e non serve la polizia. Questo è il problema peggiore per noi.

Abbiamo visto cosa è stato il controllo dell’evento di Fukushima, la Val di Susa è già gestita militarmente, le discariche sono già gestite militarmente, l’immigrazione etc. Hanno già la loro soluzione che è ancora più distruttiva perché si aggiunge a una situazione già distruttiva di per sé. Ma non hanno nessuna intenzione di cambiare modello ma di potenziare quella attuale che ritengono inadeguata per grado di qualità, perché insufficiente, non perché sbagliata.

Il fatto che l’ultimo libro di Luca Mercalli si intitola Prepariamoci, dopo anni in cui ci dava consigli su come evitare la catastrofe, mi fa pensare che abbia lasciato da parte la grande illusione che la catastrofe sia inevitabile. La catastrofe non è evitabile, è già in corso e non è neanche qualcosa da attendere. Perchè anche questo fa parte dei nostri processi di percezione, noi spostiamo in avanti.

Notate i discorsi di Napolitano, molto stimato perché ha un grande effetto di rassicurazione sociale (che ci porterà al baratro), siamo sempre “sull’orlo del baratro”. Ma quanto è grande questo “orlo del baratro”? Ancora non ce l’ha spiegato nessuno. Quando inizia il baratro? Questa è la domanda che rivolgerei al Presidente della Repubblica perchè ricorda, come diceva Slavoj Žižek su Internazionale qualche settimana fa, quel personaggio dei fumetti che continua a correre per qualche secondo per aria …. Noi siamo li! Non siamo sulla rupe, stiamo pedalando nell’aria e i corpi non stanno sospesi a lungo è solo nei fumetti che quando cadi poi resusciti.

Il punto secondo me è questo: arrivare a prendere coscienza delle catastrofe. Assumere la catastrofe come dato di fatto. E’ molto meglio accettare che sia alle nostre spalle piuttosto che continuare ad attenderla. Questo è il primo tentativo che si sta provando a fare in questo mondo di pensare. Per cui cercare di trovare un equivalente… Gandhi diceva che “la non violenza è l’equivalente morale della guerra”. Ecco, la valenza delle catastrofi è l’equivalente morale della shock economy nel senso che oggi i grandi finanzieri i grandi economisti i grandi produttori già agiscono come se la catastrofe fosse in corso. Cioè la grande parte dell’economia attuale già si prepara e sta gestendo la catastrofe e trae profitti dalla catastrofe. Quindi i nostri avversari (chiamiamoli così) stanno già vivendo così. Se i ghiacci artici si sciolgono che problema c’è? Possiamo accorciare le rotte marittime.

La shock economy è già in questa dimensione per cui data per assodata la catastrofe e prova ad usarla economicamente per fare profitto. Il problema è che noi dobbiamo aspettare che accada, e quindi non saremo mai pronti! Bersani non sarà mai pronto, non lo capirà mai quando è arrivata, non ce la farà.
Anche la gestione militare della catastrofe in corso è già in atto. Se leggete gli ultimi documenti del Pentagono, il Pentagono sta affrontando la questione ambientale come questione da gestire militarmente. Per cui siamo noi a non essere adeguati in questo momento, nel senso che continuiamo a pensare che la catastrofe sia qualcosa che deve ancora avvenire.

Quello che Kuhn chiamava la “rivoluzione paradigmatica” o “apprendimento due” (“apprendere ad apprendere”) in alcuni testi di psicologia (Bion) vengono chiamati “cambiamenti catastrofici”.
Il “cambiamento catastrofico” in Bion è sempre ambiguo. Da un lato è una fase di crisi totale dell’Ego, una spogliazione assoluta, ritorno alla sobrietà, catastrofe anche etica dell’Ego. L’Ego rimette in discussione i sui paletti più fondamentali ed è disposto a spogliarsi di tutte le sue certezze. Però, questo è visto anche come cambiamento evolutivo, cioè è il passaggio da uno stato x ad un altro in cui avvengono cambiamenti che possiamo definire come “dis-apprendimento ecologico”.

Il vero problema, oggi, è che noi dobbiamo disapprendere, siamo disponibili a disapprendere ecologicamente? Questa è la domanda fondamentale. Il tema quindi non è più scienza, più tecnologia o più razionalità ma quale razionalità quale scienza, quale tecnologia ci permette di uscire dai modelli precedenti e di pensare diversamente il nostro modo di stare nel mondo.

Su questo concludo con un concetto che riprendo da Paolo Virno, Esercizi di esodo (Ombre Corte, 2002) un cui prende un tema francese l’esprit de l’escalier.
L’esprit de l’escalier è il tempo del futuro anteriore (è un’espressione in uso anche in Italia dalla fine del XIX secolo che identifica quella particolare situazione nella quale una frase che si sarebbe voluta usare come replica immediata e vincente a una provocazione verbale, alla quale non si è saputo dare adeguata risposta, arriva in ritardo, quando si è ormai “sulla scala” ed è troppo tardi per usarla).

Viviamo come se la catastrofe in corso fosse già accaduta il tempo è quello del futuro anteriore, dobbiamo uscire dal futuro semplice, e incominciare a stare nell’io sarò stato nella catastrofe.
Lui dice: «siamo pervasi da ciò che i francesi chiamano esprit de l’escalier, lo stato d’animo retrospettivo sperimentato a serata finita per le scale appunto, quando ormai è troppo tardi. Ebbene il futuro anteriore è lo strumento grammaticale per esprimere fin da subito, prima ancora che la serata abbia inizio, l’esprit de l’escalier, di cui sapremo appena dopo, a cose fatte, sarò stato inadeguato o avrò colto l’occasione di una vita?.

Questo tema in Francia è abbastanza forte perché tutti gli studiosi di apocalisse francesi, o molti, che ho letto lavorano molto su questa idea del futuro anteriore. Per esempio in Jean-Pierre Dupuy nella Piccola metafisica degli tsunami (Donzelli, 2006) è molto presente questa idea di lavorare riprendendo un testo di Anders come se la catastrofe fosse già alle nostre spalle. Jacques Attali, per esempio, ha lavorato sulla Breve storia del futuro (Le Terre, 2007) come se fosse già tra noi. O per esempio l’“Università del disastro” di Virilio in cui propone un università in cui si lavora su catastrofi già avvenute o in corso. Università che lavorano sul concetto di disastro per starci dentro e viverlo. Secondo lui,  stare a livello del disastro dovrebbe essere il ruolo attuale dell’università.

Dico questo perché questo tipo di cultura è più interessante per me in questo momento rispetto alla cultura italiana che o è passatista o sta nell’eterno presente. Concludo: «poiché si addossa per un istante il rammarico o il compiacimento che forse proveremmo molto più tardi, il futuro anteriore consente di scegliere in anticipo quante possibilità alternative coesistano ancora impregiudicate mentre ci si reca in casa di amici». Funziona come nella logica, funziona la contro deduzione fattuale. Cioè, e se l’acqua bollisse a 80°C? Cioè faccio delle domande alternative sulla situazione per arrivare a risposte alternative perché se noi restiamo nel nostro status mentale, la creatività o è divergente o non è creatività. Non esistono creatività non divergenti. Piaget diceva “se gli americani fossero intelligenti non avrebbero inventato la parola “creatività”».
Guarda caso il rapporto tra Europa e Stati Uniti è una questione molto importante, forse ci fregheranno ancora una volta e andranno in crisi dopo di noi ma sono sicuramente molto più stupidi di noi, il problema degli americani non è Bush.
«Collocandosi nell’attimo in cui dilagherà l’esprit de l’escalier il “sarò stato” censisce i decorsi divergenti che ora ci stanno d’innanzi, traduce l’acidulo “si sarebbe potuto” in un più decente “si potrebbe”. Riabilita per tempo quelli che in seguito rischiano di figurare come futuri perduti. Ciò che vale per la festa conviviale vale a maggior ragione per ogni gesto politico radicale, per ogni condotta pubblica che strida con l’ordinamento statale. L’esprit de l’escalier, il futuro anteriore che se ne fa carico preventivamente, impediscono la compilazione o la storia in cui ogni tappa successiva sia spacciata per necessaria e inquestionabile. »





Grosseto capitale d’Europa e “il suicidio morale dell’Italia”

28 08 2011

Cari amministratori, ecco la Grosseto che vogliamo. Smettiamola di puntare su paesaggio, parchi, ambiente, turismo, storia, agricoltura e cultura. Vogliamo una Grosseto proiettata verso il futuro!
Costruiamo una nuova sede municipale che sia il grattacielo più alto del mondo, utilizziamo i nostri boschi e le nostre campagne per la produzione di biomasse (tanto il cibo lo si trova nei supermercati e i boschi ricresceranno meglio di prima), riattiviamo le miniere, installiamo parchi eolici e fotovoltaici, costruiamo aquafan, centri commerciali, casinò, autostrade che ci proiettino nel centro dell’Europa, ci servono anche un nuovo aeroporto civile e cargo e un nuovo ippodromo. Rilanciamo una volta per tutte l’edilizia, così da dare nuovi posti di lavoro a schiere di operai extracomunitari, aboliamo ogni laboriosa procedura burocratica per l’estrazione di gas e petrolio. Questo è il momento giusto per investire!
Cresciamo e facciamo vedere al mondo che la crescita infinita non è un’utopia.

di Roberta De Monticelli - fonte: Il Fatto Quotidiano 23/8/2011
“Il suicidio morale dell’Italia”
Dalla Val di Susa alla Sicilia, dall’Altopiano a Pantelleria, dalle isole toscane al Salente il paesaggio naturale e il paesaggio storico della penisola sono sottoposti a dissipazioni, cementificazioni e sconvolgimenti artificiali che non solo hanno aumentato la loro scala e intensità negli ultimi vent’anni in modo esponenziale, ma vedono proprio ora un’accelerazione improvvisa, a dispetto di ogni crisi, come se ci fosse nell’aria un presagio di diluvio incombente e un’esplosione come di furia rabbiosa, una sinistra pulsione a rapinare tutto quello che si può, finché si è in tempo. Ho accennato a disastri di genere diverso: c’è l’opera di Stato, difesa dall’esercito contro la popolazione locale, senza che un solo argomento ragionevole, in mesi e mesi di polemica, sia stato avanzato dai suoi sostenitori bipartisan (e nonostante libri interi di argomenti contrari e relative cifre, economiche e gestionali oltre che ecologiche, siano inutilmente a disposizione del pubblico); ma ci sono anche le rapine multinazionali di quelli che vanno a trivellare a un costo ridicolo il Mediterraneo sotto Lampedusa, alla ricerca del petrolio, con i rischi enormi denunciati recentemente da Luca Zingaretti su Repubblica.

Ci sono gli scempi dei litorali, beni pubblici per eccellenza regalati dai comuni e dalle regioni ai privati e alle mafie, alcuni dei quali, ad esempio in Toscana, denunciati a più riprese da Salvatore Settis sulla stampa nazionale, come molti altri dalla Liguria alla Calabria lo sono quotidianamente da Ferruccio Sansa su questo giornale. In Toscana del resto Altero Matteoli dopo aver imposto, a prescindere dal tracciato successivo ancora da decidere, l’enorme cantiere del pezzetto dell’autostrada “Spaccamaremma” che sta sotto casa sua (a Cecina), si avvia nel silenzio generale a metter le mani dei lottizzatori su quel gioiello del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano che era l’isola di Capraia. Nel Lazio è appena stata approvata una normativa che permetterà di costruire trentacinque cosiddetti porti turistici nell’arco di un centinaio di chilometri, come fossero distributori di sigarette.

Ma le migliaia e migliala di stupri consumati in ogni angolo del Belpaese resteranno probabilmente ignoti ai più, come quello, criminoso, che prevede un immenso parcheggio dove erano solo erba e silenzio d’alta quota, in quel paesaggio di Marcesine di cui Meneghello scriveva – ne I piccoli maestri – che “Le forme vere della natura sono forme della coscienza”. “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. Così scriveva Albert Camus nei suoi Saggi letterari. È un tema profondo della riflessione di Camus, che viene dal suo studio della tradizione neoplatonica e dal suo amore per Simone Weil. Ma oggi la realtà fa riemergere l’idea di bellezza con la prepotente attualità delle catastrofi. Oggi e qui, in Italia, si sta consumando il più gigantesco crimine contro le anime che la nostra storia – tutta intera – ricordi. La distruzione della bellezza è un crimine senza pari, un crimine di cui in troppi siamo complici: con questa tesi, che ora cercherò di illustrare, vorrei rilanciare la riflessione aperta dal mirabile articolo di Roberto Gramiccia, “Bellezza e rivoluzione: il mondo ha bisogno di entrambe” (Liberazione, 24/07/11). Oltre a Cmus, Gramiccia cita James HilImann, che in due opere recentemente tradotte, La politica della bellezza e La risposta estetica come azione politica, coglie a distanza di sessant’anni la stessa idea – il nesso fra bellezza e rivoluzione, postulato da entrambi. “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei” scriveva Camus. Gli fa eco Hillmann: “Se i popoli si accorgessero del loro bisogno di bellezza, scoppierebbe la rivoluzione”. Eppure quando si parla di rivoluzione non si centra a mio avviso il cuore della tragedia che stiamo vivendo, che è anche la ragione per affermare che viene commesso un crimine senza pari o forse paragonabile a quello degli istigatori di quegli spaventosi suicidi di massa cui la storia dell’Occidente ha assistito al tempo delle rapine coloniali. La distruzione della bellezza è come un suicidio di massa delle nostre anime. E i morti non fanno una rivoluzione: ne politica, ne tanto meno interiore.
La rivoluzione cui ci invitava Camus è un’interiore rinnovata guerra di Troia, per liberare la bellezza – Elena che ne è simbolo. “Il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci… Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, porre limiti al mondo e all’uomo”. Guai a leggere in questa metafora un atteggiamento estetizzante. C’è veramente il cuore del pensiero greco, invece: la bellezza, cioè l’ordine del cosmo, è la forma visibile della giustizia.

Camus ci chiedeva di non relegare la giustizia nelle mani degli ideologi, o anche soltanto dei filosofi politici, per non parlare dei politici di mestiere, dei capipartito o dei sindacalisti. Tutte queste persone vedono solo alcuni aspetti della giustizia. Non ne vedono il fondo, cioè il valore che la giustizia è, come esatta misura del dovuto a ogni essere: il rispetto agli umani, il respiro ai viventi, la pietà alla memoria dei padri e alla loro eredità, la custodia ai beni comuni, la difesa ai paesaggi storici, che sono il nostro stesso volto, la nostra identità culturale e spirituale. “Quando la giustizia perisce, non ha più alcun valore l’esistenza degli uomini sulla terra” – scriveva Kant. Ma la bellezza è lo splendore di ciò che è prezioso, è l’essenza del valore che si fa visibile. Ecco: come possiamo sentire, percepire che la nostra esistenza non ha più valore se abbiamo ucciso in noi il sentimento della bellezza, se non soffriamo più di fronte alla sua distruzione? Per questo quella cui stiamo assistendo è la tragedia del suicidio morale di una nazione. Per questo tutti gli istigatori di questo suicidio stanno commettendo un crimine senza pari.





Auguri

9 08 2011

di Patrick Marini

Questo è il mio ultimo post sulla Sentinella della Maremma. Non ho più nulla da dire.
Considerato ambientalista estremista e pessimista, come molti altri, ho inutilmente parlato e scritto per anni di downshift, di decrescita, di picco del petrolio e delle risorse, di transizione, di cambiamenti climatici, di sobrietà. Eppure, la necessità di un cambio di paradigma non l’ho certo inventata io e neppure Peccei, Pasolini, R. Kennedy, Berliguer, Latouche, Mercalli, Al Gore, M. Corona, Petrini, Z. Bauman o qualche altro scienziato, filosofo o economista citati in questi anni.
Ci aveva già informato in modo chiaro e inequivocabile l’uomo che per primo si era aperto alla globalizzazione e, per colpa del suo pensiero “diverso“, fu crocifisso dai sostenitori BAU (Business As Usual) del tempo. Persino la Chiesa cattolica ha distorto il suo messaggio utilizzandolo per controllare, a proprio uso e consumo, in modo capillare famiglie e società alla maniera di un grande “fratello” orwelliano. Lo ha fatto per quasi duemila anni!
Evidentemente l’uomo non ha mai trovato la forza necessaria per uscire da quello stato di pigra minorità kantiana, lasciando che il BAU maturasse percorrendo la “solita” strada, quella più facile perché scritta nei nostri geni, rappresentata dalla atavica clava della forza che conquista la femmina più bella e della femmina più bella che seduce il maschio più forte.
Nel caso della Chiesa Cattolica si è addirittura andati oltre, neutralizzando il pericolo della seduzione femminile e garantendo il supremo potere maschile con l’estromissione della femmina tentatrice.
Oggi è ormai troppo tardi per cambiare in modo consapevole.
Persino la Chiesa, sulle sue pantofole di Prada, non è più in grado di controllare la situazione: le pantofole hanno preso il sopravvento grazie anche ad una tv che amministra sapientemente la triste vita famigliare.
La nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e dopo la giornata dedicata al lavoro in cui lo schiavo orgogliosamente si è dannato per accumulare sufficiente denaro da consumare la domenica, nel grande tempio del consumo, i membri della famiglia si ritrovano per assorbire, in stato di meritata grazia, il quotidiano messaggio televisivo che rincara la dose. Naturalmente vi sono eccezioni in cui i membri più evoluti indossano il proprio “profilo” connettendosi in una rete in cui tutto avviene su richiesta e ci gratifica. Ai sentimenti abbiamo sostituito gli emoticons :-(

L’inevitabile evoluzione della specie sta maturando la sua scelta, passando per l’autocombustione delle città e per l’autosterminio; mentre economisti, politici e uomini della strada ci spiegano con sapienza ottusa come sia necessario “consumare per crescere”.

Una volta, quando ipotizzavo un mondo diverso per scelta, molti mi giudicavano pessimista. Come sarò giudicato oggi che finalmente ho preso atto delle scelte fatte e assisto senza più sogni alla trasformazione di un mondo disperato?
Torneremo all’antica tradizione in cui La Legge e l’identità di un popolo erano i valori e dove il “segno” divideva i puri dagl’impuri e dai maledetti?
Improvvisamente, forse, ci renderemo conto di aver buttato via duemila anni…





Regolamento Urbanistico Grosseto: Le Osservazioni

8 07 2011

Caro signor sindaco, (…) prova a pensare a un progetto che parta dalle esigenze dei cittadini di oggi e di domani, coinvolga i centri di ricerca per trovare le soluzioni più razionali tramite la condivisione con le persone dei vari scenari possibili. Prova a immaginare città con aria più pulita, con più verde, con mezzi pubblici più efficienti, con più spazio per i piedi e le biciclette, con più risparmio energetico, con meno rifiuti, con meno automobili, con meno consumi superflui, ispirandoti a modelli virtuosi che stanno nascendo proprio nella nostra Europa.

Questa citazione dall’ultimo libro di Luca MercalliPrepariamoci” sembra quanto mai indicata a sottolineare l’occasione persa da questo RU. Le nostre osservazioni sull’immotivato ed eccessivo consumo di suolo in spregio a una Maremma che il mondo invidia, accompagnato da previsioni di aumento demografico sette volte superiori alle medie nazionali, sono avallate da quelle presentate dalla Regione Toscana, consapevole ed attenta alla cura del bene comune. Il Sindaco avrà il suo bel daffare per cercare di salvare il salvabile, senza darlo a vedere. Ora non vorrei proprio essere nei suoi panni e non mi resta che augurare a lui e a tutti gli amministratori buon lavoro, invitandoli all’illuminante lettura del libro di Mercalli.

Per approfondire vedi osservazioni del Coordinamento Valutazione e Osservazione del Polo Logistico di Braccagni:

- Polo Logistico Intermodale di Braccagni;
- Area artigianale del Madonnino;
- Espansione residenziale di Braccagni;
- Città e osservazioni generali.

- Le osservazioni della Regione Toscana.





Perché decrescere

31 05 2011







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