Popolazione e l’insostenibile logica del PIL

24 04 2008

Si parla di sovrappopolazione se il consumo delle risorse è superiore a quelle disponibili e dipende quindi dai livelli di consumo assoluti e pro capite e dai metodi produttivi. Una popolazione che appaia insostenibile ad un certo livello di consumo pro capite potrebbe diventare sostenibile ad un livello inferiore: mangiando vegetali invece delle bistecche potremmo sostenere una popolazione perfino più ampia di quella attuale occupando l’impronta ecologica delle mucche!

Le risorse sono un dato storico non assoluto; una cosa che non rappresenta una risorsa per una certa popolazione, lo diventa per un’altra; Così come oggi l’olio di balena non rappresenta più una risorsa fondamentale, fino al 1800 non lo era il petrolio che poteva scomparire senza arrecare danni.

Il meccanismo mercantile capitalistico che segue la logica del PIL e che spinge a produrre e consumare sempre più è invece intrinsecamente insostenibile qualunque sia il livello della popolazione perché un consumo pro capite elevato porta comunque al limite;

“Risorse disponibili” non significa risorse disponibili una sola volta ma risorse che l’ecosistema, di cui noi facciamo parte, riproduce costantemente;

Probabilmente siamo troppi ma quello che è certo è che consumiamo troppo in quanto succubi del mercato autocataliticamente crescente del capitalismo; il problema è politico prima che tecnico o di popolazione;

A questo punto il dilemma è la scelta tra la riduzione brutale della popolazione lasciando intatto il meccanismo mercantile o l’eliminazione brutale del meccanismo mercantile riducendo al minimo la popolazione.





Petrolio: la strategia dell’ultima goccia?

23 04 2008

Temono un rallentamento dell’economia e il conseguente calo della domanda?
Temono che il prezzo cali se ne pompano di più?
Stanno adottando una produzione volutamente piatta per preservare le riserve?
o forse hanno raggiunto il picco e non sanno più come nasconderlo?

Nel 2009 terminerà il piano dell’ Arabia Saudita per aumentare la produzione di greggio. Dopo tale data fermeranno le nuove esplorazioni e l’aumento di produzione.
Nonostante le proiezioni di un aumento del 30%, la motivazione ufficiale è che vogliono essere certi della domanda sul mercato e probabilmente Emirati Arabi e Qatar stanno per seguirne l’esempio.





“La fine del mondo storto”

21 04 2008

di Mauro Corona – fonte: La Domenica di Repubblica del 20/4/2008
Tratto dal romanzo “La fine del mondo storto” (mai pubblicato).

http://www.dispersoneiboschi.it/

Un giorno il mondo si sve­glia e scopre che non c’è più petrolio, né corrente elettrica, né gas, né carbo­ne. Nei paesi di montagna la situazione è abbastan­za affrontabile, nelle città il discorso cambia. È inverno, l’inverno freddo e umido delle città con le nebbie e la soli­tudine di ognuno che messa assieme di­venta di massa. I primi giorni la gente li supera, con tabarri e spavento, ormai sa tutto. Hanno capito che non c’è carbu­rante, corrente, gas, carbone. Nessuno si chiede perché, il freddo morde, privi di forza elettrica i bruciatori non vanno.
Il mondo piglia paura. Con l’ultima benzina la gente di città corre a compra­re stufe, fornelli, qualche aggeggio che funzioni a legna. Ma non ce n’è per tutti, le stufe erano considerate archeologia ridicola. Gli ultimi raccattano bidoni, contenitori di ghisa, di ferro, d’acciaio con l’intenzione di cavarne stufe. Però manca legna, in molte case e condomini non c’è canna fumaria. Allora ci si attac­ca al camino del bruciatore, s’infilano i tubi direttamente da un buco della fine­stra, tanto più sporche di così le città non diventano. Resta il problema legna. Camion non arrivano, sono a secco, treni neanche, macchine peggio, dopo alcuni giorni han finito la riserva. Negozi e su­permarket, che vendevano mattonelle, carbone, pellet, cilindri di legno pressa­to per i barbecue domenicali, sono stati svuotati in un giorno. Rimane roba nei magazzini, quella se la tengono i padro­ni, per scaldarsi loro.
La paura aumenta: «Fa freddo, che facciamo?». A quel punto la gente decide che si può fare a meno di un mucchio di robe. Robe inutili che ingombrano la ca­sa, robe di legno. Fanno a pezzi e brucia­no tutto quel che non serve. Si scaldano. Ma il freddo insiste, l’inverno è lungo. «Si può fare a meno delle sedie – dicono – mangiamo in piedi». Scaldandosi, le sedie finiscono. Allora dicono che si può fa­re a meno di tavoli, mensole, armadi, portafiori, della libreria chi ce l’ha, e di tutto quel che è legno. Poi s’accorgono che si può dormire senza letto, sui mate­rassi. Fanno legna di letti matrimoniali e singoli, massicci o impiallacciati, como­dini e affini senza il minimo rimpianto. Scoprono che, di fronte al bisogno, nien­te ha più valore della vita. Altro che ricor­di della nonna! Via quell’attaccapanni antico, e quella madia del Seicento, roba di noce, arde che è un piacere.
Alla sera non c’è televisione, questa è dura da mandar giù. «Che facciamo?». Manca corrente, niente tv, né luci, né for­ni a microonde, né gratta-formaggio, né sbatti-uova, niente di niente. Le prime notti sono da incubo, non si dorme un secondo. Abituati alla compagnia di Fe­de, Baudo, Vespa, Bongiorno, Santoro, Fiorello, in Italia nessuno dorme più. «Come faremo a passare le serate senza quelli?». Qualcuno azzarda: «Si potrebbe leggere, proviamo a leggere». Cercano ri­viste, giornali, libri, sillabari, elenchi te­lefonici, cercano tutto quel che è scolpi­to a parole. Corrono nelle biblioteche, nelle librerie, alle edicole, si procurano riviste, giornali, libri. Li trovano impilati per terra. Scaffali, porta-libri, scansie e armadi sono serviti a scaldarsi. Si legge a lume di candela, lampade a petrolio, ma le scorte finiscono. Allora le gente legge alla luce del giorno fino al crepuscolo, poi si mette a chiacchierare a contar storie al buio, finché arriva un po’ di sonno. Ma non è tutto così semplice. Molti di­ventano pazzi, vagano per le città scure come miniere di carbone, molti si tolgo­no la vita, altri muoiono in disperazione. Non è facile rimanere senza comodità. Le comodità perse di colpo creano pani­co, non siamo preparati. Le fabbriche hanno chiuso, le scuole pure, osterie, bar, ritrovi, discoteche, anche. Tutto chiuso. Di giorno la gente si muove a pie­di o in bicicletta. Sulle biciclette hanno montato ceste, pianali, servono a porta­re a casa qualcosa di utile. Si comincia a scambiarsi roba. È dura, durissima. La roba pian piano cala, sta per finire, fini­sce, serpeggia il panico. Gli ospedali so­no vuoti, chi non è morto è guarito, chi ce l’ha fatta si è trascinato a casa a morire o guarire. Senza corrente i chirurghi non operano, sacche di sangue vanno a ma­le, respiratori bloccati, ascensori, cuci­ne, tutto fermo, morti a camionate. Ne­gli ospizi i vecchi hanno resistito poco, sono crepati di fame e di stenti.
I morti li seppelliscono dove capita, scavano con picconi e badili, li mettono giù vestiti. Nel mondo sono milioni. Manca latte per i neonati, i neonati muoiono, vecchi e bambini sono sem­pre i primi a morire. Mamme e papà vanno in bicicletta o a piedi fino alle campa­gne, cercano un bottiglione di latte per i bimbi rimasti. Previdenti i contadini hanno i depositi colmi di fieno, possono tira­re avanti fino all’estate, quando crescerà erba nuova per il bestiame. Ma c’è da eli­minare vacche, l’erba nuova bisogna falciarla a mano, a mano è difficile mante­nere mandrie. I contadini scoprono che non hanno più falci. E allora di corsa alla ricerca di vecchie falci nelle soffitte, negli scantinati. Vengono saccheggiati i muffosi “musei del contadino” per recuperare gli at­trezzi indispensabili i che stavano da anni chiusi in bacheche di vetro e legno.
II legno serve a far fuoco. Gli attrezzi c’e­rano, vengono recupe­rati ma pochi sanno usarli. Gran parte della gente non sa nemme­no cosa sono, a che ser­vono. Qualche vecchio contadino spiega e in­segna. In primavera occorre rimettersi a semi­nare, o si crepa di fame. Alcuni ingegneri mon­tano mulini a vento per fare un po’ di corrente, altri recuperano pan­nelli solari. A Milano sole ce n’è poco ma è pur sempre un filo di corrente che viene. Con quella corrente si fanno cose urgenti. Gli ospedali sono chiusi ma i medici vanno e vengono. Eseguono qualche intervento semplice facendo bol­lire i ferri con acqua e sale sulle stufe improvvisate. Non possono far bollire le siringhe, sono di plastica, si sciolgono.
Giornali non ne escono più, le mac­chine sono ferme, e i computer idem. Giornalisti di testate famose vanno nelle piazze e raccontano a voce quel che han­no sentito e visto. Per quelli che passano dopo, scrivono le notizie col carbone sulle facciate dei muri, sull’asfalto. Ver­gano notizie e parole d’incoraggiamen­to. Non riescono a fare a meno di scrive­re, mestiere è mestiere, devono informa­re. E si firmano. «Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare», ammonisce una scritta.
Nelle città regna un silenzio che fa torcer le budella. Non circola una macchina, una moto, un motorino, solo gente a piedi o in bicicletta. Però non c’è un grammo di immondizia. Per sopravvi­vere si è riciclato tutto, fino all’ultimo tu­racciolo. Si vede in giro gente con giub­botti multicolori confezionati assem­blando buste di cellofan una sopra l’al­tra. Tengono caldo, tengono fuori il ven­to. Con quintali di bottiglie di plastica hanno fatto grondaie per catturare ac­qua piovana, può sempre andare bene l’acqua. Adoperano tutti gli scarti. Con­fezionano calze dì carta, maglie di gior­nali e altre robe. Con quello che non ser­ve accendono falò per scaldarsi.
Nelle città sono venuti a sapere che i paesi di montagna se la cavano meglio. Quei montanari incolti hanno boschi, prati, campi, orti, stufe, falci, zappe, ba­dili, vanghe e picconi. E allora vanno su. I vecchi della montagna sanno far qual­cosa con le mani, insegnano ai fuggiaschi che imparano subito. Pian piano, tra morti e caos, torna la primavera, quel che la gente aspettava. Col sole tiepido i superstiti si mettono a fare, avviene il miracolo. Nelle periferie e nelle città, ogni angolo di verde, giardini, campi da golf, campi sportivi, terre incolte, par­chi, terrazze, scarpate di ferrovie, aiuo­le, vengono accuratamente vangate e, con l’aiuto dei contadini, seminate. Se­minate a tutto: patate, fagioli, radicchi, insalate, cicorie, verze, cavoli, angurie, rape, ravanelli, carote. Tutto quel che si può mangiare quando mette fuori il muso dalla terra lo hanno seminato. In città non c’è più un cane, un gatto, un crice­to, un canarino nemmeno a pagarlo oro. Si sono mangiati tutto, anche certi pito­ni e boa che tenevano nei salotti per compagnia. Le verdure crescono, proli­ferano, si allargano. C’è qualche furto, roba da poco, tutti col­tivano terra dove la trovano, non occorre rubare niente, la gente divide e offre. Non oc­corre nemmeno ucci­dere, la gente crepa da sola.
È morto un tre quar­ti del pianeta: di pani­co, di follia, di fame, di freddo. C’è chi è morto di tristezza per non avere più le comodità che aveva un tempo. I ricchi, diventati pove­ri, si danno da fare più degli altri perché, più degli altri, hanno pau­ra di crepare. Nelle zo­ne che furono opulen­te, il Nord a esempio, si vedono magnati del­l’industria, dell’edito­ria, delle televisioni, padroni di fabbriche, stabilimenti, che colti­vano patate, fagioli e verzure varie. Inginoc­chiati negli immensi parchi delle loro ville, dove prima c’erano orchidee e piante non commestibili, i capita­ni d’industria zappa­no, sarchiano, vanga­no, seminano, spel­landosi le mani non avvezze al badile. Lo devono fare, devono piegare la schiena, per forza, fanno la gobba, le schiene scricchiolano come gerle sec­che. Non trovano nessuno che lavori al posto loro, nemmeno per un milione di euro al giorno. La gente ha capito che i soldi non comprano un accidente, coi soldi si crepa di fame. Un catino di pata­te lesse senza sale vale un milione di vol­te più di un milione di euro. Privi di pro­pulsori, i sopravvissuti hanno capito tutto.
L’estate è un dono di Dio, non serve fuoco e nemmeno andare in ferie. Si bada alle verzure. Si va in giro a raccogliere e far deposito di legna per l’inverno. Pian piano le città hanno raggiunto le campagne, son diventate campagne loro stesse.
Cittadini e contadini si aiutano. Alle­vano di nuovo bestiame per latte e carne, uova, col pellame crudo fanno ciabatte, giacché. Coltivano campi, curano prati per i fieni, falciano a mano. I miliardari, con barche a vela miliardarie, battono le coste a pescare, tagliano pinete per far legna, la spostano in barca, poi a spalle, la dividono con gli altri. Tutti piantano al­beri per il tempo a venire.
Politici non ce n’è più neanche uno, quelli che non sono morti di inettitudine si sono sparpagliati perle campagne, ta­stano l’aria con la lingua come le vipere, annusano, cercano, imparano dai con­tadini a coltivare. Uno predilige la cico­ria, l’altro le verze, un altro i cavolfiori. Coltivano. Il più in difficoltà è stato un ministro dell’agricoltura: non sapeva da che parte tenere il badile. In difficoltà an­che i politici che al tempo delle vacche grasse si occupavano di operai e lavoro, Non sanno fare niente, nemmeno il la­voro più semplice.
Molti abitanti delle città hanno rag­giunto le montagne per dividere coi montanari un pasto al giorno e apprendere i trucchi del sopravvivere. A Ripido, piccolo paese del Friuli arriva un milanese in bicicletta, nota il mulino che fun­ziona con la forza dell’acqua. Vede in gi­ro campi di pannocchie, dice di voler comprare tutto. È uno grintoso, ha più miliardi lui che ciottoli i torrenti. È abi­tuato a comprare tutto coi soldi. Offre al mugnaio milioni di euro ma il mugnaio lo manda in quel posto. Il tipo stacca una valigia dalla canna della bici. Dice al mu­gnaio: «Oltre ai soldi ti do questi». Cava dalla valigia una decina di tele arrotolate. Sono quadri di VanGogh, Caravaggio, Picasso. «Quelli – dice il mugnaio – non son buoni neanche a far fuoco, dei suoi quadri e dei suoi soldi non so che farmene, e neanche lei, mi pare, sa che far­sene». «È vero», risponde l’uomo. «Era ora – ribatte il mugnaio – finalmente i soldi fanno vedere il muso che hanno, maledetta carta di merda. In questa di­sgrazia occorre il mangiare. La più pic­cola rapa serve a star vivi. Una pannoc­chia fa vivere un giorno e siccome tutti vogliono vivere un giorno in più, non vendono la pannocchia neanche per miliardi di euro. E adesso, se vuol mangia­re, tiri su le maniche». L’uomo pensa: «Cribbio, tempo fa quando c’era petrolio, corrente, gas e carbone, comandavo io. Coi soldi compravo tutto, e tutti si facevano comprare. Coi miei soldi potevano avere quel che volevano, quel che so­gnavano. Adesso vale più una patata che i miei imperi». Il mugnaio dice: «Quando c’è da crepar di fame e di freddo, una pa­tata e una stufa diventano dio, un dio da rispettare. Un giorno di vita in più chia­ma speranza, può succedere qualcosa che domani cambia le cose in meglio».«È vero», risponde il ricco. Manon butta via le tele, le rimette in valigia.
Nelle metropoli, i sopravvissuti si or­ganizzano, si danno da fare, non piango­no neppure i morti, per piangere ci vuo­le sicurezza e pancia piena. Quando sai che domani il morto puoi essere tu, non stai a piangere i morti, cerchi di salvare la pellaccia, di allungarti la vita per quel fa­moso giorno in più. Fiorisce un primiti­vo artigianato fatto di scarti, non si butta via niente, tutto viene usato per sopravvivere. Con la cenere dei fuochi lavano la faccia, con qualche straccio e escrementi secchi accendono il fuoco.
Però, in questo disastro mondiale, in questa situazione limite, i sopravvissuti, spazzini e re, miliardari e miserabili, giu­sti ed empi intelligenti e coglioni, s’accorgono di aver recuperato una cosa che non esisteva più, una cosa appartenuta forse ai loro trisavoli: la lentezza. Vanno piano a fare tutto, anche a mangiare il poco che hanno. Dormono dodici, quin­dici ore, serenamente rassegnati al de­stino. I grandi manager, vestiti con quel che trovano, non hanno più agende fitte di appuntamenti, non competono più, non baruffano, non hanno più l’assillo di pigliar treni, aerei, automobili I capitani d’industria non tengono più riunioni di cda, non cercano mercati in Cina, i cine­si avanzati non invadono più niente, tranne i campi di riso per resistere. La gente rimasta va a dormire quando fa buio, si alza quando fa chiaro. Non hanno orologi né sveglie né cellulari. Hanno sempre fame, mangiano poco e quando possono, non ce n’è uno che abbia un fi­lo di grasso. Gente che prima stava male perché piena di stress, superlavoro, supercibo, supersoldi, supermiseria e su-perfame adesso si è livellata e sta da dio. Uomini, donne, bambini sono magri, sani, tirati come fildiferri. Non hanno più orari, non hanno doveri, né impegni, non temono nemmeno i ladri.
Banche e gioiellerie rimangono aperte, nessuno tocca niente. Oro e diaman­ti hanno meno valore della spazzatura con la quale si confezionano abiti. I com­puter sono morti e a nessuno frega nien­te. Senza la vita del filo elettrico, sono scatole grigie, piene di misteri e tesori inutili. In questa immane tragedia planetaria, i superstiti si sono accorti di quante robe superflue e cianfrusaglie inutili si circondavano prima del disastro. Erano diventati drogati, oggetto-dipendenti. Uomini che credevano di gestire gli oggetti venivano invece gestiti da loro. Ora, finalmente, si sono liberati, la sorte li ha liberati. Da soli non sarebbero mai riusciti. Deve sempre intervenire una forza esterna a farci perdere i vizi. La micidiale austerità ha tolto ai superstiti vizi, orpelli, esigenze, orari e obblighi. Li ha liberati senza tante storie. Tutto questo in cambio di tempo. Ha regalato tempo libero.
Piano piano, i superstiti imparano a sopportare il silenzio, poi a goderne: Vanno a piedi per città silenziose prive di clangori, clacson, motori, urla, schia­mazzi, fumo. Nel cielo di queste città si rivedono le stelle. I superstiti tacciono, o parlano piano, silenzio chiama silenzio. Apprezzano la bontà del cibo improvvi­sato, la scarsità di mezzi, l’essenzialità di un vestito fatto di stracci, di tela o di cartone. Ma ascoltano ogni sussurro. Nelle notti buie e silenziose, sentono canti di uccelli notturni. Fanno l’amore senza progetti per il domani, senza ipoteche sul futuro, senza l’incubo del mutuo. Na­scono bambini che le mamme allattano al seno. Nelle ristrettezze le donne si so­no affilate, sono diventate cerve, camosce, capriole, leonesse. Sono diventate forti, naturali, attente. Hanno rifatto il latte nelle mammelle come le bestie. Non tutti i neonati sopravvivono, quelli che ce la fanno crescono sani.
S’accorgono, i superstiti, che tutte le cose scomparse, da tempo, cose che nemmeno conoscevano, tornano gradite e affettuose suscitando sorpresa e allegria come un animale estinto che riappare d’improvviso. Giorno dopo giorno, s’accorgono che vivere è come scolpire, bisogna tirar via, togliere per vedere. Occorre non avere per apprezzare quando arriva qualcosa. In quelle condizioni non serve far progetti, piani di lavoro, strategie, per questo dormono tranquilli. Sono tutti ricchi uguali e poveri uguali. Nascono e ripartono ogni mattina, da quello che resta. Da quel che riescono a fare.
«Che bene si sta – dicono – adesso possiamo pregare per i morti».





Perché il socialismo?

1 04 2008

di Albert Einstein, “Why socialism?”, Monthly Review, New York, maggio 1949

E’ prudente per chi non sia esperto in materia economica e sociale esprimere opinioni sul problema del socialismo? Per un complesso di ragioni penso di sì.

Consideriamo dapprima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano essenziali differenze di metodo tra l’astronomia e l’economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi generalmente accettabili per un gruppo circoscritto di fenomeni, allo scopo di rendere il più possibile comprensibili le connessioni tra questi stessi fenomeni. Ma in realtà tali differenze di metodo esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che i fenomeni economici risultano spesso influenzati da molti fattori difficilmente valutabili separatamente. Inoltre l’esperienza accumulata dal principio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come ben si sa, largamente influenzata e limitata da cause che non sono di natura esclusivamente economica.

Molti dei maggiori Stati, per esempio, dovettero la loro esistenza a conquiste. I conquistatori si stabilirono, giuridicamente ed economicamente, come classe privilegiata nel Paese conquistato. Essi si presero il monopolio della proprietà terriera e formarono un sacerdozio con uomini della loro classe. I preti, avendo il controllo dell’educazione, trasformarono la divisione in classi della società in un’istituzione permanente e crearono un sistema di valori dal quale, da allora in poi, il popolo si lasciò in gran parte inconsciamente guidare nella sua condotta sociale.

Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri; oggi noi abbiamo realmente superato quella che Thorstein Veblen chiamò la “fase predatoria” dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che noi possiamo ricavare non sono applicabili alle altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è precisamente di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nelle sue attuali condizioni può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro.

In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza, viceversa, non può creare fini, e ancormeno imporli agli esseri umani; essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini. Questi sono concepiti da persone con alti ideali etici e se essi non sono sterili, ma vitali e forti, sono assunti e portati avanti da quella larga parte dell’umanità che, per metà inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società.

Per queste ragioni, noi dovremmo guardarci dal sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo presumere che gli esperti siano i soli che hanno il diritto di esprimersi su questioni che concernono l’organizzazione della società.

Da un po’ di tempo innumerevoli voci asseriscono che la società sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristica di questa situazione è che gli individui si sentano indifferenti e persino ostili al gruppo, sia esso grande o piccolo, cui appartengono. Per illuminare questo concetto, ricorderò un’esperienza personale. Recentemente discutevo con un uomo intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, a mio giudizio, porterebbe gravi danni all’esistenza del genere umano, e facevo notare che solo un’organizzazione internazionale potrebbe proteggerci da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con molta calma e freddezza mi disse: “Perché siete così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?“. lo sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto con tanta leggerezza una dichiarazione di questo genere. E’ la dichiarazione di un uomo che si è sforzato di raggiungere il suo equilibrio interno e ha più o meno perduto la speranza di riuscirvi. E’ l’espressione di una penosa solitudine e di un isolamento di cui molti soffrono. Quale ne è il motivo? C’è una via d’uscita?

E’ facile sollevare queste questioni, ma difficile rispondervi con un certo grado di sicurezza. Tenterò tuttavia, come meglio posso, sebbene sappia che i nostri sentimenti e i nostri sforzi siano spesso contradditori e oscuri e non possano essere espressi in formule semplici e chiare.

L’uomo è, nello stesso tempo, un essere solitario e sociale. Come essere solitario, egli tenta di proteggere la sua esistenza e quella di coloro che gli sono vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue innate capacità. Come essere sociale, egli cerca di guadagnarsi la stima e l’affetto degli altri esseri umani, di partecipare alle loro gioie, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita.

Solo l’esistenza di questi vari e spesso contraddittori sforzi dà ragione del particolare carattere di un uomo, e le loro speciali combinazioni determinano in quale grado un individuo possa raggiungere un equilibrio profondo e contribuire al benessere della società. E’ possibile che la relativa forza di questi due indirizzi sia in gran parte determinata dall’eredità. Ma la personalità che emerge alla fine è largamente formata dall’ambiente nel quale accade che l’uomo si trovi durante il suo sviluppo, dalla struttura sociale in cui cresce, dalle tradizioni di quella società e dal suo giudizio sui particolari tipi di comportamento. L’astratto concetto di “società” significa per l’essere umano individuale la somma totale dei suoi rapporti diretti e indiretti con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle precedenti generazioni.

L’individuo è in grado di pensare, sentire, lottare e lavorare da solo; ma è tale la sua dipendenza dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, che è impossibile pensare a lui o comprenderlo fuori dalla struttura della società. E’ la “società” che provvede l’uomo del cibo, dei vestiti, della casa, degli strumenti di lavoro, della lingua, delle forme di pensiero e della maggior parte dei contenuti del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini, passati e presenti, che si nascondono dietro la piccola parola “società”.

E’ evidente perciò che la dipendenza dell’individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito; proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l’intero processo della vita delle formiche e delle api è fissato fin nei più piccoli dettagli dai rigidi istinti ereditari, il modello sociale e le relazioni tra gli esseri sociali sono molto variabili e suscettibili di mutamenti. La memoria, la capacità di nuove combinazioni, il dono della comunicazione verbale hanno reso possibili tra gli essere umani sviluppi che non sono dettati da necessità fisiologiche. Tali sviluppi si manifestano in tradizioni, istituzioni e organizzazioni, nella letteratura, nel perfezionamento scientifico e costruttivo, in opere d’arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l’uomo possa influenzare la propria vita con la sua condotta, e che in quel processo possano avere una parte il pensiero e la volontà consapevoli.

L’uomo acquista dalla nascita, per eredità, una costituzione biologica che dobbiamo considerare inalterabile e fissa, che contiene gli impulsi naturali caratteristici della specie umana. Inoltre, nel corso della sua vita, egli acquista un abito culturale che riceve dalla società per mezzo di un complesso di rapporti e di molte altre specie di influenze. Questo abito culturale, col passare del tempo, è soggetto a mutamento e determina in grado molto elevato le relazioni tra l’individuo e la società. Su questo possono poggiare le loro speranze coloro che lottano per migliorare il destino dell’uomo; gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, ad annientarsi l’un l’altro o a essere alla mercé di un destino crudele.

Se ci domandiamo come la struttura della società e l’atteggiamento culturale dell’uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere la vita umana quanto più possibile soddisfacente, dobbiamo essere costantemente consci che vi sono certe condizioni che non possono essere modificate. Come ho già detto, la natura biologica dell’uomo non è soggetta a mutamenti, almeno praticamente. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni destinate a durare. In popolazioni stabili e di densità relativamente elevata, con i beni indispensabili alla loro esistenza, sono assolutamente necessari un’estrema divisione del lavoro e un sistema produttivo altamente centralizzato. Il tempo, ai nostri occhi così idillico, in cui gli individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti, è passato per sempre. E’ appena una lieve esagerazione affermare che il genere umano costituisce fin d’ora una comunità planetaria di produzione e di consumo.

Eccomi giunto al punto in cui mi è possibile indicare brevemente che cosa per me costituisca l’essenza della crisi del nostro tempo. L’individuo è divenuto più che mai consapevole della sua dipendenza dalla società. Questa dipendenza però egli non la sente come positiva, come un legame organico, come un fatto produttivo, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali o anche alla sua esistenza economica. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo carattere vanno costantemente aumentando, mentre i suoi impulsi sociali, che sono per natura più deboli, vengono di mano in mano deteriorandosi. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, sono danneggiati da questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egoismo, essi si sentono malsicuri, soli e privi dell’ingenua, semplice e non sofisticata gioia della vita. L’uomo può trovare un significato alla vita, breve e pericolosa com’è, solo votandosi alla società.

L’anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un’enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali. Sotto questo punto di vista è importante comprendere che i mezzi di produzione -vale a dire tutta la capacità produttiva che è necessaria sia per produrre beni di consumo quanto per produrre capitale addizionale- può essere legalmente, e per la maggior parte dei casi è, proprietà dei singoli individui.

Per semplicità, nella discussione che segue, io chiamerò “lavoratori” tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda all’uso abituale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di comperare il potere-lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuove merci che divengono proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e la misura in cui viene pagato, misurando entrambe le cose in termini di valore reale. Dal momento che il contratto di lavoro è “libero”, ciò che il lavoratore percepisce è determinato non dal valore delle merci che produce, ma dalle sue esigenze minime e dalla richiesta capitalistica di potere-lavoro, in relazione al numero dei lavoratori che sono in concorrenza tra di loro per i posti di lavoro. E’ importante comprendere che anche in teoria il pagamento del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.

Il capitale privato tende a essere concentrato nelle mani di una minoranza, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti e in parte per il fatto che lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro incoraggiano la formazione di più larghe unità di produzione a spese delle più piccole. Il risultato di questo sviluppo è un’oligarchia del capitale privato, il cui enorme potere non può essere effettivamente arrestato nemmeno da una società politica democraticamente organizzata. Ciò è vero dal momento che i membri dei corpi legislativi sono scelti dai partiti politici, largamente finanziati o altrimenti influenzati dai privati capitalisti che, a tutti gli effetti pratici, separano l’elettorato dalla legislatura.

La conseguenza si è che di fatto i rappresentanti del popolo non proteggono sufficientemente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti d’informazione (stampa, radio, insegnamento). E’ così estremamente difficile, e in realtà nella maggior parte dei casi del tutto impossibile, che il cittadino privato giunga a oggettive conclusioni e a fare un uso intelligente dei suoi diritti politici.

La dominante in un’economia fondata sulla proprietà privata del capitale è caratterizzata da due principi basilari: primo i mezzi di produzione (il capitale) sono posseduti da privati e i proprietari ne dispongono come meglio credono; secondo, il contratto di lavoro è libero. Naturalmente una società capitalistica pura, in questo senso non esiste. In particolare si dovrebbe notare che i lavoratori, attraverso lunghe e dure lotte politiche, sono riusciti ad assicurare per certe loro categorie una forma alquanto migliorata di “libero contratto di lavoro”. Ma, presa nell’insieme, l’economia odierna non differisce dal “puro” capitalismo.

Si produce per il profitto, non già per l’uso. Non esiste alcun provvedimento per garantire che tutti coloro che sono atti e desiderosi di lavorare siano sempre in condizioni di trovare un impiego; un “esercito di disoccupati” esiste quasi in permanenza. Il lavoratore vive nel costante timore di perdere il suo impiego. Poiché i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano un mercato vantaggioso, la produzione delle merci per il consumo è limitata, con conseguente grave danno. Il progresso tecnico spesso si risolve in una maggiore disoccupazione, piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti. Il movente dell’utile, insieme con la concorrenza tra i capitalisti, è responsabile dell’instabilità nell’accumulazione e nell’utilizzazione del capitale, destinata a portare a crisi sempre più gravi. Una concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui cui ho prima accennato.

Questo avvilimento dell’individuo io lo considero il maggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo ne è danneggiato. Un’attitudine competitiva esagerata viene inculcata allo studente, così condotto, come preparazione alla sua futura carriera, ad adorare il successo.

Sono convinto che vi sia un solo modo per eliminare questi gravi mali: la creazione di una economia socialista, accompagnata da un sistema educativo volto a fini sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono di proprietà della società e vengono utilizzati secondo un piano. Un’economia pianificata che adatti la produzione alle necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro tra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino.

L’educazione dell’individuo, oltre che incoraggiare le sue innate qualità, dovrebbe proporsi di sviluppare il senso di responsabilità verso i suoi simili, invece dell’esaltazione del potere e del successo che è praticata dalla nostra attuale società.

E’ tuttavia necessario ricordare che un’economia pianificata non è ancora socialismo. Un’economia pianificata come questa può essere accompagnata dal completo asservimento dell’individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi politico-sociali estremamente difficili: come è possibile in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia divenga potente e prepotente? Come possono essere protetti i diritti dell’individuo ed essere con ciò assicurato un contrappeso democratico alla potenza della burocrazia?