“La fine del mondo storto”

21 04 2008

di Mauro Corona - fonte: La Domenica di Repubblica del 20/4/2008
Tratto dal romanzo “La fine del mondo storto” (mai pubblicato).
http://www.dispersoneiboschi.it/

Un giorno il mondo si sve­glia e scopre che non c’è più petrolio, né corrente elettrica, né gas, né carbo­ne. Nei paesi di montagna la situazione è abbastan­za affrontabile, nelle città il discorso cambia. È inverno, l’inverno freddo e umido delle città con le nebbie e la soli­tudine di ognuno che messa assieme di­venta di massa. I primi giorni la gente li supera, con tabarri e spavento, ormai sa tutto. Hanno capito che non c’è carbu­rante, corrente, gas, carbone. Nessuno si chiede perché, il freddo morde, privi di forza elettrica i bruciatori non vanno.
Il mondo piglia paura. Con l’ultima benzina la gente di città corre a compra­re stufe, fornelli, qualche aggeggio che funzioni a legna. Ma non ce n’è per tutti, le stufe erano considerate archeologia ridicola. Gli ultimi raccattano bidoni, contenitori di ghisa, di ferro, d’acciaio con l’intenzione di cavarne stufe. Però manca legna, in molte case e condomini non c’è canna fumaria. Allora ci si attac­ca al camino del bruciatore, s’infilano i tubi direttamente da un buco della fine­stra, tanto più sporche di così le città non diventano. Resta il problema legna. Camion non arrivano, sono a secco, treni neanche, macchine peggio, dopo alcuni giorni han finito la riserva. Negozi e su­permarket, che vendevano mattonelle, carbone, pellet, cilindri di legno pressa­to per i barbecue domenicali, sono stati svuotati in un giorno. Rimane roba nei magazzini, quella se la tengono i padro­ni, per scaldarsi loro.
La paura aumenta: «Fa freddo, che facciamo?». A quel punto la gente decide che si può fare a meno di un mucchio di robe. Robe inutili che ingombrano la ca­sa, robe di legno. Fanno a pezzi e brucia­no tutto quel che non serve. Si scaldano. Ma il freddo insiste, l’inverno è lungo. «Si può fare a meno delle sedie – dicono - mangiamo in piedi». Scaldandosi, le sedie finiscono. Allora dicono che si può fa­re a meno di tavoli, mensole, armadi, portafiori, della libreria chi ce l’ha, e di tutto quel che è legno. Poi s’accorgono che si può dormire senza letto, sui mate­rassi. Fanno legna di letti matrimoniali e singoli, massicci o impiallacciati, como­dini e affini senza il minimo rimpianto. Scoprono che, di fronte al bisogno, nien­te ha più valore della vita. Altro che ricor­di della nonna! Via quell’attaccapanni antico, e quella madia del Seicento, roba di noce, arde che è un piacere.
Alla sera non c’è televisione, questa è dura da mandar giù. «Che facciamo?». Manca corrente, niente tv, né luci, né for­ni a microonde, né gratta-formaggio, né sbatti-uova, niente di niente. Le prime notti sono da incubo, non si dorme un secondo. Abituati alla compagnia di Fe­de, Baudo, Vespa, Bongiorno, Santoro, Fiorello, in Italia nessuno dorme più. «Come faremo a passare le serate senza quelli?». Qualcuno azzarda: «Si potrebbe leggere, proviamo a leggere». Cercano ri­viste, giornali, libri, sillabari, elenchi te­lefonici, cercano tutto quel che è scolpi­to a parole. Corrono nelle biblioteche, nelle librerie, alle edicole, si procurano riviste, giornali, libri. Li trovano impilati per terra. Scaffali, porta-libri, scansie e armadi sono serviti a scaldarsi. Si legge a lume di candela, lampade a petrolio, ma le scorte finiscono. Allora le gente legge alla luce del giorno fino al crepuscolo, poi si mette a chiacchierare a contar storie al buio, finché arriva un po’ di sonno. Ma non è tutto così semplice. Molti di­ventano pazzi, vagano per le città scure come miniere di carbone, molti si tolgo­no la vita, altri muoiono in disperazione. Non è facile rimanere senza comodità. Le comodità perse di colpo creano pani­co, non siamo preparati. Le fabbriche hanno chiuso, le scuole pure, osterie, bar, ritrovi, discoteche, anche. Tutto chiuso. Di giorno la gente si muove a pie­di o in bicicletta. Sulle biciclette hanno montato ceste, pianali, servono a porta­re a casa qualcosa di utile. Si comincia a scambiarsi roba. È dura, durissima. La roba pian piano cala, sta per finire, fini­sce, serpeggia il panico. Gli ospedali so­no vuoti, chi non è morto è guarito, chi ce l’ha fatta si è trascinato a casa a morire o guarire. Senza corrente i chirurghi non operano, sacche di sangue vanno a ma­le, respiratori bloccati, ascensori, cuci­ne, tutto fermo, morti a camionate. Ne­gli ospizi i vecchi hanno resistito poco, sono crepati di fame e di stenti.
I morti li seppelliscono dove capita, scavano con picconi e badili, li mettono giù vestiti. Nel mondo sono milioni. Manca latte per i neonati, i neonati muoiono, vecchi e bambini sono sem­pre i primi a morire. Mamme e papà vanno in bicicletta o a piedi fino alle campa­gne, cercano un bottiglione di latte per i bimbi rimasti. Previdenti i contadini hanno i depositi colmi di fieno, possono tira­re avanti fino all’estate, quando crescerà erba nuova per il bestiame. Ma c’è da eli­minare vacche, l’erba nuova bisogna falciarla a mano, a mano è difficile mante­nere mandrie. I contadini scoprono che non hanno più falci. E allora di corsa alla ricerca di vecchie falci nelle soffitte, negli scantinati. Vengono saccheggiati i muffosi “musei del contadino” per recuperare gli at­trezzi indispensabili i che stavano da anni chiusi in bacheche di vetro e legno.
II legno serve a far fuoco. Gli attrezzi c’e­rano, vengono recupe­rati ma pochi sanno usarli. Gran parte della gente non sa nemme­no cosa sono, a che ser­vono. Qualche vecchio contadino spiega e in­segna. In primavera occorre rimettersi a semi­nare, o si crepa di fame. Alcuni ingegneri mon­tano mulini a vento per fare un po’ di corrente, altri recuperano pan­nelli solari. A Milano sole ce n’è poco ma è pur sempre un filo di corrente che viene. Con quella corrente si fanno cose urgenti. Gli ospedali sono chiusi ma i medici vanno e vengono. Eseguono qualche intervento semplice facendo bol­lire i ferri con acqua e sale sulle stufe improvvisate. Non possono far bollire le siringhe, sono di plastica, si sciolgono.
Giornali non ne escono più, le mac­chine sono ferme, e i computer idem. Giornalisti di testate famose vanno nelle piazze e raccontano a voce quel che han­no sentito e visto. Per quelli che passano dopo, scrivono le notizie col carbone sulle facciate dei muri, sull’asfalto. Ver­gano notizie e parole d’incoraggiamen­to. Non riescono a fare a meno di scrive­re, mestiere è mestiere, devono informa­re. E si firmano. «Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare», ammonisce una scritta.
Nelle città regna un silenzio che fa torcer le budella. Non circola una macchina, una moto, un motorino, solo gente a piedi o in bicicletta. Però non c’è un grammo di immondizia. Per sopravvi­vere si è riciclato tutto, fino all’ultimo tu­racciolo. Si vede in giro gente con giub­botti multicolori confezionati assem­blando buste di cellofan una sopra l’al­tra. Tengono caldo, tengono fuori il ven­to. Con quintali di bottiglie di plastica hanno fatto grondaie per catturare ac­qua piovana, può sempre andare bene l’acqua. Adoperano tutti gli scarti. Con­fezionano calze dì carta, maglie di gior­nali e altre robe. Con quello che non ser­ve accendono falò per scaldarsi.
Nelle città sono venuti a sapere che i paesi di montagna se la cavano meglio. Quei montanari incolti hanno boschi, prati, campi, orti, stufe, falci, zappe, ba­dili, vanghe e picconi. E allora vanno su. I vecchi della montagna sanno far qual­cosa con le mani, insegnano ai fuggiaschi che imparano subito. Pian piano, tra morti e caos, torna la primavera, quel che la gente aspettava. Col sole tiepido i superstiti si mettono a fare, avviene il miracolo. Nelle periferie e nelle città, ogni angolo di verde, giardini, campi da golf, campi sportivi, terre incolte, par­chi, terrazze, scarpate di ferrovie, aiuo­le, vengono accuratamente vangate e, con l’aiuto dei contadini, seminate. Se­minate a tutto: patate, fagioli, radicchi, insalate, cicorie, verze, cavoli, angurie, rape, ravanelli, carote. Tutto quel che si può mangiare quando mette fuori il muso dalla terra lo hanno seminato. In città non c’è più un cane, un gatto, un crice­to, un canarino nemmeno a pagarlo oro. Si sono mangiati tutto, anche certi pito­ni e boa che tenevano nei salotti per compagnia. Le verdure crescono, proli­ferano, si allargano. C’è qualche furto, roba da poco, tutti col­tivano terra dove la trovano, non occorre rubare niente, la gente divide e offre. Non oc­corre nemmeno ucci­dere, la gente crepa da sola.
È morto un tre quar­ti del pianeta: di pani­co, di follia, di fame, di freddo. C’è chi è morto di tristezza per non avere più le comodità che aveva un tempo. I ricchi, diventati pove­ri, si danno da fare più degli altri perché, più degli altri, hanno pau­ra di crepare. Nelle zo­ne che furono opulen­te, il Nord a esempio, si vedono magnati del­l’industria, dell’edito­ria, delle televisioni, padroni di fabbriche, stabilimenti, che colti­vano patate, fagioli e verzure varie. Inginoc­chiati negli immensi parchi delle loro ville, dove prima c’erano orchidee e piante non commestibili, i capita­ni d’industria zappa­no, sarchiano, vanga­no, seminano, spel­landosi le mani non avvezze al badile. Lo devono fare, devono piegare la schiena, per forza, fanno la gobba, le schiene scricchiolano come gerle sec­che. Non trovano nessuno che lavori al posto loro, nemmeno per un milione di euro al giorno. La gente ha capito che i soldi non comprano un accidente, coi soldi si crepa di fame. Un catino di pata­te lesse senza sale vale un milione di vol­te più di un milione di euro. Privi di pro­pulsori, i sopravvissuti hanno capito tutto.
L’estate è un dono di Dio, non serve fuoco e nemmeno andare in ferie. Si bada alle verzure. Si va in giro a raccogliere e far deposito di legna per l’inverno. Pian piano le città hanno raggiunto le campagne, son diventate campagne loro stesse.
Cittadini e contadini si aiutano. Alle­vano di nuovo bestiame per latte e carne, uova, col pellame crudo fanno ciabatte, giacché. Coltivano campi, curano prati per i fieni, falciano a mano. I miliardari, con barche a vela miliardarie, battono le coste a pescare, tagliano pinete per far legna, la spostano in barca, poi a spalle, la dividono con gli altri. Tutti piantano al­beri per il tempo a venire.
Politici non ce n’è più neanche uno, quelli che non sono morti di inettitudine si sono sparpagliati perle campagne, ta­stano l’aria con la lingua come le vipere, annusano, cercano, imparano dai con­tadini a coltivare. Uno predilige la cico­ria, l’altro le verze, un altro i cavolfiori. Coltivano. Il più in difficoltà è stato un ministro dell’agricoltura: non sapeva da che parte tenere il badile. In difficoltà an­che i politici che al tempo delle vacche grasse si occupavano di operai e lavoro, Non sanno fare niente, nemmeno il la­voro più semplice.
Molti abitanti delle città hanno rag­giunto le montagne per dividere coi montanari un pasto al giorno e apprendere i trucchi del sopravvivere. A Ripido, piccolo paese del Friuli arriva un milanese in bicicletta, nota il mulino che fun­ziona con la forza dell’acqua. Vede in gi­ro campi di pannocchie, dice di voler comprare tutto. È uno grintoso, ha più miliardi lui che ciottoli i torrenti. È abi­tuato a comprare tutto coi soldi. Offre al mugnaio milioni di euro ma il mugnaio lo manda in quel posto. Il tipo stacca una valigia dalla canna della bici. Dice al mu­gnaio: «Oltre ai soldi ti do questi». Cava dalla valigia una decina di tele arrotolate. Sono quadri di VanGogh, Caravaggio, Picasso. «Quelli - dice il mugnaio - non son buoni neanche a far fuoco, dei suoi quadri e dei suoi soldi non so che farmene, e neanche lei, mi pare, sa che far­sene». «È vero», risponde l’uomo. «Era ora - ribatte il mugnaio - finalmente i soldi fanno vedere il muso che hanno, maledetta carta di merda. In questa di­sgrazia occorre il mangiare. La più pic­cola rapa serve a star vivi. Una pannoc­chia fa vivere un giorno e siccome tutti vogliono vivere un giorno in più, non vendono la pannocchia neanche per miliardi di euro. E adesso, se vuol mangia­re, tiri su le maniche». L’uomo pensa: «Cribbio, tempo fa quando c’era petrolio, corrente, gas e carbone, comandavo io. Coi soldi compravo tutto, e tutti si facevano comprare. Coi miei soldi potevano avere quel che volevano, quel che so­gnavano. Adesso vale più una patata che i miei imperi». Il mugnaio dice: «Quando c’è da crepar di fame e di freddo, una pa­tata e una stufa diventano dio, un dio da rispettare. Un giorno di vita in più chia­ma speranza, può succedere qualcosa che domani cambia le cose in meglio».«È vero», risponde il ricco. Manon butta via le tele, le rimette in valigia.
Nelle metropoli, i sopravvissuti si or­ganizzano, si danno da fare, non piango­no neppure i morti, per piangere ci vuo­le sicurezza e pancia piena. Quando sai che domani il morto puoi essere tu, non stai a piangere i morti, cerchi di salvare la pellaccia, di allungarti la vita per quel fa­moso giorno in più. Fiorisce un primiti­vo artigianato fatto di scarti, non si butta via niente, tutto viene usato per sopravvivere. Con la cenere dei fuochi lavano la faccia, con qualche straccio e escrementi secchi accendono il fuoco.
Però, in questo disastro mondiale, in questa situazione limite, i sopravvissuti, spazzini e re, miliardari e miserabili, giu­sti ed empi intelligenti e coglioni, s’accorgono di aver recuperato una cosa che non esisteva più, una cosa appartenuta forse ai loro trisavoli: la lentezza. Vanno piano a fare tutto, anche a mangiare il poco che hanno. Dormono dodici, quin­dici ore, serenamente rassegnati al de­stino. I grandi manager, vestiti con quel che trovano, non hanno più agende fitte di appuntamenti, non competono più, non baruffano, non hanno più l’assillo di pigliar treni, aerei, automobili I capitani d’industria non tengono più riunioni di cda, non cercano mercati in Cina, i cine­si avanzati non invadono più niente, tranne i campi di riso per resistere. La gente rimasta va a dormire quando fa buio, si alza quando fa chiaro. Non hanno orologi né sveglie né cellulari. Hanno sempre fame, mangiano poco e quando possono, non ce n’è uno che abbia un fi­lo di grasso. Gente che prima stava male perché piena di stress, superlavoro, supercibo, supersoldi, supermiseria e su-perfame adesso si è livellata e sta da dio. Uomini, donne, bambini sono magri, sani, tirati come fildiferri. Non hanno più orari, non hanno doveri, né impegni, non temono nemmeno i ladri.
Banche e gioiellerie rimangono aperte, nessuno tocca niente. Oro e diaman­ti hanno meno valore della spazzatura con la quale si confezionano abiti. I com­puter sono morti e a nessuno frega nien­te. Senza la vita del filo elettrico, sono scatole grigie, piene di misteri e tesori inutili. In questa immane tragedia planetaria, i superstiti si sono accorti di quante robe superflue e cianfrusaglie inutili si circondavano prima del disastro. Erano diventati drogati, oggetto-dipendenti. Uomini che credevano di gestire gli oggetti venivano invece gestiti da loro. Ora, finalmente, si sono liberati, la sorte li ha liberati. Da soli non sarebbero mai riusciti. Deve sempre intervenire una forza esterna a farci perdere i vizi. La micidiale austerità ha tolto ai superstiti vizi, orpelli, esigenze, orari e obblighi. Li ha liberati senza tante storie. Tutto questo in cambio di tempo. Ha regalato tempo libero.
Piano piano, i superstiti imparano a sopportare il silenzio, poi a goderne: Vanno a piedi per città silenziose prive di clangori, clacson, motori, urla, schia­mazzi, fumo. Nel cielo di queste città si rivedono le stelle. I superstiti tacciono, o parlano piano, silenzio chiama silenzio. Apprezzano la bontà del cibo improvvi­sato, la scarsità di mezzi, l’essenzialità di un vestito fatto di stracci, di tela o di cartone. Ma ascoltano ogni sussurro. Nelle notti buie e silenziose, sentono canti di uccelli notturni. Fanno l’amore senza progetti per il domani, senza ipoteche sul futuro, senza l’incubo del mutuo. Na­scono bambini che le mamme allattano al seno. Nelle ristrettezze le donne si so­no affilate, sono diventate cerve, camosce, capriole, leonesse. Sono diventate forti, naturali, attente. Hanno rifatto il latte nelle mammelle come le bestie. Non tutti i neonati sopravvivono, quelli che ce la fanno crescono sani.
S’accorgono, i superstiti, che tutte le cose scomparse, da tempo, cose che nemmeno conoscevano, tornano gradite e affettuose suscitando sorpresa e allegria come un animale estinto che riappare d’improvviso. Giorno dopo giorno, s’accorgono che vivere è come scolpire, bisogna tirar via, togliere per vedere. Occorre non avere per apprezzare quando arriva qualcosa. In quelle condizioni non serve far progetti, piani di lavoro, strategie, per questo dormono tranquilli. Sono tutti ricchi uguali e poveri uguali. Nascono e ripartono ogni mattina, da quello che resta. Da quel che riescono a fare.
«Che bene si sta - dicono - adesso possiamo pregare per i morti».


Azioni

Informazione

Lascia un commento

Puoi usare questi tag : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>