di Luca Mercalli e Patrick Marini
Si dice che “per sopravvivere” i pochi abitanti di Tirli abbiano creato cinque società che installeranno altrettanti impianti fotovoltaici, fissi, a terra in varie località della pianura grossetana:
Si tratta di 6,15 MWp su una superficie totale presunta di circa 15 ettari, ubicati nelle seguenti località:
Roselle: 1,25 MWp
Principina Terra: 1,25 MWp
Braccagni: 1,25 MWp (Loc. Acquisti)
Squadre basse: 1,25 MWp
Squartapaglia: 1,15 MWp
Il problema è il solito: l’uso del terreno agricolo per impianti fotovoltaici che si potrebbero installare sui tetti di edifici esistenti, soprattutto i capannoni industriali che non mancano!

La grande serra di Floridade (Olanda) realizzata nel 2002 con pannelli fotovoltaici trasparenti. 2,5 ettari in grado di produrre 2,3 MWp (equivalemte a uno dei cinque impianti a terra previsti da “Tirli sviluppo”
Purtroppo l’attenzione viene spesso focalizzata sul contorno… economico, sociale e persino sulla “valorizzazione agricola del territorio”!
Guai a dire: “Attenzione, non sprechiamo il suolo agricolo!” veniamo immediatamente additati come l’orco cattivo contrario all’innovazione tecnologica!
Del resto è ormai diffusa la certezza che l’economia agricola sia defunta anche se sappiamo che bevande, vegetali, cereali e carni non si materializzano dal nulla sugli scaffali dei nostri supermercati ….ahimè, molti bambini di città lo credono – ma continuano a essere prodotti dalla fotosintesi di vegetali con le radici ben piantate nel suolo!
Tant’è che la vendita o l’affitto dei terreni per urbanizzazione o uso “energetico” sarà sicuramente molto più remunerativo che non la produzione agricola corrente. (vedi “La nuova casa” di Penelope Green )
Tuttavia per produrre i nostri cibi abbiamo bisogno della terra e anche se disponiamo di trattori sempre più potenti, di OGM strabilianti e di pesticidi e concimi chimici a prezzi ancora ragionevoli, la produzione incomincia a perdere il passo con l’aumento della popolazione globale.
Mentre scriviamo il pianeta è a quota 6.917.073.136 e il contatore non si ferma!
Qui potete vedere la popolazione globale attuale
http://www.ibiblio.org/lunarbin/worldpop
Il consumo continuo di suolo dovuto alla colonizzazione del pianeta, l’uso controverso degli OGM, il costo crescente del petrolio, l’inesorabile impoverimento della terra, ci dovrebbero allarmare e guidarci verso azioni di tutela dei terreni agricoli, bene che nell’immediato può sembrare superfluo ma non lo sarà certamente per i nostri figli…, senza dimenticare il valore estetico del paesaggio.
Naturalmente gli impianti fotovoltaici al suolo, nonostante il fabbisogno di energia crescente, potrebbero essere smantellati in futuro, intanto però si dovrà continuare a consumare energia affinché l’impianto possa produrne. Erbe e arbusti dovranno essere contenuti (magari con diserbanti o cementando la superficie, a scapito del terreno), i luoghi dovranno essere recintati, i cavi protetti dai roditori, le apparecchiature controllate e protette da furti.
Si tratterebbe di non avere visioni assolute, ovvero:
a) prima di usare prezioso suolo agrario, si usino tutte le superfici edificate e industriali, compresi i parcheggi. La superficie edificata italiana è dell’ordine del 10% del territorio nazionale, circa 30.000 km2. Considerane solo 1/4 (quella esposta a Sud), e fa circa 7500 km2, poco meno della superficie dell’Umbria! Dimezziamo ancora per via di vari problemi accessori, ombreggiature reciproche, e quant’altro e otterremo circa 3500 km2, come una Valle d’Aosta. Considerando che 1kWp occupa meno di 10m2, circa, otteniamo una potenza installabile di 350 GW… non male! Se poi vogliamo essere ultraconservativi, dimezziamo ancora e resta un ordine di grandezza di oltre 100 GW… Fatto quello, passeremo al suolo!
b) benissimo comunque fin d’ora usare suoli compromessi o da bonificare come vecchie cave dismesse, discariche, siti contaminati.
c) senz’altro possibile pensare di utilizzare suoli marginali in zone aride e in classe di produttività >=III, suoli molto acclivi, suoli pietrosi. Ma per favore, risparmiatemi almeno i suoli in classe I e II: sono sempre di meno e sono quelli che ci devono dare da mangiare…purtroppo sono anche i più comodi, e la storia insegna che i pirati, appena annusano l’affare, non si pongono certo questi scrupoli. O si fanno norme precise o ci troveremo con un ennesimo problema di artificializzazione del territorio.
Tra l’altro gli abitanti di Tirli, hanno un’occasione in più: gli elettroni si muovono facilmente nei cavi e non hanno etichetta, come i soldi. Quindi, se è solo questione di “valorizzare” un territorio, possono installare pannelli fotovoltaici in qualsiasi punto del pianeta, sia esso un tetto di un complesso industriale o la superficie di un parcheggio e goderne poi i frutti economici misurati dal contatore. Con questi denari, senza sacrificare i suoli agrari del loro paesello, potranno ristrutturare le vecchie case e attrarre turisti stranieri che ammirano la storia del nostro paese, e dire loro che vivono grazie all’energia solare, catturata nei luoghi già compromessi dallo sviluppo urbanistico, sui quali il sole splende tal quale come sui boschi di Tirli. Questa è veramente “valorizzazione”, anche dell’intelligenza e del buon gusto.
LA Notizia:
Emilio Guariglia – fonte: Il Tirreno, 7/6/09
Con l’energia solare faranno rinascere il paese in agonia
A Tirli, frazione di Castiglione della Pescaia, è sparito tutto: medico, farmacia, scuola. Un gruppo di 14 sognatori si getta nel business del fotovoltaico. Ed ottiene finanziamenti per 30 milioni di euro
TIRLI. I piccoli paesi d’Italia sono condannati a morte lenta. In questo strano mondo che ragiona a rovescio è ormai fatto divieto di abitare la bellezza. I luoghi perfetti, quelli che i nostri lontani avi sceglievano per piantare mattoni e buttar via le capanne nomadi, sono abbandonati. Chi si ostina è sotto sfratto. Dove le automobili non hanno spazio, l’uomo è di troppo. Dove il mercato non trae profitto dall’estensione delle sue Grandi Reti per chi è rimasto non c’è che un bivio: rassegnarsi o fuggire. Così è la vita. Ma c’è pure chi fa la scelta del salmone e prova a risalire la corrente.
Questa che vi raccontiamo è una storia così, di moderna resistenza. I suoi protagonisti vivono a Tirli, meravigliosa frazione collinare di Castiglione della Pescaia. E Tirli è in agonia: non c’è più un medico, non un presidio farmaceutico, non c’è più scuola, l’ufficio postale funziona tre giorni sì e quattro no, una piazzola per far atterrare l’elisoccorso è fantascienza.
Bussare alle porte delle istituzioni locali o delle aziende è perder tempo: “Non ci son soldi”, è la risposta ritornello. Prendere o lasciare? Loro, quelli di Tirli, optano per la terza via. Casalinghe, impiegati, operai, fanno squadra e si rimboccano le maniche. È la primavera 2008 e nel mondo echeggia il sogno di Barack Obama, “yes we can”. A Tirli “si pole fà”. E via.
Il gruppo si pone la domanda: come trovare i soldi per autofinanziare la rinascita del nostro paese? E con un colpo di genio si dà la risposta: la produzione di energia pulita. «La gestione di un impianto fotovoltaico — spiega Andrea Signori, 48 anni, impiegato Unicoop e “mente” del progetto — è molto redditizia.
La differenza tra le spese e gli incassi, ai quali si aggiungono i contributi statali, è notevole». Dunque l’idea: costruire impianti fotovoltaici, proprio come molti privati stanno facendo, anche in Maremma.
Ma con un approccio rivoluzionario: i futuri guadagni non andranno ai privati, ma a finanziare servizi di pubblica utilità per Tirli.
Detta così sembra facile. Il problema è che fare impianti del genere costa l’iradiddio. Bisogna comprare terreni vasti e con caratteristiche particolari, e poi le apparecchiature. Servono fior di professionisti per le progettazioni, insomma valanghe di soldi. E i “sognatori” di Tirli — un impiegato, quattro casalinghe, un bibliotecario, una studentessa, un pensionato, un operaio, un imprenditore agricolo, un fornaio, un geometra e due tecnici installatori — tutti quei soldi non li vedono neppure col telescopio.
Però non si perdono d’animo. Perché un patrimonio da investire ce l’hanno: il tempo. Tutto il tempo libero dal lavoro, che ciascuno mette a disposizione della causa. Ci si spartiscono i compiti. Quelli che hanno competenze tecniche in materia (o conoscono persone competenti) indicano le necessità di base.
Quelli che hanno un po’ più di tempo s’informano su disponibilità e prezzi dei terreni, verificando — per esempio — che gli unici abbordabili sono i terreni agricoli. Quelli più esperti in cose di burocrazia vanno a spulciare leggi e regolamenti. Altri ancora iniziano a fare un po’ di conti.
Così nasce Solagria, società senza scopi di lucro il cui presidente è proprio Andrea Signori.
La missione di Solagria è di una semplicità quasi imbarazzante: ricavare utili dalla produzione di energia pulita, e destinarli non ai conti correnti dei soci bensì a due precisi scopi sociali. Il primo, appunto, è realizzare servizi di pubblica utilità a Tirli; il secondo è la valorizzazione agricola del territorio, favorendo sopravvivenza e crescita di colture di qualità.
Solagria individua cinque aree nel vicino territorio di Grosseto, ideali per accogliere altrettanti impianti fotovoltaici capaci di produrre circa 1000 kwp ciascuno. Poi crea cinque società, denominate “Tirli Sviluppo” 1, 2, 3, 4 e 5, a ognuna delle quali affidare la gestione dei singoli impianti.
Poi ancora affida a consulenti qualificati la progettazione degli impianti, con l’indicazione di seguire il criterio del minimo impatto ambientale.
Quindi va in cerca di finanziatori. Incassato il sì dei finanziatori, avvia l’iter delle autorizzazioni.
Il costo di tutto questo? Primo miracolo: zero. Perché i sognatori di Tirli il loro impegno ce lo mettono gratis, e soprattutto riescono a coinvolgere nella loro logica molte altre persone. Dai proprietari dei terreni ai consulenti tecnici, tutti accettano contratti basati sul risultato: pagamenti e compensi solo se Solagria otterrà autorizzazioni e finanziamenti.
Sennò niente.
Le autorizzazioni arrivano, ad oggi manca solo il via libera della Regione, atteso per luglio.
E i finanziamenti? Qui c’è il secondo e ancor più miracoloso miracolo. Con le loro facce e i faldoni sotto braccio i sognatori di Tirli si presentano ai grandi investitori internazionali, ai fondi d’investimento insomma, quelli che innanzitutto guardano alla solidità dei progetti e alle garanzie di redditività nel tempo.
In questo senso il business dell’energia pulita è considerato tra i più sicuri, e i progetti di Solagria, evidentemente, vengono valutati più che solidi.
Al punto che la società di Tirli trova la copertura integrale delle spese, dalla progettazione alla messa in esercizio dei cinque impianti. Vale a dire — tenetevi sulla sedia — finanziamenti per 30 (sì, trenta) milioni di euro.
A breve dunque partiranno i lavori per la costruzione delle cinque centrali. Gli investitori si ripagheranno incassando una grossa fetta del reddito annuale, e in cambio garantiranno a Solagria una percentuale fissa — la cosiddetta “royalty” — che Solagria dividerà in due: una parte per l’agricoltura, l’altra per Tirli.
«Solo per Tirli — dice Signori — contiamo di spuntare una royalty di circa 100mila euro l’anno».
Poco o tanto? «Beh, se si pensa che mantenere il trasporto scolastico dei bambini costa 20/28mila euro l’anno, si capisce il valore di questo denaro. Una piccola cosa, all’apparenza. Ma se qualcuno vuole sposarsi, fare figli e restare a Tirli o venirci a vivere, domani potrà farlo più volentieri
GROSSETO. «Se tutto va bene l’autorizzazione definitiva della Regione potrebbe arrivare già entro i primi giorni di luglio — spiega Paolo Stefanini, socio di Solagria e consulente tecnico del progetto — e subito dopo potrebbero partire i lavori per la costruzione degli impianti».
I cinque impianti sorgeranno tutti in territorio comunale di Grosseto, nella vasta area di campagne a nord-ovest della città. E precisamente a Roselle, località Aiali, capacità produttiva circa 1250 Kwp; a Principina Terra, località Isonzo, 1250 Kwp; a Braccagni, località Acquisti, 1250 Kwp; in località Squadre Basse, 1250 Kwp; in località Squartapaglia, 1150 Kwp.
«Tutti gli impianti — precisa Andrea Signori, presidente di Solagria — seguono la nostra filosofia, e sono studiati per essere il meno possibile impattanti rispetto all’ambiente. Per questo abbiamo scelto impianti a terra fissi, e non quelli con gli inseguitori, che rendono meno ma non alzano torri a ingombrare il paesaggio. Potevamo poi installarli su muretti di cemento, invece li trivelliamo direttamente al suolo, circondandoli con piantagioni di erba medica».
Insomma, nel rapporto costi/risultati il rendimento è inferiore. Ma in questa impresa il massimo profitto non è l’elemento decisivo. Altra scelta precisa, conclude Signori, è quello di lavorare il più possibile con tecnici, professionisti, agronomi e via dicendo di Grosseto e provincia.
«Vogliamo che questi soldi ricadano sul territorio non solo alla fine, ma da subito, dal progetto alla manutenzione».




e vai forse un accenno ad una rivoluzione in quanto tale doveva esistere già da per lo meno vent anni!comunque,se non avete già dato sordi in mano gente senza competenza sull eolico, consultate codesto sito all avanguardia nel settore al mondo!!!!!.proprio i nostri cugini tirolesi di bolzano ci insegnano.turbine asse verticali/ropatec.e meditate gente,meditate……..
E’ un po’ un peccato che si parli di contraddizione fra impianti FV ed agricoltura. Mi pare un esempio di falso tema di discussione che finisce per nuocere al FV.
Sono due le linee di riflessione che vi propongo.
1) E’ veramente significativo l’apporto del FV sui tetti? Io credo di no: le difficoltà del FV sul tetto, oltre quelle riportate già nel post, sono molte:
a. Maggiori costi di installazione e manutenzione.
b. Difficoltà per la manutenzione del tetto.
c. L’edificio può essere distrutto o completamente rimaneggiato prima che la vita utile dei pannelli sia terminata. In particolare è da temere che buona parte dell’edilizia pubblica italiana degli ultimi 40 anni sia di pessima qualità. E’ probabile/auspicabile che molti edifici andranno distrutti o profondamente rifatti. I pannelli sul tetto potrebbero dover essere smontati e rimontati con grosso allontanamento del break point.
d. Gli edifici hanno spesso più proprietari (almeno quelli residenziali) e l’istallazione del FV è fonte di nuove, strazianti dispute condominiali, che riducono grandemente il numero degli edifici che possono accogliere i pannelli (questo punto è autobiografico!).
e. Gli edifici industriali sono spesso soggetti a repentine vendite fra gruppi economici. Non sempre la presenza dei pannelli sul tetto può essere vista come un vantaggio per chi compra e rimunerare il vecchio proprietario che ha fatto l’investimento.
Insomma, la produzione di energia con il FV è un’attività economica ed industriale vera e propria e confinarla ad appendice applicata a posteriori ad altre attività industriali, abitative o sociali pare molto riduttivo. Quasi un ridurla ad iniziativa marginale.
Va invece appoggiata in tutti i modi la progettazione di nuovi edifici con il FV incorporato. In questo caso non sarebbe un’aggiunta, ma una vera e propria componente perfettamente integrata nell’edificio, pensato, anche, per la produzione energetica.
2) La produzione FV è in competizione con l’agricoltura? No, per i seguenti motivi:
a. Da un punto di vista puramente concettuale i campi producono energia sia sotto forma di elettricità che sottoforma di cibo. Che si usi energia elettrica per fare andare uno scooter elettrico o grano, trasformato in pane, mangiato per compiere la stessa distanza a piedi, la sostanza è la stessa. Non esiste energia buona o cattiva (se ben usata).
b. Chi scrive e parla pubblicamente su questi ed altri temi è, per antico e tragico costume culturale, cittadino e consumatore di cibo. Ha quindi l’inconscio riflesso di volere il cibo ai prezzi più bassi possibile. Invece, normalmente, tacciono i produttori di cibo che sarebbero, per contro, ben felici di tirar fuori dal loro campo un po’ di reddito in più. Fornire loro un’alternativa produttiva pulita ed accessibile (il caso di Tirli ne sembra essere un esempio) è una vera e propria benedizione. Ed il lavoro resta. Infatti quell’agricoltore potrà facilmente impiegare il proprio lavoro nella manutenzione del campo FV.
c. L’argomentazione dell’aumento della popolazione e della supposta insufficienza di terra per tutte quelle bocche è errato. Oppure è errato se non a lunghissimo termine. Non manca la terra, abbonda. Non manca il cibo, potrebbe abbondare. Sono insoddisfacenti i meccanismi di mercato o le regolazioni di mercato. L’Africa e l’America latina hanno potenzialità di produzione agricola stupefacenti, seppure sconosciute al grande pubblico. Sono le leggi del mercato capitalista che fanno sì che vi siano da una parte produttori senza soldi perché non riescono a vendere il loro prodotto e dall’altra cittadini affamati che non riescono a comprare cibo. E lo scandalo maggiore sono proprio i contributi pubblici europei ed americani alle proprie agricolture che tengono fittiziamente dentro al mercato i propri produttori e tragicamente fuori da questo i contadini del sud.
Non sapete forse che molti dei campi italiani (fra questi forse anche quelli del progetto di Tirli) sono coltivati solo per prendere i contributi comunitari e che a volte non si fa nemmeno il raccolto? Non immaginate che tali contributi sono in riduzione e finiranno fatalmente per ridursi fin forse a scomparire e che i campi incolti, anche in terra di buona qualità, stanno aumentando? Perché i nordafricani devono venire a fare i raccoglitori-schiavi di pomodori invece di venderci i loro pomodori fatti nei loro campi?
Mi son lasciato trasportare, ma il succo è il seguente: la terra persa per il FV nel nord può essere ricuperata all’agricoltura nel sud con mutuo e democratico vantaggio. Oppure si lascerà fare il grande FV nel sud dalle grandi compagnie e quelli che coltivavano quelle terre finiranno come i nigeriani del Delta.
d. Più tecnicamente, il suolo sotto il FV può essere inerbito. Si eviterà l’erosione ben più che con l’agricoltura attuale e a fine ciclo dell’impianto avremo un eccellente suolo fresco, profondo e riposato. Resta evidentemente il problema dello zoccolo, ma ci sarà ben il modo di risolverlo con dei materiali di più facile estirpazione che il vecchio cubo di cemento.
Restano ovviamente da scegliere prioritariamente i terreni morti ed i terreni collinari. Anche se questi ultimi, quasi ovunque, si stanno rimboschendo e, zitti, zitti, si stanno mangiando quantità industriali di CO2.
Marco
@Marco Giovannoni
Dimentichi che esistono tetti che non possono sostenere il peso dei pannelli FV, specie quelli agricoli per vecchiaia o proprio per struttura in quanto movibili o semi-rigidi o trasparenti.
Sig. Zio,
nessuno vieta di installare impianti FV in aree compromesse come cave, discariche etc.
Comunque , La costruzione di un impianto FV sul terreno agricolo cambia la sua destinazione d’uso da agricolo ad opificio.
Se possiamo produrre reddito non commestibile e che altera la qualità del suolo su terreni fertili allora sentiamoci liberi di insediarvi centri commerciali, capannoni industriali e quant’altro…. certo potrebbe anche darsi che fra qualche anno impareremo ad alimentarci con elettroni… e guarderemo con disprezzo le peperonate fumanti.
Faccio molta fatica a capire questa impellenza di seminare silicio se non in un ottica di imprenditore che manovra grosse quantità di denaro e dell`amministratore che chi sa come mai ne viene attratto. Piccoli impianti sparsi su tetti di fienili, capannoni agricoli o parcheggi assolati non fanno certo gola … Mah…. un po` di onesta` intellettuale non guasterebbe….
Scusi ma oggi “Opificio” è un sinonimo di fabbrica, ma veniva anticamente usato per le fabbriche che lavoravano le pietre (es: Opificerie Marmoree) o per indicare un attività in cui vengono coinvolti più persone (es:L’Opificio di Letteratura Potenziale) in ambito di un lavoro d’intelletto o religioso . Dunque anche se esistesse una legge, questa sarebbe in contraddizione con la lingua Italiana. In realtà diventa Centrale Elettrica o dirsi voglia Centrale di Produzione Elettrica.
credo che chi parla di sottrarre territorio all’agricoltura conosca veramente poco la realtà agricola delle nostre zone e quindi non è in grado di comprendere come i 15 ha di territorio occupato dal fv possano rivitalizzarne 300 ha che altrimenti sarebbero, come lo sono oggi, abbandonati. L’agricoltura non ha più le capacità economiche di recuperarsi se non con strumenti esterni c. Ta l’altro è questo il fine della legge che assimila la produzione fv su terreno agricolo ad attività agricola e dovreste aver presente le limitazioni ed i rapporti tra superficie fv e quella agricola. Insomma credo che siate scivolati in un luogo comune senza preoccuparvi di capire cosa sta succedendo veramente a Tirli. Mi dispiace sopratutto per voi che credo abbiate perso un’occasione per capire che i fatti, sopratutto quando si pubblicano, vanno controllati e verificati, si rischia nella migliore delle ipotesi di fare brutte figure.
saluti
Paolo