basta con il consumo di suolo! Potremmo permettercelo solo se, come il pianeta-città Trantor dell’impero galattico nel ciclo della Fondazione di Isaac Asimov, possedessimo tecnologie di colonizzazione tali da poterci rifornire da altri pianeti delle risorse indispensabili per vivere. Già, abbiamo a disposizione solo questo pianeta, di cui la Cina si sta accaparrando milioni di ettari per sostenere il suo nuovo stile di vita che, vedi grafico sotto, è mediamente molto più basso del nostro.
Grosseto, 170 ab/kmq, ha la fortuna di avere una delle densità abitative più basse di una penisola in cui ci sono “realtà” come Napoli che arrivano a 8.211 ab/kmq con relativa impermeabilizzazione e inquinamento del suolo e senza per questo avere una qualità di vita, sviluppo e occupazione migliori.
Ma a Grosseto si continua a costruire centri commerciali che occupano nuovo suolo, aumenteranno il traffico e gentrificheranno il centro storico grazie anche al soccombere dei piccoli negozi sotto casa che fino ad oggi hanno supportato la vita sostenibile dei nostri vecchi. A questo si aggiunge il consumo di suolo dovuto all’istallazione di impianti fotovoltaici a terra sempre più estesi.
Sarebbe meglio concentrarsi sul miglioramento della qualità di vita, recupero, manutenzione, mezzi collettivi… piuttosto che assecondare la tendenza “naturale” alla crescita infinita. Tra l’altro, più infrastrutture realizziamo e più aumenteranno i costi di gestione e manutenzione complessive che, grazie alla politica attuale, inducono a costruire dell’altro con la scusa di fare cassa.
Il suolo si consuma anche perché sfruttato in quantità eccessiva rispetto alle reali necessità. Si tratta appunto della bigness imperante ben descritta da Koolhaas in “Junkspace”.
La logica capitalistica gioca sulla coperta corta: allunga la coperta e cresci!. Il centro si “gentrifica” e si forma un nuovo anello marginale, la corteccia, dove pulsa la linfa. In natura però ogni cosa ha la sua giusta misura (Mario Botta in una sua conferenza faceva l’esempio di una farfalla con apertura alare di 7 metri: non potrebbe certo volare, resterebbe schiacciata a terra come un tappeto).
Infatti, man mano il diametro dell’albero aumenta, gli anelli si assottigliano sempre più fino quasi a fermarsi. Noi invece no. Più aumenta il denaro in circolazione e più aumenta la speculazione edilizia e più gli anelli si allargano e si frastagliano fino alle frazioni più lontane (“the end of suburbia”) alla caccia di terreni a basso costo che una volta urbanizzati, o semplicemente resi urbanizzabili, moltiplicano come d’incanto il denaro e così via. E’ “the last harvest”, l’ultimo raccolto di Witold Rybcynski.
Il denaro piace ma attiva un processo innaturale o perlomeno poco propenso alla vita a lungo termine.
L’urbanistica insomma può, anzi deve, fare propri questi concetti ma il committente, quello che decide, è la politica e dietro alla politica – oltre a vari “accessori”- c’è il denaro.
Nel mondo il denaro si sta concentrando in mano di pochi (avete mai giocato a Monopoli?) e i pochi decidono le regole grazie ai servi (politici) che le realizzano convincendo il popolo con sofisticati sistemi di comunicazione che è per il loro bene (utilizzando il concetto di “Conterintuition”, di “intuizione rovescia” – termine utilizzato da Jay W. Forrester per descrivere un atteggiamento tipico di chi affronta i sistemi complessi in cui spesso i punti di influenza (leverage point) su cui agire non sono intuitivi e se lo sono vengono sistematicamente utilizzati alla rovescia peggiorando il problema che si sta cercando di risolvere).
Insomma è bene chiarirsi le idee sulla città ideale: Le Corbusier, quando faceva progetti urbanistici, indicava non solo il fattore di scala ma anche il tempo necessario per percorrerla a piedi mentre l’antagonista, Wright, nel 1934 aveva stabilito un limite di 4.000 mq di terra ad abitante. Ambedue avevano ben chiaro l’idea del limite e della misura.
Ma acqua sotto i ponti ne è passata molta ma la città diffusa è diventata la regola, per non parlare delle città lunghe centinaia di km (Torino/Venezia), evidente prova di quanto questi studi non siano serviti a nulla.
Se vogliamo risolvere qualcosa grazie alle nostre conoscenze urbanistiche bisogna che gli architetti servano un committente diverso e se vogliamo un committente diverso dobbiamo educarci a votare, sempre che il voto serva a qualcosa.





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