Impianti fotovoltaici a terra: eccellenza o pirateria?

16 07 2008

Di seguito alcune considerazioni di Luca Mercalli a proposito dell’artificializzazione del territorio da parte di pirati senza scrupoli.

Sticciano, Cicalino-1: Una fase dei lavori di preparazione dei 137 plinti di calcestruzzo armato da m 3,5 x 3,5 per l’istallazione dei supporti dei pannelli Fotovoltaici

1) quando vengono costruiti dei plinti in calcestruzzo, viene asportato lo strato utile del suolo, in genere formatosi con processi pedoclimatici millenari e irreversibili. Quindi anche ammesso di poterli un giorno rimuovere, resterà un buco, ma non il suolo agrario.
2) anche con plinti appoggiati, il suolo coperto e privato delle precipitazioni tende a inaridirsi e a cambiare i suoi processi evolutivi, perdendo sostanza organica e non risultando più atto all’agricoltura.
3) un blocco in calcestruzzo da 12 m3 [come quelli usati per Cicalino-1]pesa 28 tonnellate. Viene costruito nell’era del petrolio, dovrà, un giorno, essere forse smantellato nell’era delle basse energie. Chi lo farà? Non ci sarà l’autogrù a gasolio per spostarlo, nè il maglio Caterpillar per frantumarlo. Resterà semplicemente lì, con o senza pannelli FV.
5) Come al solito, si tratta di non avere visioni assolute, ma essere elastici ovvero:

a) prima di usare prezioso suolo agrario, si usino tutte le superfici edificate e industriali, compresi i parcheggi. La superficie edificata italiana è dell’ordine del 10% del territorio nazionale, circa 30.000 km2. Considerane solo 1/4 (quella esposta a Sud), e fa circa 7500 km2, poco meno della superficie dell’Umbria! Dimezziamo ancora per via di vari problemi accessori, ombreggiature reciproche, e quant’altro e otterremo circa 3500 km2, come una Valle d’Aosta. Considerando che 1kWp occupa  meno di 10m2, circa, otteniamo una potenza installabile di 350 GW… non male!  Se poi vogliamo essere ultraconservativi, dimezziamo ancora e resta  un ordine di grandezza di oltre 100 GW… Fatto quello, passeremo al suolo!

b) benissimo comunque fin d’ora usare suoli compromessi o da bonificare come vecchie cave dismesse, discariche, siti contaminati.

c) senz’altro possibile pensare di utilizzare suoli marginali in zone aride e in classe di produttività >=III, suoli molto acclivi, suoli pietrosi. Ma per favore, risparmiatemi almeno i suoli in classe I e II: sono sempre di meno e sono quelli che ci devono dare da mangiare…purtroppo sono anche i più comodi, e la storia insegna che i pirati, appena annusano l’affare, non si pongono certo questi scrupoli. O si fanno norme precise o ci troveremo con un ennesimo problema di artificializzazione del territorio.

Luca Mercalli





FAI: segnala ciò che rovina i luoghi che più ami

5 06 2008


4° censimento nazionale FAI
Segnala ciò che rovina i luoghi che più ami:

Scheletri di cemento
Brutture
Selve di cartelli nei centri storici
Manifesti che deturpano il paesaggio
Piazzette trasformate in parcheggi
Sporcizia
Costruzioni abusive
Graffiti
Ecomostri

…. c’è solo l’imbarazzo della scelta





Una cultura da cambiare

23 05 2008

di Carlo Petrini - fonte: La Repubblica, 21/5/2008

Provate mai a immaginare questo nostro pianeta come un essere in grado di parlare e di dialogare con noi? A immaginare quel che vorrebbe dirci, se potesse comunicare a parole? Io ogni tanto ci provo, con risultati devastanti. Perché un conto è metaforizzare i cataclismi che sono davanti agli occhi di tutti noi (dall’ uragano Katrina alla desertificazione delle foreste) come “risposte” della Terra ai comportamenti dell’ uomo. Risposte allarmanti, ma che mantengono, nella loro straordinaria violenza, un segnale di energia, di presunta vendetta. Quando, invece, me la immagino che ci parla non riesco a non pensarla esausta, indebolita. Non immagino una voce stentorea che mi si rivolga con odio e rabbia, ma una voce stanca e affranta, che chiede una tregua, che chiede quando mai la finiremo, o per lo meno sospenderemo, di prendere, prendere, prendere. Si è molto parlato, nelle settimane pre-elettorali, dell’ ambientalismo del fare. Io, a titolo di completezza, sarei per specificare “del far bene”, nel senso che il fare, in sé, non mi pare un valore. Anzi, mi preoccupa un po’ , come mi preoccupa quest’ incondizionata passione che i politici, senza distinzione di appartenenza, hanno dichiarato nei confronti della crescita del Pil. Il Pil cresce anche producendo mine antiuomo, o imballaggi inutili che dovranno essere smaltiti (e anche questo fa crescere il Pil) o che, se smaltiti malamente, inquineranno acqua, aria, terra; e per bonificare, ammesso che sia possibile, si farà ancora crescere il Pil. Se invece si mettesse in campo un pizzico di saggezza, si potrebbe intraprendere la strada dell’ economia del “non fare”. Perché a volte è lì la chiave della ricchezza. Raffinerie, treni ad alta velocità e cementifici nelle vigne, sono ferite aperte nel cuore di territori che, in salute e bellezza, stanno producendo economia. Perché non lasciarli continuare? Perché disturbare? Bisogna stare attenti, perché la cultura del fare, se non ha filtri, diventa la cultura del rifare, del disfare, del fare troppo per poi sfasciare. È una cultura subdola, perché si spaccia per libertà, progresso, benessere. Pensate ai prodotti dietetici che vengono pubblicizzati in questi ultimi tempi. Pastiglie che impediscono all’ organismo di assorbire calorie, mentre se ne ingurgitano a volontà. Non è una follia? Non è immorale? Per non ingrassare bisogna mangiare di meno e meglio e avere uno stile di vita corretto; la soluzione non può essere ingurgitare qualunque quantità di cibo per poi rendere il nostro organismo impermeabile alle calorie. È come tenere le nostre case a 25 gradi d’ inverno per stare in salotto in maniche corte; è come usare abbondantemente la preziosa acqua potabile per lo sciacquone del water. Ecco dove ci ha portato la cultura del fare. A fare male, a fare troppo. A fare cose che ci costano tanti soldi, e per avere quei soldi dobbiamo lavorare di più, e per lavorare dobbiamo fare, fare, fare. Se mangio meno e meglio spendo meno e non ingrasso. Risparmio sia sul cibo che sulle pastiglie dimagranti. Posso destinare quei soldi diversamente, oppure decidere che non ne ho bisogno, quindi non ho necessità di guadagnarli, quindi ho qualche ora libera in più. Magari per curare un piccolo orto, o per giocare con i figli o per leggere il giornale, saltando le pubblicità delle pastiglie dimagranti. L’ economia del “non fare”, invece, ha le sue radici nella cultura dell’ osservare. E del chiedersi: che bisogno ce n’ è? L’ economia del “non fare” ha uno sguardo lungo, non ragiona in termini di ritorni immediati: ha i tempi della natura, non quelli della finanza. Investe a lunghissimo termine e ha straordinari ritorni, perché è un’ economia che non si occupa solo di denaro. Si occupa di culture, di identità, di territori, di origine, di storia e di storie; si occupa di paesaggio, di turismo, di conoscenza, di salute e di bellezza; si occupa di vigne, di imprenditoria, di mercato, di relazioni, di comunità, di coerenza. Siamo capaci di calcolare queste spese? Quanto costa una collina distrutta? Quanto costa un paesaggio devastato? Quanto costa un anziano che si immalinconisce perché il figlio non curerà più la vigna? Quanto costa l’ orrore di un cartello che, in mezzo a colline vitate, avvisa che respirare può essere pericoloso? Quanto costa un bambino che cresce in mezzo alla bruttura? I crociati del fare insorgeranno: con la cultura del non fare non ci sarebbero nemmeno le vigne, diranno. Troppo facile esagerare. Troppo facile far finta di non capire che quando parliamo di economia del non fare stiamo parlando, semplicemente, di economia della cura. E la cura è una cosa seria, complessa e delicata. Che richiede sensibilità, competenza e dedizione. Perché non si può, mai, curare solo una parte. Ecco cosa ci chiede la Terra con la sua voce stanca: che ci si prenda cura di lei. Che la si smetta con gli interventi, le violenze, le conquiste. Che ci si metta in ascolto, per capire dove duole, cosa le fa male, cosa le fa bene. Deponiamo le armi del fare, smettiamo di considerarci padroni a casa d’ altri. Cerchiamo di non disturbare, di non interrompere, di non sporcare. Ascoltiamola e prima o poi capiremo che la cura che serve a lei, è la stessa che serve a noi. Se non ci alleniamo in questo esercizio, gli unici messaggi che riusciremo a cogliere resteranno quelli delle catastrofi. E dopo ogni catastrofe i falsi crocerossini del fare si rimettono all’ opera, mentre i curatori del far bene vedono allontanarsi il traguardo del benessere.





La Natura non ci aspetterà

19 03 2008

Sintesi da un articolo di Giulietto Chiesa su La Stampa, 18/3/2008 - leggi articolo

Tutto si muove a velocità pericolosa e la Commissione Europea non ha perso tempo: il 23 gennaio ha varato un pacchetto di proposte per la riduzione del 20% dei gas serra e dell’incremento del 20% dell’efficienza (entro il 2020) per il contenimento del cambiamento climatico del pianeta.

Il legislatore europeo è consapevole dell’urgenza e dei pericoli che ci attendono. Abbiamo solo 15 anni, all’incirca, prima che il riscaldamento climatico superi i 2 gradi: soglia massima sopportabile dall’economia mondiale e dalla normale prosecuzione della vita umana sul pianeta.

Intanto Pechino apre una nuova centrale elettrica a carbone ogni settimana in media e bruciare carbone è una delle fonti più altamente produttrici di CO2.

Il legislatore dovrebbe agire in base all’interesse comune e alla necessità imposta dai numeri. Ma gli interlocutori sociali rispondono in termini corporativi, difendendo i propri interessi. Che sono reali, ma non quadrano con le necessità oggettive. Gl’industriali dicono che non ce la fanno a riorganizzare i processi produttivi e che, anche se ci fosse il tempo, i costi sarebbero troppo alti e perderebbero in competitività rispetto a chi non farà nulla. Quindi, se si preme troppo, loro minacciano di andarsene là dove vanno fanno peggio di qua. I sindacati, quando parlano di questi temi, si preoccupano dei posti di lavoro. E i lavoratori non si delocalizzano.

La situazione si sta facendo insostenibile e i cambiamenti s’imporranno in modo drammatico, al di la della volontà di tutti: la Natura non ha bisogno di trattare con noi e non aspetterà le nostre decisioni.





L’Onu: «La Terra verso la catastrofe»

19 03 2008
I politici non sembrano essere in grado di metabolizzare il fatto che che per per tenere in piedi la nostra civiltà occorre ridurre consumi, impronta ecologica e tutto il resto, incluso redditi e patrimoni, al 25% dell’attuale entro i prossimi 10 anni. Occorre, cioè, LIBERARE la gente dal consumo e dall’ostentazione, porsi come l’avanguardia di un esercito di liberatori pacifici, sacerdoti di una nuova religione umanistica, e istruttori di una vita felice da disintossicati.
Disintossicare l’occidente dall’orgia consumistico-ostentativa e dalla pretesa globalistico - coloniale è come tentare di fermare e riorganizzare una truppa in ritirata caotica e disordinata in stato di chock standone alle spalle.

di Francesco Tortora - fonte: Corriere della Sera, 26/10/2007 (modificato il 27/10/2007)
Tre i grandi mali del pianeta: riscaldamento, sovrappopolazione, fine della biodiversità

La Terra è vicina al punto di non ritorno e il futuro dell’umanità è seriamente compromesso. Lo afferma l’ultimo allarmante studio intitolato «Global Environment Outlook» e presentato dallo «United Nations Environment Programme» (Unep), l’organismo delle Nazione Unite che ha sede a Nairobi e che si occupa della tutela ambientale. Lo studio, al quale hanno partecipato oltre 1400 scienziati, è stato pubblicato a 20 anni di distanza dal celebre rapporto «Il futuro di tutti noi», analisi della «Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo» nella quale per la prima volta fu formulato il concetto di «sviluppo sostenibile». Secondo il recente studio tre sono le cause che maggiormente mettono in pericolo la vita sul nostro pianeta: il riscaldamento climatico, il progressivo aumento numero delle specie in via d’estinzione e la rapida crescita della popolazione.

ATTIVITA’ UMANA - Gli scienziati hanno sottolineato che le attività umane ormai condizionano fortemente il clima della Terra e gli ecosistemi. La situazione può diventare ancora più catastrofica se, come stimano alcune proiezioni scientifiche, la popolazione umana raggiungerà gli 8 miliardi e 10 milioni di abitanti nel 2050. Negli ultimi venti anni, la popolazione mondiale infatti è aumentata di 1,7 miliardi di persone, passando da 5 a 6,7 miliardi di abitanti. «La popolazione umana adesso è così numerosa che l’ammontare delle risorse di cui ha bisogna per sopravvivere è superiore a quelle che la Terra riesce a produrre» afferma Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep

CAUSE - Il riscaldamento climatico e la rapida crescita demografica sono le cause principali del gran numero di animali estinti o in via d’estinzione. Secondo le cifre presentate dall’Unep circa 30% degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli rischiano di scomparire, mentre tra i fiumi più grandi del mondo, uno su dieci, a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento eccessivo della pesca, è sottoposto a profondo stress idrico e di anno in anno riduce sempre di più la sua portata d’acqua prima di raggiungere il mare.

AVVERTIMENTO E STIMOLO - Il rapporto, secondo gli scienziati, vuole essere allo stesso tempo sia un forte avvertimento sia uno stimolo al cambiamento. Se si vuole evitare una catastrofe, dichiara senza mezzi termini lo studio, entro il 2050 bisogna ridurre le emissioni di gas serra del 50% rispetto a quelle che erano prodotte nel 1990. Ciò significa che i paesi più industrializzati devono tagliare dal 60 all’80% le loro emissioni. Nel rapporto non mancano le note positive. Il direttore Steiner fa notare che i paesi dell’Europa occidentale hanno preso effettive misure per ridurre l’inquinamento atmosferico, mentre il Brasile ha fatto notevoli sforzi per combattere la deforestazione: «La vita sulla Terra potrebbe essere più semplice se non ci fossero questi tassi di crescita demografica. Ma costringere le persone ad avere meno figli è una soluzione semplicistica. La cosa migliore sarebbe accelerare il benessere dell’umanità e usare più razionalmente le risorse che il pianeta ci offre».





Evitiamo un assassinio annunciato!

17 03 2008

Manifesto in solidarietà di Don Erwin Krautler

Don Erwin Krautler, presidente del CIMI (Consiglio Indigeno Missionario) e vescovo di Altamira, stato del Pará (Brasile), da vari anni è minacciato di morte, per il suo impegno a favore dei popoli indigeni e dei lavoratori agricoli di quello stato. Negli ultimi giorni le minaccie sono diventate più pressanti.

Don Erwin si è dedicato con suor Dorothy Stang, come tutt’ora, alla lotta per i diritti dei popoli indigeni e delle comunità agricole e per la tutela dell’ambiente nella regione amazzonica; ha denunciato lo sfruttamento sessuale di adolescenti da parte di politici e l’evirazione e l’assassinio di ragazzini nello stato del Parà; sta denunciando l’attività di latifondisti, proprietari terrieri che si sono appropriati di terre in modo illegale, imprenditori del legno e proprietari delle aziende agricole che sfruttano il lavoro schiavo e distruggono l’ambiente; ha aperto nella sua Diocesi uno spazio di dibattito sulla costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, che minaccia di colpire le comunità indigene e contadine, ma interessa molto agli imprenditori del legno e industriali locali.

A causa della sua attività pastorale dedicata ai popoli indigeni e ai lavoratori, Don Erwin è stato minacciato e aggredito innumerevoli volte negli ultimi anni. Nel 1987, un incidente automobilistico in una autostrada, sospetto di dolo, quasi gli costò la vita e provocò la morte di un suo amico e collaboratore, padre Salvatore Deiana. Oggi, Don Erwin vive sotto la protezione della polizia militare dello stato del Pará. Si sa che è in corso un piano articolato per assassinarlo, le cui caratteristiche rivelano che è opera di persone di grande potere economico, probabilmente un consorzio, come quello che ammazzò vigliaccamente suor Dorothy Stang tre anni fa. La prova di questo è la cifra offerta ai potenziali assassini: un milione di reais (circa 400.000 euro)!

Facciamo appello alla società brasiliana perchè ripudi questo sordido crimine in corso, contro un lottatore in difesa dei lavoratori e dei popoli indigeni nel nostro paese; esigiamo dal ministero di giustizia, dalla polizia federale e dal governo dello stato del Parà, che facciano subito indagini e con competenza, catturando e portando davanti alla giustizia questi criminali, di certo collegati al grande potere economico e politico dello stato del Parà, che pianificano, come mandanti ed esecutori, di assassinare Don Erwin Krautler.

São Paulo, 12 Marzo 2008.

FIRMATO DA …

Dom Tomás Balduíno, per la Comissione Pastorale della Terra – www.cptnacional.org.br

João Pedro Stédile, per Via Campesina e MST – www.mst.org.br

Altamiro Borges,

Beto Albuquerque,

Ivan Valente, Dep. Federal – PT/SP

João Capiberibe, ex-governatore

Ricardo Gebrin,

Ronald Rocha, PCdB de Minas Gerais

Sérgio Miranda, ex-deputato federale del PCdB

Cláudio Spis,

Sávio Bonés

Frei Gilvander Luís Moreira, per la CPT/MG e per la chiesa del Carmine di Belo Horizonte,

José Luiz Quadros de Magalhães, Dr. prof. di Direito Constitucional – UFMG.

Delze dos Santos Laureano, Procuratore del Município de Belo Horizonte,

Marcilene Maria Ferreira, per RENAP – Rete Nazionale degli Avvocati Populari del Minas Gerais;

Virgílio Mattos, professore di Direito Penal da Escola Superior Dom Hélder Câmara e da UFOP –

Ana Maria Turolla, per il Movimento Capão Xavier Vivo – www.capaoxaviervivo.org

Chiara De Poli Comitato Amig@s MST Provincia Genova

Antonio Lupo Comitato Amig@s MST Milano

Patrick Marini Comitato La Sentinella della Maremma

Cristiania Panseri, Criminologa

(Invia la tua firma a anlupo at alice punto it, indicando la realtà che rappresenti e invia a tutti i tuoi contatti. Evitiamo un assassinio annunciato!)





Una cosa utile non è mai brutta

29 02 2008

di Carlo Petrini - Fonte: La Repubblica, 20/2/2008

Etica ed estetica, giustizia e bellezza, sono state separate in età moderna. Non era così nelle società precedenti. Come sostiene Luigi Zoja «il bello, non essendo strettamente necessario, si incammina nella direzione del passatempo e dell’investimento. L’arte si fa specialistica e la massa si abitua alla bruttezza come condizione normale. Ma il cinismo verso i valori della giustizia, che la società di oggi si rimprovera, potrebbe derivare anche dall’aver eliminato quelli della bellezza, da cui la loro radice è inseparabile».
Considerare giustizia e bellezza come un tutt’uno porta invece al buon senso, quello che dovrebbe animare il mondo politico quando si trova a dover prendere decisioni delicate. Non c’è giustizia, utilità di una scelta, se non c’è anche la bellezza. E viceversa. Buon senso: com’è difficile praticarlo in una società che cementifica aree agricole e paesaggistiche senza battere ciglio, si circonda di mastodontici outlet e centri commerciali obbrobriosi, lascia in stato di abbandono le periferie delle proprie città.
Le varie contese che mettono in campo il bello contro l’utile considerano sempre i due elementi come contrapposti. Ma non è così: in alcuni casi una piccola concessione all’estetica può migliorare la vita di tantissime persone; in altri è giusto che invece prevalga la politica del “no”, perché non c’è equilibrio, non c’è senso.
L’eolico è utile e pulito, ci sono luoghi perfetti per poterlo installare; mentre altri non lo sono affatto. Le discariche e gli impianti per il trattamento dei rifiuti sono indispensabili, e anche in questo caso ci sono luoghi adatti e luoghi non adatti. Le contrapposizioni che si vengono a creare sono sempre più figlie di prese di posizione cieche e sorde; spesso strumentali. Prendiamo il caso del tram a Firenze in Piazza Duomo. Quella è sempre stata una piazza di passaggio, un crocevia in cui transitano centinaia di bus al giorno. L’idea del tram non è esteticamente più brutta, ma è più ecologica e più silenziosa. Se proprio vogliamo guardare all’estetica allora che si facciano chiudere tutti quei negozi di marchi multinazionali le cui vetrine ed insegne si affacciano sulla stessa piazza: che c’entrano quelle scritte con il bello?

A volte mi sembra che per ragioni di opportunità, politica o economica, si sollevino falsi problemi mentre l’Italia sprofonda nel brutto e nell’ingiusto. Non si oppone nessuno ai capannoni di cemento in zone agricole di pregio, nessuno si sogna di bloccare centri commerciali che occupano aree immense, le case nuove sono sempre più brutte. Bonifichiamo il Paese dal cemento e restituiamo le terre coltivabili agli agricoltori, il bello è l’utile non vanno fatti andare d’accordo, perché in realtà sono una cosa sola, un valore ben più alto delle magagne da campagna elettorale o delle speculazioni di chi proprio non riesce ad arrestare la sua sete di denaro.