Le forme invivibili degli Architetti Star

10 03 2008

Un’arte pratica stravolta in cui spesso si privilegia la forma a scapito della funzionalità.

di Terry Marocco - fonte: Panorama, 13/3/2008

Architetti. Tutti imbecilli. Dimenticano inevitabilmente le scale delle case» (Gustave Flaubert) Lapidario e attuale, se si pensa ai quintali di insulti rivolti ormai quotidianamente al Quarto ponte sul Canal Grande a Venezia di Santiago Calatrava, massimo esempio di architettura bella, ma per niente funzionale.

Un progetto iniziato nel 1996 con un dono, quello di uno schizzo del ponte dell’architetto spagnolo, al Comune di Venezia. «Timeo Danaos et dona ferentes» avrebbero dovuto pensare allora. Il nuovo ponte posato nell’agosto scorso sembra un cantiere dai tempi infiniti. «Non voglio più indicare date, ci vorrà ancora qualche mese per l’inaugurazione» sospira Mara Rumiz, assessore ai Lavori pubblici. Intanto a Venezia continuano le polemiche. «Si dibatte sulla scelta di aver voluto realizzare quest’opera sulle risorse che potevano essere impiegate per altre opere più utili alla città. Ma Venezia ha bisogno di un segno della migliore contemporaneità».

Si prevede che il ponte arriverà a costare 16 milioni di euro. L’assessore Mara Rumiz ammette: «Si era sottovalutata la complessità del progetto di Calatrava. È un’opera d’arte, un’opera artigianale dove non c’è un pezzo uguale all’altro».

Ma un ponte non dovrebbe servire a essere attraversato?, si domanda Stefano Boeri, architetto e direttore della rivista Abitare. «Gli edifici devono avere identità e funzionalità, a volte cambiano identità e mantengono la loro funzione, come Santa Sofia a Istanbul, prima chiesa poi moschea, oggi museo. Ma un ponte è un edificio con una necessità funzionale foltissima».

E invece non tutti potranno passare sul Quarto ponte. Per i disabili verrà costruita un’ovovia: costo 1 milione di euro e altri mesi di cantiere.

I ponti, per Santiago Calatrava, sono croce e delizia: a Bilbao è in causa, a Siviglia il suo ponte Alamillo d’estate per il caldo ha i cavi molli e il pilone dicono sia solo di figura.

Non solo per lui i ponti sono un problema: quello londinese di Norman Foster, il Millennium bridge, davanti alla Tate Modern, oscillava orribilmente nelle giornate di vento. E anche la sua cupola di vetro del Reichstag a Berlino ha creato grossi problemi di manutenzione.

L’architettura moderna è costellata da errori anche dei più grandi, a cominciare da Frank Lloyd Wright, come racconta il critico Luigi Prestinenza Puglisi: «La sera dell’inaugurazione della meravigliosa casa del mecenate Herbert E Johnson pioveva sopra il tavolo della cena. Chiamato, il grande architetto rispose freddamente: «Allora sposti il tavolo». E non è l’unica casa celebre in cui piove. Il capolavoro dell’archistar olandese Rem Koolhaas, genio dell’architettura moderna per i suoi progetti estremi, è la casa costruita sulla collina di fronte a Bordeaux per un miliardario in sedia a rotelle. Un’abitazione che si muove per venire incontro alle esigenze di chi ci vive. Nei suggestivi buchi sui muri passa la luce, ma anche l’acqua quando piove. E li piove spesso.

Secondo Prestinenza Puglisi, è «un dibattito eterno dell’architettura: la forma contro la funzione. Peter Eisenman fu uno dei teorici della rottura con il formalismo. La sua House six, la residenza dei signori Frank nel Connecticut, ne è l’esempio perfetto. Una colonna incombe sul tavolo della cucina, nel centro della camera da letto c’era una vetrata a dividere il talamo nuziale. Per sopravvivere scelsero due letti singoli. Bello e inutile, «come il Millennium dome a Londra, straordinaria opera di Richard Rogers in una localizzazione sbagliata» afferma l’editore della rivista The Plan Nicola Leonardi. «Oppure la stazione dei pompieri di Zaha Hadid a Weil am Rhein in Germania. Mai stata usata, non funzionale e trasformata in sede del museo Vitra».

Continua Prestinenza Puglisi: «Se si guardano gli edifici con l’occhio del contabile, non ce n’è uno che si salvi». John Silber, ex presidente della Boston University, ha appena pubblicato Architetture of the absurd (The Quantuck Lane Press), dove illustra come i «geni», gli starchitect, «abbiano stravolto un’arte pratica». E ce n’è per tutti: dal Museo ebraico di Daniel Libeskind a Berlino, di cui si chiede il significato dei tagli sul muro esterno, alla Walt Disney concert hall di Los Angeles di Frank Gehry, dove le iconiche curve in acciaio riflettono ondate di calore verso le abitazioni vicine.

Nessun italiano però si conta tra i geni dell’assurdo. «Non faccio altro che edifici che funzionano a meraviglia» esclama Massimiliano Fuksas prima di raccontare quelli che non funzionano: «L’aeroporto di Malpensa è di una tristezza mortale, ci si può morire. E poi gli alberghi di design di New York, il Paramount e il Royalton ideati da Philippe Starck, piccoli, scomodi e con bagni terribili. E lo Zen di Palermo, la città ideale di Vittorio Gregotti, in cosa era ideale?». Sulla Biblioteca nazionale di Francia, nel cui concorso, vinto da Dorninique Perrault, era in giuria, tace e dissente. Lì i libri sono in alto, esposti alla luce, gli studiosi invece sottoterra, sempre con le lampade accese.

Eppure, ce n’è anche per lui. Piero Lissoni adora la sua Fiera a Milano, ma osserva che «sotto la sua nuvola già ad aprile si frigge come un gambero in tempura. Comunque preferisco mille volte morire di caldo e avere opere così».

Questo è il dilemma: l’architettura deve servire, «ma bisogna capire a che cosa» continua Leonardi. «Il Guggenheim è capolavoro assoluto, che ha rilanciato Bilbao, ma per gli artisti è problematico esporre. Funzionalità, estetica, forma ed energia devono essere integrate in un unico progetto». Sembra facile, ma come racconta Cino Zucchi, architetto milanese, pluripremiato per il progetto dell’area dismessa dell’ex Junghans a Venezia, «anche Gehry ha avuto qualche problema al Mit, la prestigiosa università del Massachusetts. Chiamato per progettare i nuovi laboratori d’informatica, ha creato spazi molto avanzati (e molto costosi) che non sono piaciuti. I professori volevano tornare nel vecchio edificio industriale che li ospitava. Però non si possono attribuire agli architetti tutte le colpe. Le forme dell’architettura che ammiriamo o denigriamo sono spesso solo la punta di un iceberg formato dall’interazione complessa tra bisogni, regole, mercato, politica. Ogni società ha l’architettura che si merita».

Allora vuol dire che ci meritiamo il ponte di Calatrava? Maledetti architetti (così almeno scriveva Tom Wolfe).





Un nuovo edificio? No, è un Salvador Dalì

11 02 2008
fonte: Blog di Beppe Grillo
Il Ponte di Rialto fu completato nel 1591. I lavori durarono tre anni. Unisce bellezza e funzionalità. L’ultimo ponte costruito a Venezia doveva costare due milioni di euro, ma la spesa è arrivata a 14 milioni. Per finirlo ci hanno messo sette anni, come per una piramide media.

nuovi uffici della fiera del madonnino nei pressi di braccagni
I nuovi uffici della fiera del Madonnino nei pressi di Braccagni tra Roccatrada e Grosseto (vedi il caso)

Costruire è un business, non più una necessità. Una speculazione che ha come beneficiari i gruppi immobiliari e le banche. Il professor Majowiecki, presente al V-day, ci guida in un viaggio tra gli orrori dell’urbanesimo moderno. Una via di mezzo tra le tangenti e un quadro di Salvador Dalì. Il territorio italiano e le sue bellezze sono il nostro patrimonio più importante. Credo che sia arrivato il momento di interrompere ogni nuova costruzione se non necessaria: capannoni, grattacieli, viadotti. Decostruiamo, investiamo sul recupero dei vecchi edifici. Il cemento è il presente. Guardiamo avanti, impariamo dal nostro passato.

Bologna, 8 settembre 2007 – Massimo Majowiecki

Grillo:… hanno i soldi, le sovvenzioni dalle nostre tasse e parlano di cose che non capiscono. Prendono i più bravi architetti del mondo, prendono gli architetti spagnoli, russi per avere l’alibi di fare delle cazzate tremende. Gli architetti come si deve ci sono e bisogna farli parlare!

Majowiecki: [...] l’informatica nell’architettura: cos’ha combinato questa terza rivoluzione? Guardate questo programma, Catia, o questo “rinoceronte”. Sono dedicati alla modellazione di sedie, di macchine…

Grillo: Come progettano oggi i grandi architetti? Con questi sistemi computerizzati tridimensionali… . Allora se andate a Bilbao al museo Guggenheim di Frank Gahry… come ha fatto a progettarlo? Cosa fanno gli architetti? Sapete come ha progettato quel museo, uno dei più grandi architetti? L’ha anche detto per prenderci per il culo e l’hanno preso sul serio. Ha preso un foglio di giornale, l’ha appallottolato, l’ha buttato per terra. Poi ha visto la forma tutta appallottolata, ha messo una telecamera all’interno del foglio stropicciato, la telecamera ha registrato gli spazi vuoti all’interno del foglio stropicciato e ha costruito un edificio. Sono pazzi!

Majowiecki: Ecco: la stessa cosa. Questo è stato progettato da Alvaralto e ce l’ho sulla scrivania. Adesso si fanno gli edifici così: non è più architettura ma industrial design. Esiste, è in Olanda.

Questo qua… che differenza c’è con un oggetto qualsiasi? Si dimenticano le funzioni, che ci sono dentro le persone. Basta fare scenografia perché si vende solo il fumo, ormai.

Grillo: Se sei un pennarello stai benissimo in un grattacielo così…

Majowiecki: Andiamo avanti. Dietro il vestito guardate cosa c’è. Sembra addirittura già decostruito, come si dice oggi.

Grillo: Sembra già crollato

Majowiecki: Questo è il problema degli ingegneri

Grillo: Questo lo stanno facendo in Cina se non sbaglio. Allora capite che queste cose le fanno sul serio coi soldi pubblici? Tu che ridi, con i tuoi soldi!

Majowiecki: Questo è lo schizzo dell’architetto, dopo di che diventa… guardate il pasticcio per il povero ingegnere dopo. Ecco anche questo… perché “dritto” non è più di moda! Bisogna farlo tutto storto… una scatola sopra l’altra… questi sono quelli di Milano, c’è quello più alto tutto storto che guarda il poveretto che è più piccolo ed è depresso…

Grillo: Sono uccelli, sono peni, fanno all’architetto che ce l’ha più lungo, capito? Chi ce l’ha rovesciato, chi ce l’ha strozzato al centro…

Majowiecki: Ce n’è di tutti i colori. Questo lo vedrete alle prossime olimpiadi, è lo stadio olimpico di Pechino. Quarantamila tonnellate d’acciaio. con seimila si fa uno stadio, in genere. Questo dispendio di energia valeva la pena? E’ così bello? Doveva sembrare un nido, guarda il nido com’è. Queste sono le cose che vedremo in futuro.

Grillo: Un sedile… cos’è, il sedile di un bambino?

Majowiecki: No è un’oca… Sono tutte nella letteratura tecnica Questo è un edificio in Olanda, un grattacielo. Sembra una mummia che va in giro per la città.

Grillo: E’ un delirio…ma le fanno queste cose. Ve ne hanno fatta una qua sull’autostrada. Calatrava, quello spagnolo. Calatrava lo prendono per il culo in tutto il mondo perché dicono che fa i ponti da lì a lì. Cioè che non vanno da nessuna parte!

Majowiecki: Questo è Dalì. L’hanno scambiato per un nuovo edificio! Uno mi ha detto: “Guarda che idea fantastica, tra un edificio e l’altro, un ascensore inclinato”.

Grillo: E invece è un quadro di Salvador Dalì…

Vi dico di questo ponte che stanno facendo a Venezia, che secondo lui tra un po’ provocherà qualche casino perché non regge. Hanno fatto un ponte che unisce il piazzale Roma, dove arrivano le macchine, e la stazione. Come se uno arriva a Venezia dalla stazione e dice: “vado un po’ a vedere che macchine ci sono nel piazzale…”. Oppure uno che arriva in macchina sul piazzale dice “vediamo chi è sceso dal treno”. Ma vaffanculo!

Majowiecki: La faccenda è che abbiamo un “Know how” molto grande, nel senso che sappiamo e possiamo fare di tutto. Ma non ci chiediamo più il “know why”. Come le passerelle. Prima si facevano per andare da qui a là, adesso da A a B, mano mano per essere più sofisticati arriveremo a quello. Queste sono le nuove generazioni, sempre più impasticciate. Le strutture sempre più sbilanciate, che costano quattro o cinque volte di più, e per andare da A a B facciamo tutto il giro.

Venezia: il ponte l’hanno appena montato. Io conosco tutta la storia, potrei stare qui un’ora. Diciamo che il costo previsto era di due milioni di euro, quello finali di quattordici milioni di euro. Sette anni per farlo. Si potevano spendere meglio questi soldi. Rialto l’hanno fatto a mano in tre anni. Questa è la tecnologia. Per esempio, per i politici, ci sarebbe l’analisi del valore che dice che ognuno si assume le proprie responsabilità. Guardate a Merida, questo bellissimo ponte romano: guardate cosa hanno fatto dietro per essere innovativi. Guarda come starebbe meglio.

Grillo: E’ incredibile. Lo capite che se chiedessero il nostro parere su queste stronzate non le farebbero mai? Ecco perché non ci interpellano! E queste persone non riescono a parlare nei consigli comunali, non li fanno entrare! Avete capito come stiamo messi





L’architettura del futuro meno star, più tutela dei luoghi

17 05 2007

« I migliori tra i nostri architetti sono affetti da alcuni vizi principali: il vizio di credere che la storia sia fatta solo dalle opere artisticamente riuscite »

A. Cederna, I Vandali in Casa

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La cantina Rocca di Frassinello a Gavorrano. Progetto di Renzo Piano

Nel suo ultimo libro, L’architettura nel nuovo millennio, Leonardo Benevolo rivisita la storia dei maestri e delle opere più significative degli ultimi trent’anni, da Norman Foster a Renzo Piano, Richard Rogers, Jean Nouvel, Frank Gehry, Daniel Liebeskind e molti altri.
«L’architettura è un’attività particolare, caratterizzata dal legame con la lunga durata. La novità effimera, in questo campo, serve a poco. Anche perché a una novità ne succede un’altra e un’altra ancora e questo meccanismo, accelerandosi, diventa futile. Oggi più che mai dobbiamo pensare a un assetto del paesaggio che duri nel tempo».

Il divismo degli architetti «sta spostando l’interesse per l’architettura dal campo della vita quotidiana a quello della fiction e del tempo libero, in contrasto con l’intera cultura urbanistica europea. Uno dei compiti dell’architettura più recente è proprio quello di recuperare il contatto con la realtà, quella oggettività che ha caratterizzato il periodo tra le due guerre e che è legata a un fattore ben preciso: la natura dei luoghi».
Per Benevolo l’Italia è vista come emblema del paesaggio tradito: «La cultura visiva italiana, che nasce nel Rinascimento e da cui discende non solo uno stile di vita esteriore ma anche la scienza moderna, ha dominato la cultura mondiale per un lungo periodo. Oggi invece il paesaggio italiano, che ha sempre avuto un ruolo particolare tra i paesaggi delle altre nazioni perché rappresenta la convalida concreta di questa cultura, lo stiamo liquidando da alcuni decenni. Insieme alla rovina della Germania durante la seconda guerra mondiale, questa liquidazione è il più grande dramma dell’architettura europea del Novecento».

di Patrick Marini

radio - Ascolta Radio 3 Suit 8/8/2006