Ma che paese è questo? 15 anni dopo

4 02 2008

Questo articolo riprende le riflessioni di Roberto Fidanzi, pubblicate sul primo numero della Sentinella del Braccagni (Marzo 1992) “Ma che paese è questo?

di Patrick Marini

Braccagni
Braccagni

Il deterioramento irreversibile del paesaggio e dell’ambiente, dovuto alla cementificazione incontrollata ed alle infrastrutture tipiche della città diffusa “avanza al ritmo di un Eurostar”, proprio come ha cantato il nostro poeta Enrico Rustici in occasione del Maggio 2007.
Fra il 1990 e il 2005, secondo l’Istat, l’Italia ha perso 240mila ettari di territorio all’anno per un totale di ben 3milioni 600mila ettari, quanto Lazio e Abruzzo messi insieme! Questi numeri danno la dimensione drammatica dell’espansione edilizia, che in Italia convive paradossalmente con un’allarmante emergenza casa. Si costruisce tanto, ma sono abitazioni private, costose e in zone pregiate che non soddisfano il bisogno crescente di abitazioni, aggredendo il paesaggio. Ricordo che in Italia abbiamo a disposizione, tolte Alpi e Appennini, 2.500 metri quadri pro capite (un orto di famiglia).

La Maremma, in particolare, risulta tra le zone con maggior consumo di territorio in Europa: secondo il Rapporto EEA 10/2006 (Agenzia Europea dell’Ambiente) la provincia di Grosseto appare in fondo alla classifica assieme alle Province più arretrate dell’Est Europa e del Portogallo in cui, a fronte di una decrescita demografica, si evidenzia una forte occupazione di suolo.

Nell’Europa avanzata (Inghilterra, Francia e Germania) lo Sprawl - si chiama così il consumo di territorio per effetto della città diffusa - è contrastato da leggi specifiche che lo limitano, anche perché una “crescita controllata” fa risparmiare, senza che l’attività edilizia ne risenta, suoli, risorse per allacciamenti idrici, fognature, ecc. nonché riduce il traffico privato e l’inquinamento migliorando la qualità di vita dei cittadini (vedi “No Sprawl” a cura di M.C. Gibelli e E. Salzano, ed. Alinea). « A Londra », racconta l’Architetto Richard Rogers in un intervista al trimestrale “Terzo Occhio” « abbiamo avuto un incremento di popolazione di un milione di persone in dieci anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città».

Insomma, mentre i paesi avanzati, in fase di deindustrializzazione, si concentrano sulla qualità della vita dei propri cittadini, sulla preservazione delle aree verdi e sull’ottimizzazione delle risorse dei contribuenti, a Braccagni si va in piena controtendenza. In pochi anni sono raddoppiati gli alloggi senza neppure aver predisposto opportuni standard urbanistici, per non dire dei progetti ancora in essere relativi alla trasformazione di 200 ettari di campagna a Sud e a Nord. I poli industriali, logistici, fieristici etc. previsti sono, tra l’altro, ubicati in zone lontane dalla città, a vincolo idrogeologico e soggette ad alluvioni, con ulteriore aggravio dei costi per la collettività e pericolo per le aree abitate circostanti. Inoltre, a fronte di queste previsioni di “sviluppo”, non si è ancora messo in funzione il depuratore di Braccagni (pronto dal 2001) né si è provveduto a collegarlo con le aree dove stanno sorgendo i poli suddetti, con ormai evidenti conseguenze sul bacino idrografico del fiume Bruna.

Come mai i nostri amministratori perseguono queste scelte? L’urbanista Paolo Berdini ricorda che le entrate dei comuni italiani derivano, per una media del sessanta per cento, dall’Ici e dagli oneri che pagano i costruttori; il che significa che per “fare cassa” i comuni trovano conveniente dare concessioni edilizie e sprecare territorio, per poi accorgersi che il traffico aumenta, le infrastrutture mancano e, nel migliore dei casi, essere costretti a costruirne di nuove, cancellando altri ettari di campagna. E’ il cane che si morde la coda.

“Ma che paese è questo?” si chiedeva Roberto Fidanzi in un articolo del primo numero de “La Sentinella del Braccagni“ nel marzo 1992, cercando l’identità in un paese privo di una piazza e di un centro di riferimento. Dopo 15 anni le trasformazioni urbanistiche - mosse dal pensiero dominante dello “Sviluppo, Progresso e Benessere” - incominciano a prendere forma e a rendere chiaro il disegno della futura Braccagni. Ma che paese è questo? Continuo, a maggior ragione, a chiedermi oggi! Me lo chiedo ancor di più nell’assistere alla demolizione di alcuni umili edifici, autentiche architetture antropologiche, ricordo di una identità fragile legata all’origine dell’aggregato rurale sorto, a seguito della sconfitta della malaria, sulla strada pianeggiante di collegamento dell’antica Montepescali con la stazione ferroviaria.
Forse i nodi dello spreco delle risorse pubbliche stanno arrivando al pettine, il disagio sociale aumenta, aumentano i costi e i tempi dei trasporti, peggiorano la funzionalità delle reti e dei servizi, aumenta l’individualismo nel soddisfare esigenze di mero consumo, si rompe l’equilibrio tra uomo e natura, si indeboliscono i legami sociali, si distruggono testimonianze storiche e culturali, si danneggia il paesaggio, si spreca prezioso suolo agricolo, si peggiora l’intera qualità della vita.

Una cosa è certa: anche qui si incomincia a parlare di furti e di droga, di traffico (tanto che si sono resi indispensabili nuovi divieti e sensi di circolazione) ci sono difficoltà di parcheggio, la focarazza davanti alla chiesa in occasione della “befanata” non si può più fare, mentre a Montepescali si organizza la festa dell’olio, forse per celebrare la chiusura del frantoio che da solo non riesce ad adeguarsi alle onerose normative imposte.

A questo punto credo sia necessario rivalutare la tradizione, intesa come “una preziosa risorsa per un’innovazione utile e ben riuscita” (P.L. Cervellati, L’arte di curare la città, Il Mulino, 2000) e ritornare a sentire “il bisogno, la necessità di radicamento, di ritrovare nella terra, nel paesaggio, nelle tradizioni anche le forme architettoniche, l’affetto degli uomini per la loro comunità, il sentimento totale e naturale del luogo. (…) Affinché la «Comunità» diventi un luogo dove l’uomo possa coltivare il suo cuore, abbellire la sua anima, affinare l’intelligenza; onde la città dell’uomo potrà finalmente volgere verso la città di Dio” (A. Olivetti, «Zodiac», n. I, dicembre 1957).

E’ proprio per questo che sono onorato di essere entrato a far parte del “Gruppo delle tradizioni popolari Galli Silvestro” che ha il grande merito di impegnarsi, oltre al mantenimento della preziosa tradizione del Maggio, anche per la coesione di una comunità messa a così dura prova dalle forze disgreganti dell’angoscia dell’individualità, immersa nel carnevale della modernità liquida, della società dei consumi e dello spettacolo, in cui i gruppi si disgregano a vantaggio di sciami fruitori di non luoghi, centri commerciali, fast food e Tv dinners (Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, ).





Consumo infinito del suolo finito

6 01 2008

di Vittorio Emiliani - fonte: Eddyburg, 29/10/07
Ogni anno in Italia si consumano 244.000 ettari
Relazione al convegno sul “paesaggio italiano aggredito”, Roma il 25/10/2007.


Le urbanizzazioni del futuro(?) Polo industriale Madonnino tra Roccastrada e Grosseto

L’Italia sta vivendo una contraddizione stridente. Una delle tante, e però questa colpisce ad un tempo l’integrità già così intaccata del paesaggio italiano e la qualità già mediocre della condizione abitativa dei redditi più bassi. Registriamo infatti ad un tempo un consumo di suolo libero (e quindi di paesaggio) letteralmente dissennato e una vera e propria emergenza-alloggi per i ceti medi, mediobassi e bassi.

Segno evidente che la frenetica attività edilizia che si è andata dispiegando negli ultimi anni riguarda costruzioni destinate quasi unicamente al mercato, per lo più alla speculazione, sovente nelle zone turistiche costiere e montane, con una risalita, ora, dal mare verso l’interno, cioè verso zone di grande pregio e bellezza come ad esempio, le valli toscane, marchigiane e umbre.

Le cifre che riporto in allegato sul consumo di suolo libero in Italia sono infatti le più drammatiche che il Belpaese abbia mai allineato in materia di aggressione al paesaggio e alla straordinaria bellezza italiana. Sono le più drammatiche di tutta Europa, senza confronto. Riguardano l’ultimo quindicennio lungo il quale il ritmo di cementificazione e di asfaltatura dei suoli ancora liberi da infrastrutture e da costruzioni ha marciato al ritmo di oltre 244.000 ettari l’anno. Come non mai. In quindici anni abbiamo così consumato altri 3 milioni 663 mila ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme. Dal 195o una regione più grande dell’intera Italia Settentrionale. Con i ritmi più recenti si può prevedere che in capo a pochi decenni, intere regioni – comprese la Toscana e il Lazio – saranno in pratica un deserto di asfalto&cemento. Ciò non avverrà in questi termini e però l’erosione di un patrimonio immenso e irriproducibile (se non a costi enormi) è sin da ora garantita. Un’autentica pazzia che peserà inesorabilmente sui nostri figli, nipoti e pronipoti. In termini di imbruttimento, di involgarimento, di peggioramento dell’ambiente della vita, individuale e collettiva, di dissipazione di un patrimonio nazionale per secoli ammirato, la più formidabile, fra l’altro, attrattiva turistico-culturale da noi posseduta.

Ovunque vengono erosi terreni agricoli importanti, spesso i più fertili in pianura e nella prima collina per cui in tutta Italia le aree a coltivo o a prato o a bosco non costruite appaiono come terreni in attesa di reddito edilizio e non altro. La campagna diventa così periferia urbana. Fra i censimenti agricoli del 1990 e del 2000 la superficie totale, cioè libera da costruzioni e infrastrutture, è diminuita di 3,1 milioni di ettari nell’ambito dei quali 1,8 milioni erano SAU, cioè superfici agricole utilizzate.

E’ cresciuto enormemente il volume degli investimenti nell’edilizia residenziale (da 58 ad oltre 71 miliardi di euro nel periodo 1999-2005) e lo stock di seconde e terze case è arrivato a rappresentare 1/5 di tutte le abitazioni esistenti: quasi 6 milioni su di un totale di 28,7 milioni di abitazioni. Fenomeno incoraggiato dal favore col quale i Comuni hanno guardato a questa “febbre” edilizia. Favore causato dai pingui introiti che, almeno provvisoriamente (alla lunga si vedrà), le nuove costruzioni residenziali e non hanno loro consentito e che una sciagurata Finanziaria del 2001 (fissiamo bene questa data) ha loro permesso di impiegare come spesa corrente e non più soltanto come spesa per investimenti. Come prima era previsto, saggiamente dalla legge Bucalossi, e come si dovrebbe tornare a fare. Ma come per ora non si fa. Gioco pericolosissimo soprattutto in quelle regioni, come la Toscana, dove i Comuni sono stati sub-delegati alla tutela del paesaggio, loro che – soprattutto col taglio di risorse prima affluenti dal centro – hanno tutto l’interesse ad usare l’acceleratore per le nuove costruzioni e a lasciare inutilizzato il freno della tutela del paesaggio. Un conflitto schiacciante di interessi nel quale finisce in mezzo, stritolato, il bene comune del paesaggio.

Tutto ciò avviene con una popolazione italiana che cresce pochissimo e che reclama, semmai (giovani coppie, immigrati, ecc.), alloggi economici. Ecco insorgere la nuova emergenza-casa. Gli 11 milioni di italiani che vivono in case d’affitto – e i molti altri che vorrebbero viverci - sono infatti vittime di una politica che ha praticamente abbandonato da anni a se stessi i ceti più deboli senza più investire nell’edilizia sociale, economica o comunque convenzionata (soltanto ora il governo Prodi vara un piano-casa da 550 milioni di euro, ma per il solito acquisto affannoso di alloggi nuovi già costruiti da destinare, in primo luogo, alle migliaia di famiglie sfrattate). Siamo lontani, ancora una volta, dall’Europa più civile e avanzata. l’Italia è agli ultimi posti come disponibilità di alloggi in locazione: terz’ultima col 19 per cento sul totale contro il 31 per cento del Regno Unito, il 38 della Francia, il 39 di Austria e Svezia, il 45 dell’Olanda e addirittura il 55 per cento della Germania. Discorso del tutto simile per gli alloggi sociali che da noi rappresentano appena il 4 per cento dello stock di alloggi contro il 18 della Francia, il 21 di Svezia e Regno Unito e il 35 dell’Olanda. E anche sul complesso delle locazioni, ovviamente, la nostra quota di alloggi sociali è fra le più modeste.

Come rimediare? Anzitutto prendendo coscienza di questa folle corsa all’autodistruzione del Belpaese, e poi varando leggi severe per il consumo di suolo, agevolando grandemente il restauro e il recupero dell’edilizia già esistente, redigendo, e soprattutto applicando, piani paesaggistici dettagliati e prescrittivi (altro che i piani di indirizzo della Regione Toscana), togliendo ai Comuni la delega alla tutela del paesaggio accordata loro, improvvidamente, da alcune Regioni (che si vantano così di essere molto “democratiche”), cancellando la possibilità, per gli stessi Comuni, di usare gli introiti da concessione edilizia, da spese di urbanizzazione, ecc. per finanziare la loro spesa corrente, tornando cioè alla legge Bucalossi la quale ne consentiva l’impiego soltanto per investimenti. Diversamente, coi ritmi e coi meccanismi perversi attuali, nel giro di mezzo secolo, avremo coperto tutta l’Italia di cemento e di asfalto. Bella prospettiva davvero, per tutti.

E’ vero che siamo ormai “un Paese spaesato” – come noi del Comitato per la Bellezza chiamammo l’Italia nel Libro Bianco del 2001 pubblicato col Touring Club Italiano, quando ancora era seriamente impegnato su questi temi – ma c’è un limite anche allo spaesamento e all’autodistruzione. C’è un limite alla follia e alla speculazione, alla cancellazione della storia.

Testo integrale con le tabelle

Relazione





Vita? nella città diffusa

6 06 2007

di Mark Zoller Seitz dal The New York Times, 30 maggio 2007
sintesi dell’articolo tratto da eddyburg.it

“Radiant City”, un nuovo film / documentario racconta le esistenze segregate, frenetiche, alienate dello sprawl americano di villette e centri commerciali.
Braccagni exurb
Frazione Braccagni a 15 kn da Grosseto - Esempio di rapida trasformazione di un piccolo villaggio agricolo di 850 abitanti in un exurb del dopoguerra americano.

“In un certo senso si può dire che la città diffusa sia una città intollerante” e se non vi basta questa breve citazione dell’architetto di Calgary Marc Boutin su Radiant City nel film ne troverete parecchie altre.
Una armoniosa miscela di spezzoni documentaristici e parti recitate, Radiant City fa una cruda arringa sui danni culturali di certe mode architettoniche del dopoguerra. Il film propone un impietoso confronto tra le periferie del primo ‘900 che attiravano gli abitanti con la promessa di spazi enormi e di nessun bisogno di preoccupasi per quanto avveniva oltre i confini del proprio giardino.
I registi, Gary Burns e Jim Brown, dipingono la periferia residenziale diffusa e antisettica, la cultura dei lunghi spostamenti pendolari come ricetta per l’alienazione e ostacolo alla formazione del senso civico e soprattutto del consenso.
Il cast dei personaggi mescola esperti scientifici con supposti cittadini comuni. Tra loro un gruppo teatrale che sta preparando un musical sulla vita suburbana, una madre ansiosa che maneggia scrupolosamente ogni giorno l’agenda appiccicata al frigo, un adolescente che osserva l’enormità del suo esurbio (neologismo americano adottato anche in campo scientifico e statistico ufficiale, a indicare le aree suburbane più remote, distanti dai nuclei delle città, con tempi di pendolarismo automobilistico dilatati, comunità vecchie e nuove che sviluppano la capacità di accogliere notevoli flussi in ingresso di residenti) rigorosamente anonimo dalla cima di un’antenna per cellulari (facendo attenzione a non restare più di qualche minuto per scongiurare un qualche tumore al cervello).
Il critico della suburbanizzazione, James Howard Kunstler, appare durante tutto “ Radiant City” e contribuisce a definirne il tono generale, che può essere sintetizzato come incredula lamentazione. Le spaventose, a tratti monumentali immagini cinematografiche di Patrick McLaughlin, enfatizzano le frasi degli esperti, presentano il paesaggio da incubo d’asfalto e cartongesso del suburbio dove la democrazia va a morire.

RADIANT CITY - Scritto e diretto da Gary Burns e Jim Brown; direttore della fotografia Patrick McLaughlin; montaggio Jonathan Baltrusaitis; musiche di Joey Santiago; prodotto da Shirley Vercruysse per la National Film Board of Canada.





Tra consumo di suolo e pianificazione partecipata.

15 05 2007

La Provincia di Milano per uno sviluppo sostenibile.
di Pietro Mezzi - fonte milanomet.it
Assessore alla politica del territorio e parchi, Agenda 21, mobilità ciclabile, diritti degli animali

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L’Italia estratta dalla carta che individua il rapporto tra crescita urbana e aumento della popolazione (Rapporto EEA 10/2006). La Maremma appare in fondo alla scala: a fronte di una decrescita demografica si evidenzia una forte antropizzazione. (vedi articolo)

Si è svolta oggi (4/5/07) la giornata di lavoro organizzata dall’Assessorato al territorio della Provincia di Milano, articolata in due sessioni: la prima “Sviluppo territoriale e consumo di suolo. L’esperienza europea e lo scenario milanese”; la seconda “Il processo di partecipazione per l’adeguamento del Piano territoriale di coordinamento provinciale”.

La prima parte ha affrontato il tema dell’espansione degli spazi urbanizzati e della crescita della città diffusa, un fenomeno che in Italia assume dimensioni spesso notevoli, ma che coinvolge qualsiasi altro Paese. L’Agenzia per l’Ambiente dell’Unione europea ha rilevato che nel solo decennio tra il 1990 e il 2000 in Europa sono stati urbanizzati oltre 800 mila ettari di suolo: più di tre volte la superficie del Lussemburgo. Con questo ritmo in cento anni la superficie urbanizzata si raddoppierà.

Alcuni Paesi hanno affrontato il problema, stabilendo limiti quantitativi annui di suolo da urbanizzare e definendo una contrattazione economica che premi l’ente locale. Su questo tema sono stati significativi gli interventi del prof. Roberto Camagni (Politecnico di Milano) e di due esperti esteri: Marjo Kasanko (European Commission, Joint Research Centre) e Vincent Fouchier (Institut d’aménagement Ile de France). In Italia, invece, la continua espansione urbanistica dei singoli Comuni riduce in misura consistente gli spazi naturali e le aree dedicate all’agricoltura. Le amministrazioni non sembrano avere alternative per fare fronte alle esigenze di recuperare risorse finanziarie, ma la risorsa territorio non è infinita e, una volta attuata la trasformazione, la compromissione diventa irreversibile.

È quindi necessario sensibilizzare gli amministratori e i cittadini su questo rischio e suscitare un approfondito dibattito per l’individuazione di soluzioni che permettano uno sviluppo compatibile con il gettito fiscale per gli enti locali.

La Provincia di Milano ha assunto il tema del consumo di suolo come fattore alla base della propria elaborazione per una pianificazione territoriale che abbia come punto di riferimento la sostenibilità. Nel territorio provinciale milanese il 42,3 per cento della superficie è urbanizzata - comprese le previsioni contenute negli strumenti di pianificazione - ma si tratta di un dato medio, non è omogeneo. Se Milano esprime un valore del 70,8 per cento, questi sono i dati delle diverse aree: Brianza 54,1, Nord Milano 83,3, Rhodense 58,6, Legnanese 58, Castanese 27,8, Magentino 30,8, Abbiatense-Binaschino 13,1, Sud Milano 42,4, Sud Est Milano 27,7, Adda Martesana 35,5 per cento.

Il tema del consumo di suolo è propedeutico alla definizione di una pianificazione partecipata e sostenibile. E questo è l’obiettivo che la Provincia di Milano si è data quando ha messo mano al processo di adeguamento del proprio Piano territoriale di coordinamento.





Aree agricole, Urban sprawl e perequazione

14 05 2007

di Alfredo Viganò - fonte Eddyburg

La perequazione non è necessaria per tutelare le aree rurali. Un intervento dell’assessore al Territorio di Monza
(perequazione è quel principio la cui applicazione tende ad ottenere due effetti concomitanti e speculari: la giustizia distributiva nei confronti dei proprietari dei suoli chiamati ad usi urbani e la formazione, senza espropri e spese, di un patrimonio pubblico di aree a servizio della collettività)

Grosseto Nord
Una vista di Grosseto Nord.
In questa zona è in progetto la realizzazione di una centrale elettrica a olio di Palma!

La Giunta (Monza) qualche settimana fa ha approvato una Delibera di Indirizzi inerente la “Carta delle aree agricole periurbane” facendo propria, unitamente al Piano di governo del territorio, la filosofia generale di attenzione al rilevante problema delle aree agricole di margine alla città.

Qualche giorno fa il giornale il Cittadino ha fatto un interessante pagina sulle aree agricole e sulla necessità della loro tutela. Problema di interesse non solo locale ma europeo. Infatti sulla eccessiva conurbazione in molte aree del Continente si stanno interessando i legislatori di molti paesi, economisti, ambientalisti e urbanisti.

Settimana scorsa si è svolto l’interessante forum indetto dalla Provincia di Milano (assessore Mezzi : politica del territorio) che ha posto l’attenzione sulle aree agricole (belle e documentate le relazioni sia di Camagni che degli ospiti di altri paesi). Problema non marginale nell’economia, nella qualità alimentare e dell’ambiente, nel paesaggio nel nostro ecosistema, che deve essere affrontato con puntualità nei piani territoriali e comunali (qualche decennio fa era interessante il dibattito anche disciplinare in urbanistica tra città e campagna).

Troppo spesso vi sono, anche nelle posizioni culturali e tecniche (come per la questione energetica) la sottovalutazione di questo problema scivolando nella illusione che il tema delle aree periurbane debba essere affrontato con visione “immobiliare” (ad esempio applicando principi scorretti di perequazione generalizzata per grandi ambiti territoriali e non solo urbanistici di produzione di virtuali gettiti volumetrici). Sembra essere il caso di Milano e altre città.

C’è , anche tra urbanisti, chi pensa ancora che queste aree costituiscano una riserva per ulteriori sviluppi o che il problema sia di dare loro una funzione “perequativa” generando volumetrie da vendere e spostare sulle aree urbane o ai margini delle stesse, con ciò perpetrando ulteriormente la storia di sempre. Con nuovo rivestimento, dell’urban sprawl. Una nuova illusoria deregolamentazione di fatto della centralità che il piano, la pianificazione territoriale deve avere nel riconoscimento dei principi di sostenibilità. Senza cogliere che siamo ad una svolta economica, sociale e culturale in riferimento alle città, al territorio ed al consumo del suolo come risorsa finita.

Non può sfuggire, in questo contesto e ne siamo abbastanza soddisfatti, che il Piano di governo del territorio di Monza, tra i primi qui da noi, ha affrontato questo problema. Non a caso nella stessa menzione speciale al piano di Monza, ottenuta alla “6 European Urban and Regional Planning Awards” si pone in evidenza la particolarità del nostro PGT che cerca di applicare principi propri di sostenibilità e si cita anche espressamente la questione agricola.

Qui a Monza qualche mese fa si è svolta l’assemblea della Confederazione italiana agricoltori proprio in riferimento ai principi introdotti dal piano di Monza in riferimento alle aree periurbane e agricole in particolare. Gli agricoltori, con la collaborazione del Politecnico di Milano ( prof.a Maria Cristina Treu), ma anche il comitato scientifico di Lega Ambiente, hanno posto le basi di una “Carta delle aree agricole periurbane” dove venga riconosciuta la partecipazione a pieno titolo della grande utilità e funzione che queste aree agricole svolgono per la qualità della nostra vita. Dei “valori” che esprimono. Esse partecipano, per il nostro Piano alla formazione dei parchi di cornice alla città in continuità con quelli sovracomunali in particolare lungo il Lambro e lungo il Canale Villoresi.

IL PGT pone questa questione come rilevante e delinea anche risorse e politiche perché le aree agricole partecipino a pieno titolo al paesaggio ed alla economia del nostro territorio. Qui la perequazione non è quella di generare volumi etc. ma di trovare risorse nell’economia della città per “compensare” il ruolo ed il valore che le aree agricole perturbane svolgono per tutti. Anche il PTCP affronta come detto la questione e la legge 12/2005 da competenza alla Provincia per aree che sono nel Piano delle Regole. Sono del parere con molti altri che dette aree debbano diventare sostanzialmente stabili e con valore intercomunale, sottratte in generale ai percorsi di negoziazione a fini edilizi e urbanistici ( diritti volumetrici o peggio).





Sprawl - la Maremma tocca il fondo

9 05 2007

SPRAWL =
1 - Spreco di risorse pubbliche
2 - Aumento del disagio sociale
3 - Costo e allungamento del tempo dei trasporti
4 - Peggioramento della funzionalità delle reti e dei servizi
5 - Aumento dell’individualismo nel soddisfare esigenze di massa
6 - Squilibrio del rapporto uomo natura
7 - Indebolimento dei legami sociali
8 - Distruzione di testimonianze storiche e culturali
9 - Danno estetico dei paesaggi
10 - Consumo del suolo agricolo
11 - Perdita della qualità di vita

vedi un caso esemplare in Maremma
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L’Italia estratta dalla carta che individua il rapporto tra crescita urbana e aumento della popolazione (Rapporto EEA 10/2006). La Maremma appare in fondo alla scala: a fronte di una decrescita demografica si evidenzia una forte antropizzazione.

File Pdf Rapporto EEA 10/2006 (7.275 KB)

L’incessante e rapida sovraccrescita urbana rischia di compromettere l’equilibrio ambientale, sociale ed economico dell’Europa. È quanto afferma una nuova relazione resa nota oggi, a Copenaghen, dall’Agenzia europea dell’ambiente (AEA).

La relazione, intitolata “Urban sprawl in Europe — the ignored challenge” (La sovraccrescita urbana in Europa — la sfida ignorata), mostra come molti dei problemi ambientali in Europa derivino dalla rapida espansione delle aree urbane. L’economia globale, le reti di trasporto transfrontaliero, le grandi trasformazioni sociali, economiche e demografiche nonché le difformità nelle legislazioni nazionali relative all’ordinamento del territorio sono soltanto alcuni dei principali fattori di cambiamento dell’ambiente urbano. La relazione sollecita pertanto lo sviluppo di una politica a livello comunitario finalizzata al coordinamento e al controllo delle attività di pianificazione del territorio.

La sovraccrescita urbana o espansione urbana incontrollata si verifica quando il tasso di trasformazione d’uso del suolo supera il quello di crescita della popolazione. Secondo la relazione, oltre un quarto del territorio dell’Unione europea è stato urbanizzato. Gli europei vivono più a lungo e sempre più spesso da soli, aumentando in tal modo la pressione in termini di spazio abitativo. Si viaggia di più e si consuma di più. Nel periodo compreso tra il 1990 e il 2000, oltre 800 000 ettari di territorio europeo sono stati edificati: un’estensione pari a tre volte la superficie del Lussemburgo. Se questa tendenza persisterà, le aree urbane raddoppieranno nell’arco di appena un secolo.

La continua espansione delle città comporta un aumento del fabbisogno energetico e di infrastrutture per i trasporti nonché l’occupazione di estensioni sempre più ampie di suolo. Tutto ciò danneggia l’ambiente naturale e provoca un aumento delle emissioni di gas ad effetto serra. Il cambiamento del clima e l’aggravarsi dell’inquinamento atmosferico e acustico sono fra le conseguenze. La sovraccrescita urbana incide pertanto direttamente sulla qualità della vita delle persone che vivono nelle città o nei loro dintorni.

“L’espansione urbana incontrollata rappresenta piuttosto una conseguenza dei cambiamenti degli stili di vita e dei modelli di consumo, che della crescita demografica. Il crescente fabbisogno di alloggi, cibo, trasporti e turismo comporta un analogo consumo di suoli. Le aree rurali che circondano le città presentano spesso un valore di mercato meno elevato e questo facilita l’espansione sotto la spinta delle esigenze citate” afferma la prof.ssa Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’AEA.

“I fondi strutturali e di coesione dell’UE, strumenti di cruciale importanza per la società in Europa, rientrano fra i principali responsabili della sovraccrescita urbana. Tale impatto acquista rilievo dal momento che l’UE e i suoi Stati membri stanno discutendo come allocare il prossimo bilancio dell’Unione europea. I nuovi Stati membri, in particolare, andranno incontro ad effetti drastici, e dovrebbero dotarsi di linee guida politiche, al fine di evitare i rischi ambientali derivanti da un afflusso di fondi improvviso”, ha affermato la prof.ssa McGlade.

La relazione contiene studi riguardanti sette città europee, che illustrano diversi approcci, condivisibili o meno, relativi alle attività di pianificazione ed applicati negli ultimi 50 anni. La relazione sottolinea, in particolare, che il fenomeno dell’espansione incontrollata, lungi dall’essere un fatto localizzato, colpisce quasi tutte le città europee e non manca di suggerire iniziative e politiche per il futuro, volte a fronteggiare con efficacia la continua tendenza alla sovraccrescita urbana.

di Patrick Marini





Il mondo va in città

5 05 2007

Il rinascmento del mondo rurale l’unica salvezza
Serve un nuovo orientamento verso economie locali di piccola scala in armonia con la natura, riqualificate e differenziate nelle produzioni, serve l’uso di energie alternative e l’abbandono della chimica. Le comunità coscienti e partecipi possono diventare molto più produttive del sistema intensivo industrializzato, basato sulle grandi monoculture. E’ però una visione di sviluppo che deve saper guardare al passato. E’ giunto il momento in cui la scienza tecnologicamente avanzata deve confrontarsi con le antiche conoscenze delle società rurali.Bisogna ristrutturare le campagne rendendole luoghi belli in cui vivere e lavorare, frenandone lo spopolamento. Ci vuole la possibilità di una socialità rurale piacevole e moderna: portare internet nei luoghi isolati, realizzare scuole, luoghi di aggregazione o cinema, investire nella cultura affinché i giovani non fuggano dalle campagne.
geohive
CRESCITA URBANA e RURALE, 1950 - 2030
source: Population Division, UN: World Population Prospects: The 2004 Revision and World Urbanization Prospects: The 2003 Revision.
More developed regions; they comprise all regions of Europe plus Northern America, Australia/New Zealand and Japan.
Less developed regions; they comprise all regions of Africa, Asia (excluding Japan), Latin America and the Caribbean plus Melanesia, Micronesia and Polynesia.

Da quest’anno, storia umana e storia urbana iniziano a coincidere. Un crocevia fondamentale nei nostri rapporti con gli insediamenti e l’ambiente. Un breve “ripasso” storico proposto da The Economist, 3 maggio 2007 (f.b.)

Titolo originale: The world goes to town – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini - da Eddyburg

Che pensiate che la storia umana inizi nei giardini di Mesopotamia chiamati Eden, o più prosaicamente nelle attuali savane dell’Africa orientale, è chiaro che l’ Homo sapiens non ha iniziato la sua esistenza come creatura urbana. L’ habitat umano delle origini era dominato dalla necessità di trovare cibo, e caccia e raccolta sono cose da spazi aperti. Non fu sino alla fine dell’ultima era glaciale, circa 11.000 anni fa, che iniziammo a costruire qualcosa che si potrebbe definire un villaggio, e a quell’epoca l’uomo esisteva già da 120.000 anni. Ce ne vollero altri seimila per arrivare all’epoca classica, e alle città per svilupparsi fino a raggiungere i 100.000 abitanti e oltre. Ancora nel 1800 c’era solo il 3% della popolazione mondiale a vivere in città. In un qualche momento dei prossimi mesi, però, quella quota supererà la soglia del 50%, se non è già successo. Con saggezza o meno, l’ Homo sapiens è diventato Homo urbanus.
In termini di storia umana, questo potrebbe apparire uno sviluppo positivo. Certo sarebbe molto discutibile affermare che dalla campagna nono è mai venuto niente di buono. Presumibilmente, la ruota è un’invenzione dell’ambiente rurale. E anche gli abitanti delle città hanno bisogno del panem, oltre che dei circenses. Se il Dottor Johnson e Shelley erano nel giusto quando affermavano che i veri legislatori dell’umanità sono i poeti, allora bisogna di sicuro dare merito a colline, laghi e altre delizie rurali per averli ispirati.
Ma i contributi della campagna al progresso umano sembrano poca cosa, se paragonati a quelli urbani. Sviluppo della città è sinonimo di sviluppo umano. Coi primi villaggi è emersa l’agricoltura, l’addomesticamento degli animali: non si doveva più vagare per la caccia e la raccolta, ma si poteva invece riunirsi negli insediamenti, consentendo ad alcuni di sviluppare abilità particolari, e a tutti di vivere più sicuri dai predatori. Dopo un certo periodo i contadini riuscirono a produrre più di quanto si consumava, almeno nelle annate buone, e i vari prodotti dei villaggi- cereali, carne, stoffe, terraglie – si potevano scambiare. Attorno al 2000 a.C. si iniziarono a produrre gettoni di metallo, antenati delle monete, a titolo di ricevuta per le quantità di cereali depositate nei granai. Contemporaneamente, le città iniziavano a prendere forma.

Lo fecero a partire dalla Mezzaluna Fertile, striscia di terre produttive fra gli attuali Iraq, Siria, Giordania e Palestina, da cui emergeranno Gerico, Ur, Ninive e Babilonia. Col tempo vennero altre città in altri luoghi: Harappa e Mohenjodaro nella valle dell’Indo, Menfi e Tebe in Egitto, Yin e Shang in Cina, Micene in Grecia, Cnosso a Creta, Ugarit in Siria e, la più spettacolare, Roma, prima grande metropoli, che poteva vantare, al suo culmine nel III secolo a.C., una popolazione di oltre un milione di abitanti.
Abitare insieme significava sicurezza. Ma le persone si radunavano anche per via dei vantaggi pratici di stare tutti nel medesimo posto: vicino a un fiume o a una sorgente, su un’altura o penisole difendibile, vicino a un estuario o a una fonte di cibo. Era anche importante, ci insegnano gli storici, la capacità di un insediamento di attirare le persone in quanto luogo di incontro, spesso a scopi spirituali o sacri. Tombe, boschetti, anche caverne, potevano diventare luoghi sacri per cerimonie o rituali, verso cui la gente si dirigeva in pellegrinaggi. L’uomo non vive di solo pane.
Comunque il pane, in senso lato, era importante. Le persone arrivavano in città a pregare, ma anche per scambiare – il tempio era spesso anche il mercato – e i beni portati e venduti non erano solo prodotti dei campi, ma anche il frutto dell’opera di artigiani urbani e altri lavoratori qualificati. La città divenne centro di scambio, sia dei prodotti che delle idee, e quindi centro di apprendimento, innovazione, sofisticazione.
Non solo nella Mezzaluna Fertile, ma nei secoli anche a Alessandria e Amsterdam, Cambay e Costantinopoli, Londra e Lisbona, Teotihuacán e Tenochtitlán. É nelle città che l’uomo si libera dalla tirannia della terra, e riesce a sviluppare capacità, a imparare dagli altri, a studiare, insegnare, costruire le capacità sociali che poi fanno sembrare i campagnoli degli zotici. L’homo urbanus non è solo un uomo che vive nella città: è la città stessa.
Le città sono state naturalmente molto più di tutto questo, e non erano tutte uguali. Nel corso del loro sviluppo, alcune si distinguevano per il ruolo religioso (la Roma del secondo periodo), come il centro di un impero (Costantinopoli, Vijayanagara), nuclei amministrativi (Pechino), laboratori politici (Firenze), luoghi dell’apprendimento (Bologna, Fez), del commercio (Amburgo) o di lavorazioni particolari (Toledo). Alcune fiorirono, altre tramontarono, la longevità dipendente da vari fattori come conquiste, epidemie, malgoverno, collasso economico.

La tecnica si dimostra imparziale
Qualunque sia il contesto particolare in cui si sviluppa una città, comunque, il suo vigore molto probabilmente sarà influenzato dall’evoluzione tecnologica. Nello stesso modo in cui è la sovraproduzione agricola a rendere possibili i primi insediamenti stabili, sono le innovazioni nei trasporti a indurre lo sviluppo degli scambi da cui dipende la ricchezza di tante città. Ci sono altri sviluppi tecnologici che rendono possibile la sopravvivenza urbana. I romani, ad esempio, costruiscono gli acquedotti per portare acqua pulita in città, e fogne per renderla più salubre.
Ma se ne avvantaggiano solo i ricchi. La maggioranza dei romani, e degli abitanti delle città nel corso della storia, vivono nello squallore, molti ne muoiono. Le città sono affollate e malsane; le persone malnutrite; la malattia si diffonde rapidamente. Le città crescono in dimensioni e numero di abitanti per lunghi periodi, ma possono declinare e scomparire. Tra l’anno 1000 e il 1300 la popolazione urbana d’Europa si raddoppia, fino a raggiungere circa i 70 milioni (grazie anche in parte a un nuovo sistema di rotazione delle colture, reso possibile da nuovi attrezzi). Poi, con la Morte Nera, si riduce a un quarto. Muore anche la gente di campagna, a sono I cittadini ad essere particolarmente vulnerabili. La loro salute dipende soprattutto da acqua pulita e impianti sanitari, che pochi possiedono, e da sapone e medicine a buon mercato, che devono ancora essere inventati.
Non sorprende che il successivo grande sviluppo urbano derive ancora da un salto tecnologico: l’invenzione dei motori e delle macchine per la produzione. La Rivoluzione Industriale in un primo tempo fa assai poco per rendere migliore la vita urbana, ma offre posti di lavoro: parecchi posti di lavoro. Dalle fabbriche dell’era industriale iniziata alla fine del XVIII secolo nasce un’epoca urbana interamente nuova. I contadini abbandonano le terre a moltitudini per spostarsi nelle città, prima nel nord dell’Inghilterra, poi in tutta l’Europa e in nord America. Nel 1900, il 13% di tutta la popolazione mondiale era diventata urbana.
L’ultimo salto, da quel 13% al 50% in soli 107 anni, deve ancora qualcosa alla scienza e alla tecnologia: avanzamenti della medicina, insieme alle conoscenze sui modi di evitare le malattie, consentono a sempre più persone di abitare insieme senza soccombere, come accadeva un tempo, per la diarrea, la tubercolosi, il colera e altre epidemie. Ma i medesimi sviluppi, hanno allungato la vita anche nelle campagne, portando a enormi incrementi della popolazione rurale. L’ingegno umano non è riuscito a produrre nelle campagne una ricchezza corrispondente a tale crescita. Di conseguenza, molti abitanti di villaggi sono andati a cercare una vita migliore in città.

Le sole proporzioni e velocità dell’attuale espansione urbana, rendono improbabile qualunque grande cambiamento, del tipo di quelli che hanno segnato sinora la storia urbana. Si tratta soprattutto di poveri migranti, in quantità che non hanno precedenti, che producono bambini pure a ritmi senza precedenti. Si tratta dunque in gran parte di un fenomeno dei paesi poveri o poco ricchi; il mondo sviluppato si è lasciato alle spalle gran parte della sua urbanizzazione.
Ma nei paesi poveri si tratta di una tendenza che continuerà. Le Nazioni Unite prevedono che l’attuale popolazione urbana, di 3,2 miliardi di persone, aumenterà sino a quasi 5 miliardi entro il 2030, quando tre persone su cinque vivranno nelle città. L’incremento sarà particolarmente drammatico nelle regioni più povere e meno urbanizzate, in Asia e in Africa. Si tratta delle zone meno in grado di misurarsi col problema. C’è già il 90% della popolazione urbana di Etiopia, Malawi e Uganda, tre dei paesi più rurali del mondo, che vive negli slum.
Nel giro di dieci anni al mondo ci saranno quasi 500 città con oltre un milione di abitanti. Gran parte di questi nuovi cittadini sarà assorbita da metropoli di oltre 5 milioni. E alcuni staranno anche nelle megacittà, ovvero quelle da 10 milioni e oltre di abitanti. Nel 1950 solo New York e Tokyo potevano dire di essere così grandi, ma nel 2020, dice l’ONU, ci saranno nove città - Delhi, Dacca, Giacarta, Lagos, Città del Messico, Mumbai, New York, San Paolo e Tokyo – con oltre 20 milioni di persone. L’area metropolitana di Tokyo già ne contiene 35 milioni, più dell’intera popolazione del Canada.

La Megalopoli del mondo antico stava in Arcadia, parte della Grecia cantata da Virgilio come modello di semplice e lieta vita rurale. Le città che indica ora quel generico nome sono tuttaltro che arcadiche. Per quanto riusciti questi luoghi possano essere, se il successo si misura in termini di crescita di popolazione. Ma la gran parte si trova in paesi poveri, e molti degli abitanti, quando non la maggioranza, abita nello slum.
Invece nel mondo ricco la città sta attraversando cambiamenti di genere molto diverso. Molti dei nuovi centri fioriti nel corso della Rivoluzione Industriale e dell’epoca della manifattura ad essa seguita hanno perso popolazione. Anche New York, tanto a lungo epitome di sofisticazione urbana, ha attraversato un brutto momento negli anni ‘70. Alcune città mantengono un proprio ruolo come centri amministrativi, grazie alle condizioni politiche. Alcune sono ancora centri di scambio, grazie alla posizione geografica. Alcune tengono semplicemente perché hanno raggiunto un certo equilibrio. Altre però sono in difficoltà.
Fra i motivi tradizionali del vivere in città, molti (la presenza del luogo sacro, la vicinanza del cibo) hanno perso importanza. Alcune delle cose un tempo offerte dalla città (fabbriche, negozi) ora si possono trovare nei centri commerciali o zone industriali suburbane. La sicurezza, un tempo fra i motivi principali della concentrazione umana, spesso è questione sfuggente, più nelle vie della droga della metropoli che nell’ambiente dell’esurbio. La tecnologia, che storicamente ha favorito il progresso urbano, ora consente alle persone di lavorare nell’idillio rurale grazie al computer domestico. Nessuna meraviglia che molte città per continuare a prosperare debbano reinventarsi.
Quasi tutti i centri dei paesi ricchi, che siano stabili o in declino, si preoccupano di trasporti, inquinamento, energia, sacche di povertà eccetera. Ed esistono problemi in abbondanza. Ma si tratta di problemi di ordine differente rispetto a quelli affrontati dalle città dei paesi poveri, di gran lunga più drammatici e a fronte di risorse molto più scarse. Se i centri ricchi si preoccupano per flussi in aumento o calo relativamente modesti di popolazione, quelli poveri si confrontano con vere ondate di marea di migranti.
Dunque la storia delle città è giunta a un bivio.

Nota: la conclusione piuttosto brusca del testo si deve al fatto che sono state tagliate le frasi conclusive, che introducevano il successivo articolo sul tema dell’urbanizzazione mondiale proposto dall’Economist una audio intervista a Johnny Grimmond, a cui ovviamente rinvio, oltre che alla versione originale di questo estratto su Mall_int e qui su Eddyburg agli articoli relativi al Rapporto WorldWatch 2007 (f.b.)

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