Se il petrolio va a picco

8 06 2008


Una crisi peggiore del ‘29. Secondo Alberto di Fazioil sistema attuale, in tutte le sue forme, non solo non può essere riformato, ma crollerà - e lo sta già facendo - con un tonfo che però temo si porti via molti di noi esseri umani… e questo a prescindere dalle “idee” che ognuno di noi possa avere. Questa è una conclusione rigorosamente scientifica, tratta dall’analisi dei dati, dei trend e dei processi in atto da ormai più di un secolo, e ampiamente prevista non da “pericolosi rivoluzionari” o “attivisti ecologisti”, ma dal fior fiore dell’intelligentia scientifica dell’MIT – 45 anni fa con Jay Forrester e il General Dynamics Group e 38 anni fa con la task force incaricata dal Club of Rome; e poi ripetuto nel 1992 e nel 2002 con calcoli e modelli aggiornati, oltre che con il confronto con i dati dei 20 e poi 30 anni di dati che precedentemente erano previsioni!

di Francesco Piccione - fonte: Il Manifesto, 25/5/2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ‘70, così come la Libia; l’Iran nel ‘74. Gran Bretagna e Novegia tra il ‘99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose
che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ‘70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ‘29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ‘29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ‘98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ‘72, nel ‘92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.





Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas

31 03 2008

Tre mesi prima di essere assassinato

«Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.»




La bistecca fa male alla Terra

8 02 2008

di Mark Bittman - fonte: La Repubblica, 28/1/2008
copyright: The New York Times - traduzione: Anna Bissanti

Un cambiamento epocale nell’uso di una risorsa che si dà per scontata potrebbe essere imminente. No, non si tratta di petrolio, ma di carne. Come il petrolio anche la carne è soggetta a una domanda crescente a mano a mano che le nazioni diventano più ricche e ciò ne fa salire il prezzo. E come il petrolio anche la carne è qualcosa che tutti sono incoraggiati a consumare in quantità minori. La domanda globale di carne si è letteralmente impennata negli ultimi anni, sulla scia di un benessere crescente, alimentata dal proliferare di vaste operazioni di alimentazione forzata di animali d’allevamento. Queste vere e proprie catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, consumano quantità smisurate di energia, inquinano l’acqua e i pozzi, generano significative quantità di gas serra, e richiedono sempre più montagne di mais, soia e altri cereali, un fatto che ha portato alla distruzione di vaste aree delle foreste pluviali tropicali.
Proprio questa settimana il presidente brasiliano ha annunciato provvedimenti di emergenza per fermare gli incendi controllati e l’abbattimento delle foreste pluviali del Paese per creare nuovi pascoli e aree di coltura. Negli ultimi cinque mesi soltanto, ha fatto sapere il governo, sono andate perse 1.250 miglia quadrate di foreste.
Nel 1961 il fabbisogno complessivo di carne nel mondo era di 71 milioni di tonnellate. Nel 2007 si stima che sia arrivato a 284 milioni di tonnellate. Il consumo pro-capite di carne è più che raddoppiato in questo arco di tempo. Nel mondo in via di sviluppo è cresciuto del doppio, ed è raddoppiato in venti anni. Il consumo mondiale di carne si prevede che sia destinato a raddoppiare entro il 2050.
Produrre carne comporta il consumo di tali e tante risorse che è una vera impresa citarle tutte. Ma si consideri: secondo la Fao, la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, le terre destinate all’allevamento del bestiame costituiscono il 30 per cento delle terre emerse non ricoperte da ghiacci del pianeta. Questa stessa produzione di bestiame è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra della Terra, più di quelle emesse dai trasporti nel loro complesso. Uno studio dello scorso anno dell’Istituto nazionale di scienze dell’allevamento in Giappone ha stimato che ogni taglio di carne di manzo da un chilogrammo è responsabile dell’equivalente in termini di diossido di carbonio alle emissioni di una vettura media europea ogni 250 chilometri circa e brucia l’energia sufficiente a tenere accesa per 20 giorni una lampadina da 100 watt.
Cereali, carne e perfino energia sono collegati tra loro in un rapporto di interdipendenza che potrebbe avere spaventose conseguenze. Benché circa 800 milioni di persone di questo pianeta soffrano la fame o siano affette da malnutrizione, la maggior parte dei raccolti di mais e soia coltivati finiscono a nutrire bestiame, maiali e galline. Ciò avviene malgrado un’implicita inefficienza: per produrre le stesse calorie assimilate tramite il consumo di carni di bestiame allevato e il consumo diretto di cereali occorrono da due a cinque volte più cereali, secondo quanto afferma Rosamond Naylor, docente associato di economia all’università di Stanford. Nel caso di bestiame allevato negli Stati Uniti con cereali questo dato deve essere moltiplicato ancora per dieci. Negli Stati Uniti l’agricoltura praticata per soddisfare la domanda di carne contribuisce, secondo l’Agenzia per la Protezione Ambientale, a circa tre quarti dei problemi di qualità dell’acqua che caratterizzano i fiumi e i corsi d’acqua della nazione.
Considerato poi che lo stomaco delle bestie allevate è fatto per digerire erba e non cereali il bestiame allevato a livello industriale prospera soltanto nel senso che acquista peso rapidamente. Questo regime alimentare ha reso possibile allontanare il bestiame dal suo ambiente naturale e incoraggiare l’efficienza dell’allevamento e della macellazione in serie. È tuttavia una prassi che provoca problemi di salute tali che la somministrazione di antibiotici è da ritenersi usuale, al punto da dar vita a batteri resistenti agli antibiotici.
Questi animali nutriti a cereali contribuiscono oltre tutto a una serie di problemi sanitari tra gli abitanti più benestanti del pianeta, quali malattie cardiache, alcuni tipi di cancro e diabete. La tesi secondo cui la carne fornisce un apporto proteico è giusta, purché le quantità siano limitate.
L’esortazione americana quotidiana a consumare carne - del tipo “guai a te se non mangi la bistecca” - è negativa. Che cosa si può fare? Risposte facili non ce ne sono. Tanto per cominciare occorre una migliore gestione degli sprechi. A ciò contribuirebbe l’abolizione dei sussidi: le Nazioni Unite stimano che questi costituiscono il 31 per cento dei guadagni globali dell’agricoltura. Anche migliori tecniche di allevamento sarebbero utili. Mark W. Rosengrant, direttore della tecnologia ambientale e della produzione presso l’istituto senza fini di lucro International Food Policy Research afferma: “Occorrerebbe investire nell’allevamento e nella gestione del bestiame, per ridurre la filiera necessaria a produrre un livello qualsiasi di carne”. E poi c’è la tecnologia. Israele e Corea sono tra i Paesi che stanno sperimentando tecniche di sfruttamento delle scorie e del letame animale per generare elettricità. Altro suggerimento utile potrebbe essere quello di far ritorno al pascolo. Mentre la domanda interna di carne è ormai uguale ovunque, la produzione industriale di bestiame è cresciuta due volte più rapidamente dei metodi di base di sfruttamento delle terre, secondo quanto risulta alle Nazioni Unite. I prezzi reali di carne bovina, di maiali e pollame si sono mantenuti costanti, forse sono perfino scesi, per 40 anni e più, anche se ora stiamo assistendo a un loro aumento di prezzo. Se i prezzi elevati non costringono a cambiare le abitudini alimentari, forse sarà tutto l’insieme - la combinazione di deforestazione, inquinamento, cambiamento del clima, carestia, malattie cardiache e crudeltà sugli animali - a incoraggiare gradualmente qualcosa di molto semplice: mangiare più vegetali e meno animali.
Nel suo studio del 2006 sull’impatto dei consumi di carne sul pianeta, intitolato “La lunga ombra del bestiame”, la Fao dice: “È motivo di ottimismo prendere atto che la domanda di prodotti animali e di servizi ambientali sono in conflitto tra loro ma possono essere riconciliate”. Gli americani, in effetti, stanno comprando sempre più prodotti eco-compatibili, scegliendo carni, uova e latticini prodotti con metodi sostenibili. Il numero dei prodotti e dei mercati di questo tipo si è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.
Se gli attuali trend continueranno, invece, la carne diventerà una minaccia più che un’abitudine. Non diventerebbe del tutto insolito consumare carne, ma proprio come i SUV dovranno cedere il passo a vetture ibride, l’epoca dei 220 grammi al giorno di carne sarà giunta alla fine. Forse, dopotutto, non sarà poi così drammatico.




Ambiente, il fattore 32

5 01 2008

da un articolo di Jared Diamond – fonte: The New York Times, 2008


progresso e sviluppo: la spiaggia di Marina di Grosseto

Per i matematici 32 = 2^5

Per gli economisti 32 è il numero che quantifica la differenza di stile di vita tra il Primo Mondo e il Terzo Mondo. Rispetto a quest’ultimo, infatti, il tasso medio con il quale nel primo si consumano risorse quali petrolio e metalli, producendo rifiuti come plastica e gas serra, è di circa 32 volte più alto con le relative ripercussioni.

Oggi la Terra è abitata da più di 6,5 miliardi di persone ed entro la prima metà di questo secolo il loro numero dovrebbe salire a 9 miliardi circa.

Di queste si calcola che 1 miliardo ha un tasso relativo di consumo pro-capite di 32 mentre i restanti 5,5 miliardi di abitanti del pianeta ha un tasso relativo di consumo inferiore a 32, quasi sempre vicino a 1 circa.

Giustamente le persone che consumano poco vorrebbero godere di uno stile di vita caratterizzato da alti consumi. I governi dei Paesi in via di sviluppo hanno fatto del miglioramento degli standard di vita un obiettivo primario della loro politica nazionale.

Tra i Paesi in via di sviluppo che stanno cercando di aumentare i tassi di consumo pro-capite interni, spicca la Cina che ha l’economia a più rapida crescita del pianeta e conta una popolazione di 1,3 miliardi di cinesi, il quadruplo degli abitanti degli Stati Uniti. Il mondo già adesso ha penuria di risorse, e ne avrà ancora meno se la Cina riuscirà a raggiungere i tassi di consumo degli americani. Già ora la Cina è in concorrenza con gli americani per i mercati globali del petrolio e dei metalli.

I tassi di consumo pro-capite in Cina sono tuttora di 11 volte inferiori a quelli statunitensi. Se la Cina raggiungesse i livelli americani completamente il mondo raddoppierebbe il suo indice di consumo. I consumi di petrolio aumenterebbero del 106 per cento, per esempio, mentre il consumo globale di metalli salirebbe del 94 per cento.

Se aggiungiamo anche l’India l’indice di consumo globale triplicherebbe. Se poi l’intero mondo in via di sviluppo all’improvviso dovesse sua volta farcela a riguadagnare tale divario, il tasso globale di consumo dovrebbe essere moltiplicato per 11. Sarebbe come se la popolazione del pianeta raggiungesse di colpo i 72 miliardi di abitanti (mantenendo immutati rispetto a quelli attuali i loro indici di consumo).

Alcuni ottimisti affermano che saremmo in grado di tirare avanti con un mondo popolato da 9 miliardi di abitanti. Tuttavia, non ho mai incontrato nessuno pazzo abbastanza da sostenere che altrettanto potrebbe accadere con 72 miliardi di persone. Ciò nonostante, spesso promettiamo ai Paesi in di sviluppo che se solo adotteranno buone politiche — per esempio istituendo governi onesti e praticando l’economia del libero mercato — saranno anch’essi in grado di godere dello stile di vita del mondo sviluppato. Questa promessa impossibile da mantenere, una beffa crudele: già ora incontriamo difficoltà non indifferenti a sostenere uno stile vita da Primo Mondo per un solo miliardo di persone.

Questo sta forse significare che siamo inesorabilmente diretti al disastro?

No se saremo capaci di sacrificare i nostri standard di vita, oggi troppo alti, a vantaggio del resto della popolazione mondiale. Se non lo faremo per libera scelta molto presto lo faremo perchè costretti. Veri e propri sacrifici, in ogni caso, non saranno necessari, perché gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Infatti buona parte dei nostri consumi sono inutili e contribuiscono in minima parte o per nulla affatto alla qualità della vita.

Di certo dovremo consumare meno di quanto consumiamo adesso mentre gli indici di consumo di molti Paesi in via di sviluppo si avvicineranno ai nostri. Si tratta di un trend auspicabile, non di prospettive terrificanti. Il mondo ha seri problemi di consumi, ma se lo vorremo, potremo risolverli. Purtroppo finora la volontà politica è venuta meno.





Emissione Zero

28 12 2007

di Paolo Rumiz - fonte: La repubblica 28/12/07
Niente auto, poco cibo - la mia vita a emissioni zero


Centro commerciale di Paganico (GR)

C’è un uomo che vive al freddo, senza automobile e con la dispensa semivuota. Mangia poca carne, riutilizza la carta usata e va in bici al mercato per comprare rape sporche di terra dai contadini. E’ un cuorcontento, accetta ogni restrizione e anche nei giorni di festa vive lietamente con i motori al minimo. Chi può essere? Un originale, direte. Un poveraccio con la pensione da fame.
Sbagliato. Quel tale è un paladino solitario di “Emissione-zero”, uno che tenta di vivere producendo il minimo di Co2, il gas che la civiltà dello spreco spara nell’atmosfera surriscaldando la Terra e chiudendoci tutti in una cappa mortale. Uno che cerca di vivere mirando a quello zero impossibile, testardamente, per salvare il mondo che verrà.
Ecco, per una settimana ho provato a vivere così. All’osso, calcolando l’equivalente in anidride carbonica di ogni minimo atto. Ho misurato i chilometri in treno, il cibo consumato, i tempi di cottura, gli sciacquoni, e poi ho tirato le somme.
Risultato? Ho consumato metà della metà e la mia vita è cambiata. Sono diventato più ricco, più leggero, più sensibile all’insulto dello spreco. E sicuramente più ai ferri corti con un Paese che non fa nulla per premiare il consumo virtuoso.
La storia comincia quando sento parlare di una società di Legambiente dal nome trasparente di “Azzero Co2″, col timbro del Kyoto Club. Telefono, dico cosa vorrei fare, spiego che vivo a Trieste, in una situazione ottimale, già di “bassa energia”.
Non sono pendolare, non ho auto né lavastoviglie, sto a un secondo piano senza ascensore e ho tutto sotto casa: ufficio, negozi, stazione. La Tv l’ho buttata per manifesta inutilità; possiedo solo una radiolina a onde corte e un glorioso telefonino vecchio di sette anni.
“Lei è un virtuoso”, annunciano. Ma la virtù non basta: loro vogliono accertarsi che sia anche matto abbastanza per sottomettermi alle prove più dure. Così frugano nella mia privacy, annotando ogni minuzia dei miei consumi e si buttano nel conteggio. Elettrodomestici, caldaia, luce, eccetera: totale 2427 chilowattore annui, corrispondenti a 1578 chili di Co2, come sette frigoriferi pieni. Al giorno fanno 4,32. La metà della media europea che è di nove chili pro capite, dato confermato da Greenpeace.
“Ottimo - penso - parto in vantaggio”. Invece no, non sono inclusi i trasporti, e sono proprio quelli che sballano il conto. L’aereo soprattutto, che spara gas-serra in quantità letali. Solo per ricuperare i voli di quest’anno, mi dicono, dovrei piantare alberi per una vita. Replico che sono pronto, anche a non volare più, come Terzani dopo il famoso incontro con l’Indovino. Risposta: “Intanto cominci leggendosi un bel vademecum di consumo etico”.
L’inizio è terrificante. Regole penitenziali a raffica. Se fosse prescritto anche il caffè di cicoria, sarebbe un perfetto manuale di autarchia fascista. Ma è una guerra necessaria: Co2 è in agguato ovunque. Nei cibi refrigerati e nelle lunghe cotture. Nelle confezioni luccicanti di plastica e nel cibo che ha alle spalle grandi distanze di trasporto camion. Soprattutto nella carne, perché il foraggio inquina cento volte più del letame.
Scopro che la mia vita va rivoltata come un calzino. Devo acquistare il pane sotto casa; comprare verdure di stagione, meglio se locali; fare scorta di legumi secchi e abbandonare l’acqua minerale. E poi luci a basso consumo, riscaldamento minimo, docce brevi non quotidiane e - ovviamente - raccolta differenziata della spazzatura. Ultimo sigillo: viaggiare meno. Solo treno e bicicletta.
Mi dicono che avrò a disposizione consulenti “etici”, pronti a sciogliere i miei dubbi e a calcolare l’effetto-Co2 delle mie giornate, sulla base di un rapporto quotidiano che mi impegno a mandare. “Lo zero se lo scordi - mi smontano in partenza - a quello non arriva neanche un monaco tibetano”. Chiedo almeno quale può essere un buon obiettivo. Risposta lapidaria: “Il massimo”. Tanta è l’apnea della Terra.

MERCOLEDI’ - PRIMO GIORNO

Mi sento sommerso di divieti, come un ebreo osservante cui è prescritto anche il piede con cui scendere dal letto. Dio mio, se devo stare attento a ogni boccone che mangio, al compostaggio, al riciclaggio eccetera, il mio diventa uno sforzo monomaniaco, e allora dove va a finire l’etica se non ho più tempo per accorgermi del mendicante sotto casa? E poi come racconterò tutto questo? Elencare una serie di piccoli gesti sparagnini è una noia mortale; come tenere un diario di bordo restando chiusi in cambusa. Una sfida narrativa oltre che ecologica. Per cominciare azzero tutto, nel timore di sbagliare. Per un giorno, niente riscaldamento, acquisti, spostamenti. Posso farlo, la dispensa è piena, non ho viaggi in vista e fuori fa un caldo schifoso. M’accorgo che posso cucinare anche senza il fuoco, così mi regalo un pranzo con acciughe marinate, pane e spinaci crudi col parmigiano a scaglie. Funziona, ma sono pieno di dubbi. E’ Natale ma sul mio tavolo è quaresima. E poi che senso ha tirare la cinghia se il mondo continua a vomitare gas fottendosene del domani? A fine giornata mi sento strano e leggero, come dopo un Ramadan.

GIOVEDI’ - SECONDO GIORNO

Avvio energico. Avvito una cassetta sul retro della bici e, così bardato, affronto il mercato ortofrutticolo. In un angolo trovo un contadino che ha steso a terra un tappeto di meraviglie dimenticate. Verze terragne, crauti, aglio piccolo e pestilenziale, miele di ape dalmatica, uova ruspanti. Compro rape e cachi. Non un’occhiata alle fragole spagnole e ai pomodori di serra. Spendo la metà del solito e mi faccio pure una chiacchierata. Intanto arriva la buona notizia: la prima giornata è andata bene: 1.57 chili di Co2. Grande. Ma la sera mi chiama Repubblica, l’indomani mi spediscono a Monza per servizio ed è chiaro che il viaggio sballerà la media Co2. Ma è meglio così, lo scontro si fa duro. Così scelgo il massimo: solo treno, niente taxi e partenza con bici al seguito. Cominciano le sorprese: gli Eurostar non hanno il vano necessario al trasporto. In Italia le due ruote viaggiano solo su polverosi regionali, il che vuol dire cambi continui e tempi da tradotta del Piave. Comincio a capire. La mia è una guerriglia, un atto eversivo. Devo rassegnarmi ad avere il sistema contro. Tengo duro, cerco ancora, finché scopro sull’orario cartaceo che un treno veloce col porta-bici esiste. Va a Schaffhausen, Svizzera. L’unico, in tutto il Grande Nord. Dai, che ce la fai. La bici comporta altre complicazioni. La liturgia del bagaglio cambia completamente. Devo dividerlo in due sacche e metterci accanto lo zainetto da computer. Come ricambio, niente camicie: solo magliette che non si stirano. Un salutare esercizio di alleggerimento. Dovrei anche cercare un albergo eco-compatibile - c’è una guida apposita che li elenca - ma è troppo complicato e chiedo a un amico di ospitarmi. Sotto casa scopro un’osteria nuova, mi faccio un baccalà in umido e un calice di rosso. Per la prima volta sono ottimista: a fine giornata ho prodotto 1.22 kg di Co2. Un po’ meglio di ieri.

VENERDI’ - TERZO GIORNO

Dal treno per Venezia vedo migliaia di camion fermi in una nube di Co2. Tradotte di agnelli dall’Ungheria alle Calabrie, yogourth francesi diretti in Friuli. Lo sciopero-incubo è finito da una settimana e tutto è come prima. L’Italia ostaggio dei Tir, come il Cile di Allende. A Mestre piazzo le due ruote sull’Intercity. Nella tratta italiana il vano-bici non lo usa nessuno, è tristemente vuoto. In carrozza la gente mi guarda strano. Esco dagli schemi: viaggio con un mezzo povero, ma porto una cravatta elegante e un cappello da rabbino (naturalmente l’ho fatto apposta). A Vicenza mi si siede accanto una mamma ansiogena con due bambini-mostri. Il dialogo si limita al cibo: tavola pancino fame prosciutto mangia bevi ancora basta finisci gnam gnam. Il maschietto ripete: mio mio mio. Poi, guardando il vuoto: io io io io. Conosce solo l’ausiliare “voglio“. Ignora il “posso” e il “devo”. Risate, urla, colpi ai tavolini senza timore di punizioni. E’ chiaro: sono i bambini il primo anello della catena dello spreco. Ai bambini non si nega nulla. Il livello mondiale di Co2 dipende anche da loro. Il bar della stazione di Milano è una mostruosa macchina di rifiuti. In un minuto vedo sparire nelle borse dei viaggiatori tonnellate di confezioni di plastica. Fuori l’aria è irrespirabile, inghiotto polveri sottili per una settimana. Ma è un avvelenamento utile: aumenta la rabbia e la voglia di cambiare. Sento che in me sta avvenendo una trasformazione irreversibile. La sera a Monza piove. Non demordo, pedalo nel buio in mezzo a villette blindate, tra soli immigrati, fino a destinazione, un condominio di periferia. A intervista finita mi chiedono di restare a cena. Accetto, ma è un clamoroso errore. Per restare nella norma devo rinunciare al meglio: lo stufato di manzo, perché ha consumato troppo gas. Ci ridiamo su, ma io torno a Milano-Centrale scornato, bici-treno nella nebbia tra torvi pendolari lumbard.

SABATO - QUARTO GIORNO

Rientro a casa. A Mestre tutti i treni sono in ritardo ma in compenso quaranta megaschermi sparano in simultanea pubblicità per intontire l’utenza. Un costo spaventoso in termini di inquinamento, acustico e atmosferico. Ma nessuno si ribella, siamo una repubblica delle babane. Tacere, obbedire, consumare. La carrozza per Trieste è surriscaldata (mi prendo un raffreddore da fieno) e piena di telefonini sintonizzati sul nulla. Ragazzi ridono ascoltando da un computer una voce che gracchia minacce anti-immigrati in un veneto barbarico condito di bestemmie. Torno a casa nella pioggia, stanchissimo, ma la performance Co2 del viaggio è buona: 26.81 (14.40 + 12.41) in due giorni, tutto compreso.

DOMENICA - QUINTO GIORNO

Vado in centro, tra le luminarie. Gli italiani saranno anche più poveri ma i loro carrelli sono stracolmi. In un Paese che frana riempire la dispensa è una terapia ansiolitica, l’unica consentita. Dilapidare, per non pensare che si sta dilapidando. Ma la paura affiora negli sguardi. E’ quasi Natale e nessuno sorride. A me sembra invece di sentire le feste per la prima volta dopo anni. Approfitto della domenica, vado in ufficio e metto la stanza in assetto-risparmio. Nella risma della fotocopiatrice piazzo fogli già usati da un lato, poi elimino ogni situazione di stand-by e faccio strage di luci inutili. E la sera, visto che ho un cesto di pane secco, metto a mollo le pagnotte per fare gli gnocchi. Ricetta della nonna, con aggiunta di speck, aglio, formaggio, prezzemolo eccetera. Vengono una meraviglia, e la performance migliora ancora: 0.97.

LUNEDI’, NATALE - SESTO GIORNO

E’ Natale e faccio la rivoluzione. Chiudo il freezer, tanto non serve. Visto che è dicembre, metto in terrazza una dispensa per le verdure. Sposto il tavolo vicino alla finestra per consumare meno luce. Compro due prese elettriche intelligenti, che si disattivano quando le batterie del telefonino o computer sono cariche. Installo in bagno un rompi-getto, che dimezza i consumi. Ordino un carica-telefonino da bici che sfrutta l’energia della pedalata. Ormai ci ho preso gusto. Sostituisco il dentifricio col bicarbonato. Elimino i sacchi di plastica della spesa e metto accanto alla porta una borsa con le ruote. Poi divido le immondizie alla tedesca. Cinque contenitori: vetro, plastica, cibo e carta, divisa tra confezioni alimentari e giornali. E’ un atto solo simbolico - nella civilissima Trieste non esiste raccolta differenziata - ma che importa: mi serve come autodisciplina e a capire quanto spreco. La prima somma è stupefacente: in cinque giorni la spazzatura si è dimezzata. Mi chiedo: perché, accanto alla Costituzione, a scuola non si insegna anche consumo etico? Perché i presidi non smantellano quegli osceni distributori di merendine? Mi accorgo di tante cose, per esempio che i negozi di cose “biologiche” hanno spesso prezzi immorali e vendono roba che ha alle spalle trasporti lunghissimi. Un imbroglio per ricchi e malati terminali. Un amico mi sfotte, dice che lo sforzo è patetico e il mondo affonderà lo stesso. Rispondo che la parola “Economia” viene dal greco e significa “gestione della casa”. Vuol dire che gli antichi sapevano: il mondo si cambia partendo dal proprio piccolo. Sì, sento che funziona. Sono entrato a regime: il bilancio della giornata è ottimo: 0.75. E’ una settimana che non accendo il riscaldamento e l’idea che Putin - il “genio” della fiamma azzurra nel mio bollitore - abbia guadagnato meno, mi fa godere.

MARTEDI’ - ULTIMO GIORNO

Invece dell’abete natalizio, che non ho mai comprato, trovo dai Forestali una piantina di quercia e salgo a piantarla in un parco di periferia. Scopo della missione: compensare l’anidride emessa nel viaggio a Milano. Per coerenza ci vado a piedi, seguendo le prescrizioni di Kyoto. Poi torno in città felice, con le mani sporche di terra e una fame da bestie. Così ho santificato le feste. Chiudo la mia settimana “all’osso” invitando a casa tre amici. Cena natalizia autarchica: tonno marinato con sedano e cipolla, seppie in umido. Al posto delle lampadine, candele; e così scopro che con la luce bassa ci di diverte di più. C’è un gran discettare di consumi, la storia di Co2 appassiona tutti. Il risultato del giorno è ottimo: 0.36. Un decimo della mia già virtuosa base di partenza. Festeggiamo con coppe di yogurth coperto di miele e mirtilli secchi, poi una grappa di Ribolla. In una settimana ho messo a segno una media-record di kg. 0.84 di Co2, che sale a 4.52 con tutto il viaggio a Milano (senza lo sconto dell’albero piantato). E’ stato difficile? Per niente. A Natale finito ripenso ai supermarket, agli schieramenti di inutilità luccicanti, e mi sembra di rivedere i reduci malconci di una guerra perduta, mille anni fa.




Il pericolo della cultura

24 11 2007

di Marco Lodoli - fonte: la Repubblica del 21/11/2007


Grosseto, via Monte Leoni

A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d’oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l’altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione. Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti un’analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso.

«Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull’eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all’economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli. Ecco dov’è l’ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l’Occidente si regge solo sulla frenesia, sull’avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l’Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c’è niente da fare, se il desiderio non pompa l’acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto. E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l’autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».

Sono rimasto a bocca aperta. L’immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento: se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola: «Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».





La lunga strada del cibo

15 10 2007

Un tassametro per le food miles
di Carlo Petrini ( www.slowfood.it) – Fonte: La Repubblica 25/9/07

Strano ma vero: dal punto di vista ambientale il biologico può anche essere meno sostenibile dell’agricoltura convenzionale. Nel 2005 due studiosi inglesi, Tim Lang dell’Università di Londra e Jules Pretty dell’Università dell’Essex, hanno calcolato l’incidenza delle food miles sul cibo e hanno dimostrato come i costi nascosti che non sono mai calcolati in un’economia di filiera possano arrivare a ribaltare il concetto che l’agricoltura biologica sia più sostenibile per l’ambiente di quella che usa pesticidi e fertilizzanti.

Il concetto di food miles, le miglia del cibo, è stato inventato proprio da Tim Lang, nei primi anni novanta, per mettere in evidenza quanto il cibo percorra grandi distanze, spesso assurde, prima di giungere sulle nostre tavole. Da allora è stato varato un progetto di ricerca scientifica nelle università inglesi che è arrivato a quantificare in termini monetari, il costo di queste food miles, a seconda del tipo di trasporto e delle sue emissioni, bilanciato con le quantità trasportate, i costi ambientali dei metodi di produzione, gli scarti di produzione e consumo, o anche fattori dei quali è complicato stabilire l’influenza, come i sussidi all’agricoltura.

II termine è entrato nell’Oxford English Dictionary e da alcuni anni è piuttosto comune tra gli addetti ai lavori, ma la questione resta e ha molte variabili. Il livello di emissioni di CO2, la congestione del traffico, il deperimento della qualità dei prodotti, il benessere animale, l’incidenza sulle diete e sui tipi di agricoltura praticati sono soltanto alcuni dei costi che si celano alle spalle di un sistema che in alcuni casi pare impazzito. Lang e Pretty hanno calcolato che, in Gran Bretagna, sommando l’inquinamento portato dai metodi agricoli intensivi e i vari viaggi che deve fare un prodotto, ci sono costi nascosti pari all’11,8% del prezzo pagato dal consumatore. Quindi sono giunti a dire che se gli inglesi consumassero solo cibi da agricoltura convenzionale, ma prodotti nel raggio di 20 km e andando a fare la spesa in bicicletta o a piedi, questi costi sarebbero gli stessi:(7% del prezzo finale) di quelli generati se consumassero solo cibi biologici, ma prodotti in tutta Europa e facendo la spesa in automobile.

Al di là di questi dati e delle provocazioni (va da sé che l’ideale sarebbe il biologico locale), il merito della ricerca inglese è stato di mettere in evidenza quanto sia decisiva, in termini di sostenibilità, la provenienza del nostro cibo, che arriva a incidere quasi quanto i metodi di agricoltura praticati. Perché accadono cose quasi surreali. Ad esempio, il fatto che l’Olanda sia diventato il maggior esportatore mondiale d’arance soltanto perché ha sviluppato la logistica della loro distribuzione. Spulciando tra i dati del dipartimento dell’agricoltura Usa, si scopre che nel 2004 gli Stati Uniti hanno esportato 20 milioni di dollari di lattuga in Messico. Lo stesso anno hanno importato 20 milioni di lattuga dal Messico. Oppure: la California ogni anno vende al mondo 19 milioni di dollari di asparagi e nello stesso periodo ne compra per 38 milioni da fuori. È paradossale poi che nel 2003 il porto di New York abbia visto partire per l’Italia 1,1 milioni di dollari di mandorle, mentre dall’Italia giungevano ai suoi docks esattamente 1,1 milioni di dollari di mandorle.

E’ necessaria una ri-localizzazione delle produzioni agricole, un ritorno, a seconda delle possibilità dei diversi territori e nazioni, a economie locali del cibo. Intendiamoci, non sto dicendo che il viaggio degli alimenti ormai sia diventato politicamente scorretto e che dunque vada abolito. Non sto dicendo che in Alaska devono soltanto mangiare salmoni, muschi e licheni. Ma me la sentirei di raccomandare un po’ più di buon senso. Vanno aboliti i trasporti inutili; va cancellata dalle nostre menti l’idea che possano esistere nazioni senza una propria agricoltura.

Il cibo deve viaggiare il meno possibile. Secondo il principio di un’economia locale, i territori e le nazioni che possono dovrebbero provvedere innanzi tutto al loro sostentamento. Dopodiché le possibilità che ci offrono i moderni siatemi di trasporto ci consentirebbero di sopperire a eventuali carenze e squilibri. In tutto il mondo stanno nascendo progetti per far rinascere i mercati contadini (sul modello dei farmer’s markets Americani, ma noi in quanto a tradizione mercatale non abbiamo nulla da invidiare a nessuno) o forme di distribuzione il più possibile diretta (come la C.s.a, Community Supported Agricolture), e anche molti cuochi puntano con decisione a rifornirsi solo da produttori locali. Ma ditemi che senso ha che nella piana d’Albenga avvenga ciò che mi ha raccontato un produttore: la domenica sera un camion ha ritirato i suoi carciofi per portarli a Milano. Il venerdì successivo ha scoperto che i suoi carciofi erano finiti nel supermercato che sta a 100 metri da casa sua.

Verrebbe da proporre che le food miles comincino a essere segnalate in etichetta, perché non è più soltanto una questione di origine dei prodotti, ma anche del loro percorso. Anche i governi potrebbero iniziare a pensare ad un sistema di tassazioni, incentivi e meccanismi regolatori. Qualcuno ha già proposto una sorta di tassametro per gli alimenti, i cui proventi potrebbero tradursi in incentivi per le economie agricole locali.

Evidenziare i dati delle food miles non è un’operazione balzana. E parlare di economia locale non significa proporre un modello autarchico o chiuso. Significa, in tema di cibo, pensare a razionalizzare in maniera sostenibile la produzione e il consumo, nel rispetto delle culture locali, della biodiversità e della salute pubblica. E anche del gusto aggiungerei, visto che i cibi di stagione, freschi, appena colti o preparati da sapienti mani, sono decisamente più gratificanti per il palato e per la nostra felicità.

Per saperne di più:
www.slowfood.it
www. fwi.co.uk//gr/foodmiles/index.html