Berlinguer e il “Picco di Hubbert”

5 07 2008


Parole profetiche, quelle pronunciate dal lungimirante Enrico Berlinguer sull’Austerità a Roma nel 1977 e a Milano nel 1979 (vedi estratto del discorso), nate in un contesto culturale e scientifico influenzato dalla crisi petrolifera degli anni ’70 e dalla pubblicazione di “The Limits to Growth”, di Donella e Dennis Meadows e Jorgen Randers. L’analisi, basata sulla “Dinamica dei sistemi”, concludeva che se non fossero state intraprese azioni adeguate da parte dell’umanità per modificare il modello di sviluppo, sarebbero stati superati nei primi decenni dell’attuale secolo i limiti fisici del pianeta, determinando la crisi e il collasso del sistema. Essi avevano individuato tre azioni imprescindibili per invertire la tendenza al superamento e al collasso: Leggi il seguito di questo post »





Se il petrolio va a picco

8 06 2008


Una crisi peggiore del ‘29. Secondo Alberto di Fazioil sistema attuale, in tutte le sue forme, non solo non può essere riformato, ma crollerà - e lo sta già facendo - con un tonfo che però temo si porti via molti di noi esseri umani… e questo a prescindere dalle “idee” che ognuno di noi possa avere. Questa è una conclusione rigorosamente scientifica, tratta dall’analisi dei dati, dei trend e dei processi in atto da ormai più di un secolo, e ampiamente prevista non da “pericolosi rivoluzionari” o “attivisti ecologisti”, ma dal fior fiore dell’intelligentia scientifica dell’MIT – 45 anni fa con Jay Forrester e il General Dynamics Group e 38 anni fa con la task force incaricata dal Club of Rome; e poi ripetuto nel 1992 e nel 2002 con calcoli e modelli aggiornati, oltre che con il confronto con i dati dei 20 e poi 30 anni di dati che precedentemente erano previsioni!

di Francesco Piccione - fonte: Il Manifesto, 25/5/2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ‘70, così come la Libia; l’Iran nel ‘74. Gran Bretagna e Novegia tra il ‘99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose
che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ‘70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ‘29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ‘29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ‘98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ‘72, nel ‘92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.





Austerità

7 06 2008

dai discorsi di Enrico Berlinguer al Teatro Eliseo di Roma (1977) e al Teatro Lirico di Milano (1979)

L’austerità, leva per trasformare l’Italia ed instaurare una cooperazione col Terzo mondo
L’austerità come leva di sviluppo

(…) Una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’Occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’Occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di Instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere - dobbiamo ammettere, anzi - che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese. (…)
L’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell’Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono: innanzi tutto, il moto e l’avanzata dei popoli e paesi del Terzo mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d’inferiorità, cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l’acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l’Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibilità economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticinque anni.
Da tempo noi comunisti cerchiamo di richiamare l’importanza e di far prendere coscienza di questi dati oggettivi della situazione del mondo e dell’Italia. Tuttavia, ancora oggi molti non si sono resi conto che adesso l’Italia si trova oramai - ma io credo, prima o poi, anche altri paesi economicamente più forti del nostro si troveranno - davanti a un dilemma drammatico: o ci si lascia vivere portati dal corso delle cose così come stanno andando, ma in tal modo si scenderà di gradino in gradino la scala della decadenza, dell’imbarbarimento della vita e quindi anche, prima o poi, di una involuzione politica reazionaria; oppure si guarda in faccia la realtà (e la si guarda a tempo) per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, in un ‘iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà, che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell’uomo sulla storia e sulla natura.
Ecco perché diciamo che l’austerità è, si, una necessità, ma può essere anche un’occasione per rinnovare, per trasformare l’Italia: un’occasione, certo, come ha detto qui un compagno operaio, tutta da conquistare, ma quindi da non lasciarci sfuggire.
L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (…)
La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. “Lor signori”, come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l’assurdo perché in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari.





Una cultura da cambiare

23 05 2008

di Carlo Petrini - fonte: La Repubblica, 21/5/2008

Provate mai a immaginare questo nostro pianeta come un essere in grado di parlare e di dialogare con noi? A immaginare quel che vorrebbe dirci, se potesse comunicare a parole? Io ogni tanto ci provo, con risultati devastanti. Perché un conto è metaforizzare i cataclismi che sono davanti agli occhi di tutti noi (dall’ uragano Katrina alla desertificazione delle foreste) come “risposte” della Terra ai comportamenti dell’ uomo. Risposte allarmanti, ma che mantengono, nella loro straordinaria violenza, un segnale di energia, di presunta vendetta. Quando, invece, me la immagino che ci parla non riesco a non pensarla esausta, indebolita. Non immagino una voce stentorea che mi si rivolga con odio e rabbia, ma una voce stanca e affranta, che chiede una tregua, che chiede quando mai la finiremo, o per lo meno sospenderemo, di prendere, prendere, prendere. Si è molto parlato, nelle settimane pre-elettorali, dell’ ambientalismo del fare. Io, a titolo di completezza, sarei per specificare “del far bene”, nel senso che il fare, in sé, non mi pare un valore. Anzi, mi preoccupa un po’ , come mi preoccupa quest’ incondizionata passione che i politici, senza distinzione di appartenenza, hanno dichiarato nei confronti della crescita del Pil. Il Pil cresce anche producendo mine antiuomo, o imballaggi inutili che dovranno essere smaltiti (e anche questo fa crescere il Pil) o che, se smaltiti malamente, inquineranno acqua, aria, terra; e per bonificare, ammesso che sia possibile, si farà ancora crescere il Pil. Se invece si mettesse in campo un pizzico di saggezza, si potrebbe intraprendere la strada dell’ economia del “non fare”. Perché a volte è lì la chiave della ricchezza. Raffinerie, treni ad alta velocità e cementifici nelle vigne, sono ferite aperte nel cuore di territori che, in salute e bellezza, stanno producendo economia. Perché non lasciarli continuare? Perché disturbare? Bisogna stare attenti, perché la cultura del fare, se non ha filtri, diventa la cultura del rifare, del disfare, del fare troppo per poi sfasciare. È una cultura subdola, perché si spaccia per libertà, progresso, benessere. Pensate ai prodotti dietetici che vengono pubblicizzati in questi ultimi tempi. Pastiglie che impediscono all’ organismo di assorbire calorie, mentre se ne ingurgitano a volontà. Non è una follia? Non è immorale? Per non ingrassare bisogna mangiare di meno e meglio e avere uno stile di vita corretto; la soluzione non può essere ingurgitare qualunque quantità di cibo per poi rendere il nostro organismo impermeabile alle calorie. È come tenere le nostre case a 25 gradi d’ inverno per stare in salotto in maniche corte; è come usare abbondantemente la preziosa acqua potabile per lo sciacquone del water. Ecco dove ci ha portato la cultura del fare. A fare male, a fare troppo. A fare cose che ci costano tanti soldi, e per avere quei soldi dobbiamo lavorare di più, e per lavorare dobbiamo fare, fare, fare. Se mangio meno e meglio spendo meno e non ingrasso. Risparmio sia sul cibo che sulle pastiglie dimagranti. Posso destinare quei soldi diversamente, oppure decidere che non ne ho bisogno, quindi non ho necessità di guadagnarli, quindi ho qualche ora libera in più. Magari per curare un piccolo orto, o per giocare con i figli o per leggere il giornale, saltando le pubblicità delle pastiglie dimagranti. L’ economia del “non fare”, invece, ha le sue radici nella cultura dell’ osservare. E del chiedersi: che bisogno ce n’ è? L’ economia del “non fare” ha uno sguardo lungo, non ragiona in termini di ritorni immediati: ha i tempi della natura, non quelli della finanza. Investe a lunghissimo termine e ha straordinari ritorni, perché è un’ economia che non si occupa solo di denaro. Si occupa di culture, di identità, di territori, di origine, di storia e di storie; si occupa di paesaggio, di turismo, di conoscenza, di salute e di bellezza; si occupa di vigne, di imprenditoria, di mercato, di relazioni, di comunità, di coerenza. Siamo capaci di calcolare queste spese? Quanto costa una collina distrutta? Quanto costa un paesaggio devastato? Quanto costa un anziano che si immalinconisce perché il figlio non curerà più la vigna? Quanto costa l’ orrore di un cartello che, in mezzo a colline vitate, avvisa che respirare può essere pericoloso? Quanto costa un bambino che cresce in mezzo alla bruttura? I crociati del fare insorgeranno: con la cultura del non fare non ci sarebbero nemmeno le vigne, diranno. Troppo facile esagerare. Troppo facile far finta di non capire che quando parliamo di economia del non fare stiamo parlando, semplicemente, di economia della cura. E la cura è una cosa seria, complessa e delicata. Che richiede sensibilità, competenza e dedizione. Perché non si può, mai, curare solo una parte. Ecco cosa ci chiede la Terra con la sua voce stanca: che ci si prenda cura di lei. Che la si smetta con gli interventi, le violenze, le conquiste. Che ci si metta in ascolto, per capire dove duole, cosa le fa male, cosa le fa bene. Deponiamo le armi del fare, smettiamo di considerarci padroni a casa d’ altri. Cerchiamo di non disturbare, di non interrompere, di non sporcare. Ascoltiamola e prima o poi capiremo che la cura che serve a lei, è la stessa che serve a noi. Se non ci alleniamo in questo esercizio, gli unici messaggi che riusciremo a cogliere resteranno quelli delle catastrofi. E dopo ogni catastrofe i falsi crocerossini del fare si rimettono all’ opera, mentre i curatori del far bene vedono allontanarsi il traguardo del benessere.





Popolazione e l’insostenibile logica del PIL

24 04 2008

Si parla di sovrappopolazione se il consumo delle risorse è superiore a quelle disponibili e dipende quindi dai livelli di consumo assoluti e pro capite e dai metodi produttivi. Una popolazione che appaia insostenibile ad un certo livello di consumo pro capite potrebbe diventare sostenibile ad un livello inferiore: mangiando vegetali invece delle bistecche potremmo sostenere una popolazione perfino più ampia di quella attuale occupando l’impronta ecologica delle mucche!

Le risorse sono un dato storico non assoluto; una cosa che non rappresenta una risorsa per una certa popolazione, lo diventa per un’altra; Così come oggi l’olio di balena non rappresenta più una risorsa fondamentale, fino al 1800 non lo era il petrolio che poteva scomparire senza arrecare danni.

Il meccanismo mercantile capitalistico che segue la logica del PIL e che spinge a produrre e consumare sempre più è invece intrinsecamente insostenibile qualunque sia il livello della popolazione perché un consumo pro capite elevato porta comunque al limite;

“Risorse disponibili” non significa risorse disponibili una sola volta ma risorse che l’ecosistema, di cui noi facciamo parte, riproduce costantemente;

Probabilmente siamo troppi ma quello che è certo è che consumiamo troppo in quanto succubi del mercato autocataliticamente crescente del capitalismo; il problema è politico prima che tecnico o di popolazione;

A questo punto il dilemma è la scelta tra la riduzione brutale della popolazione lasciando intatto il meccanismo mercantile o l’eliminazione brutale del meccanismo mercantile riducendo al minimo la popolazione.





L’Onu: «La Terra verso la catastrofe»

19 03 2008
I politici non sembrano essere in grado di metabolizzare il fatto che che per per tenere in piedi la nostra civiltà occorre ridurre consumi, impronta ecologica e tutto il resto, incluso redditi e patrimoni, al 25% dell’attuale entro i prossimi 10 anni. Occorre, cioè, LIBERARE la gente dal consumo e dall’ostentazione, porsi come l’avanguardia di un esercito di liberatori pacifici, sacerdoti di una nuova religione umanistica, e istruttori di una vita felice da disintossicati.
Disintossicare l’occidente dall’orgia consumistico-ostentativa e dalla pretesa globalistico - coloniale è come tentare di fermare e riorganizzare una truppa in ritirata caotica e disordinata in stato di chock standone alle spalle.

di Francesco Tortora - fonte: Corriere della Sera, 26/10/2007 (modificato il 27/10/2007)
Tre i grandi mali del pianeta: riscaldamento, sovrappopolazione, fine della biodiversità

La Terra è vicina al punto di non ritorno e il futuro dell’umanità è seriamente compromesso. Lo afferma l’ultimo allarmante studio intitolato «Global Environment Outlook» e presentato dallo «United Nations Environment Programme» (Unep), l’organismo delle Nazione Unite che ha sede a Nairobi e che si occupa della tutela ambientale. Lo studio, al quale hanno partecipato oltre 1400 scienziati, è stato pubblicato a 20 anni di distanza dal celebre rapporto «Il futuro di tutti noi», analisi della «Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo» nella quale per la prima volta fu formulato il concetto di «sviluppo sostenibile». Secondo il recente studio tre sono le cause che maggiormente mettono in pericolo la vita sul nostro pianeta: il riscaldamento climatico, il progressivo aumento numero delle specie in via d’estinzione e la rapida crescita della popolazione.

ATTIVITA’ UMANA - Gli scienziati hanno sottolineato che le attività umane ormai condizionano fortemente il clima della Terra e gli ecosistemi. La situazione può diventare ancora più catastrofica se, come stimano alcune proiezioni scientifiche, la popolazione umana raggiungerà gli 8 miliardi e 10 milioni di abitanti nel 2050. Negli ultimi venti anni, la popolazione mondiale infatti è aumentata di 1,7 miliardi di persone, passando da 5 a 6,7 miliardi di abitanti. «La popolazione umana adesso è così numerosa che l’ammontare delle risorse di cui ha bisogna per sopravvivere è superiore a quelle che la Terra riesce a produrre» afferma Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep

CAUSE - Il riscaldamento climatico e la rapida crescita demografica sono le cause principali del gran numero di animali estinti o in via d’estinzione. Secondo le cifre presentate dall’Unep circa 30% degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli rischiano di scomparire, mentre tra i fiumi più grandi del mondo, uno su dieci, a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento eccessivo della pesca, è sottoposto a profondo stress idrico e di anno in anno riduce sempre di più la sua portata d’acqua prima di raggiungere il mare.

AVVERTIMENTO E STIMOLO - Il rapporto, secondo gli scienziati, vuole essere allo stesso tempo sia un forte avvertimento sia uno stimolo al cambiamento. Se si vuole evitare una catastrofe, dichiara senza mezzi termini lo studio, entro il 2050 bisogna ridurre le emissioni di gas serra del 50% rispetto a quelle che erano prodotte nel 1990. Ciò significa che i paesi più industrializzati devono tagliare dal 60 all’80% le loro emissioni. Nel rapporto non mancano le note positive. Il direttore Steiner fa notare che i paesi dell’Europa occidentale hanno preso effettive misure per ridurre l’inquinamento atmosferico, mentre il Brasile ha fatto notevoli sforzi per combattere la deforestazione: «La vita sulla Terra potrebbe essere più semplice se non ci fossero questi tassi di crescita demografica. Ma costringere le persone ad avere meno figli è una soluzione semplicistica. La cosa migliore sarebbe accelerare il benessere dell’umanità e usare più razionalmente le risorse che il pianeta ci offre».





Decrescita: Latouche, la felicità con meno

24 02 2008

di Paolo Rumiz - fonte: La repubblica, 24/2/2008
Un bel ritratto del filosofo teorico della decrescita Serge Latouche

Attenti, c´è una parola nuova in orbita. Ha solo sei anni, gli stessi dell’emergenza terrorismo. È stata lanciata quasi per caso nel marzo del 2002, a un incontro dell´Unesco a Parigi. Oggi vola alta, indica una rotta luminosa in un caos di disastri, surriscaldamenti climatici, emergenze immondizie, epidemie. Il suo nome è “decrescita“, e pare abbia un grande effetto pedagogico e liberatorio. Mobilita, diventa passepartout, propizia il contatto fra nuclei di resistenza, costruisce reti. Il suo scopo è rallentare, offrire alternative credibili alla tirannia dello spreco. Il suo slogan: vivere con meno è facile. Persino divertente.
Nome Serge, cognome Latouche, nazionalità francese. Il profeta del nuovo verbo globale vive tra Parigi e una vecchia casa in pietra rimessa a posto con le sue mani sui Pirenei Orientali, sotto il Pic Canigou, l’ultimo “paracarro” prima del grande ammaraggio dei monti nel Mediterraneo. Si sposta rigorosamente in treno e spende molto del suo tempo in giro per l’Europa a organizzare le pattuglie disperse del consumo virtuoso. Affascina, racconta, scrive pamphlet, fustiga l’economia globalizzata e la sciagurata «teologia del Pil». Insiste, soprattutto, sul lato «conviviale» di un’austerità intelligente.
Già in treno, andando da lui, la diga si rompe. Appoggio un suo libro sul tavolinetto - titolo “Come sopravvivere allo sviluppo” - e i vicini di scompartimento si avvicinano, come attirati da una calamita. Pendolari trentenni, titolari di lavoro precario. Chiedono di dare un’occhiata, leggono avidamente. Dentro c’è scritto che il collasso è questione di trent’anni. Diecimila giorni, roba da conto alla rovescia. Il petrolio si esaurisce, gli oceani si innalzano, centinaia di milioni di uomini dovranno spostarsi, il clima impazzisce, l’aria si avvelena, la sterilità maschile aumenta anno dopo anno. Tutto converge verso la stessa “deadline”, il 2030 o giù di lì.

I pendolari insistono, chiedono chi sia Latouche, vogliono sapere di lui, danno inizio a una discussione. Sono bastate poche righe di quel libro a svelare la paura sommersa più diffusa degli italiani. «Macché criminalità», dicono, «ci parlano di zingari e rumeni per non farci riflettere seriamente su queste cose». Hanno mangiato la foglia, ma non si accontentano di un megafono di protesta. Cercano una guida, qualcuno capace di rassicurare e tirarli fuori dal vicolo cieco. Chiedono soprattutto parole di buon senso.

È esattamente ciò che trovo quando incontro il mio uomo. Colui che ho di fronte, accanto a un piatto di stoccafisso e una bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo, è l’esatto contrario dell’eco-fanatico imbonitore di folle. Latouche è un tipo semplice, tranquillo, asciutto, segaligno e robusto come un ramponiere. Il suo volto è segnato da rughe, ha capelli grigio-ferro e l’occhio da aquilotto. È arrivato zoppicando con un gran sorriso, appoggiato al lungo bastone che è il suo emblema di viandante. «Che vuole, cher ami, ho le ginocchia calcificate e le piante dei piedi consumate dal troppo camminare. Ma è giusto così…, non è mica giusto lasciare al buon Dio un fisico in perfetta efficienza. No?».
Pensi che abbia formule da svelare: invece spiega che basta concentrarsi sulla qualità della vita. Dobbiamo liberare l’immaginario, reso schiavo di un feticcio apportatore di sventure. La parola sviluppo. Basta dire ai politici che, rinunciando alla mistica della crescita, non perderanno elettori, al contrario. Far capire alla gente che, scegliendo la decrescita, non torneranno all’età della pietra, ma solo a quarant’anni fa.

«I poteri forti ci ricattano, tengono in ostaggio la nostra immaginazione. Ci dicono che con la decrescita scenderà su di noi la tristezza di un’infinita quaresima. Non è vero niente. Invertire la corsa ai consumi è la cosa più allegra che ci sia». Questo è del resto il tema del suo prossimo libro in uscita in Italia a metà marzo per Boringhieri: s’intitola “Breve trattato sulla decrescita serena”. Latouche ce l’ha a morte anche col terrorismo mentale degli ecologisti annunciatori di penitenza. Sorride sotto la barba: «Ah, il masochismo protestante, il senso del dovere, i dieci comandamenti… Ma no! La sola regola è la gioia di vivere».

Quarant’anni fa, si diceva. Il disastro è cominciato allora. È lì che si è scatenata la corsa allo spreco. In quarant´anni il nostro impatto negativo sulla biosfera è triplicato, e non smette di crescere. Sembra impossibile, no? In fondo, non mangiamo il triplo, non facciamo il triplo di viaggi, non usiamo il triplo di vestiti… Come si spiegano questi numeri da apocalisse?
Semplice. Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura… Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora… E se non li cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi…
E che dire delle bistecche, che quarant’anni fa avevano il sapore dei pascoli. Oggi sono gonfie di mangimi alla soia, coltivata a migliaia di chilometri di distanza, in campi ricavati dai disboscamenti dell’Amazzonia. «Una volta ero un divoratore di carne. Oggi la mangio col contagocce. Ma non per negarmi qualcosa. Lo faccio per divertirmi a scoprire le nuove frontiere del mangiare. Il mio amico Carlo Petrini dice che un gastronomo non ecologista è un imbecille, e un ecologista non gastronomo è una persona triste. Ci pensi: è verissimo».

Per i rifiuti la regola base del benessere non cambia. «Inutile fare come i tedeschi, per i quali la raccolta differenziata è diventata ossessione. Basta comprare diversamente, vivendo in modo conviviale. Non c’è inceneritore che tenga… Il miglior rifiuto è quello non prodotto… E attenzione, lo dico agli amici italiani, l’assedio da immondizie non è una questione napoletana. È una questione mondiale, il libro di Saviano lo dice chiaro. Gli Stati Uniti mandano in Nigeria ottocento navi al mese di rifiuti tossici non riciclabili».

Affrontiamo in letizia lo stocco, il pane e il vino, e il discorso di Latouche è come una litania francescana che ti obbliga a sillabare senza paura l’abc della rinuncia. Le e-mail, per esempio. «Scrivo spesso lettere a mano, ma non per tornare alla candela e alla pergamena. Lo faccio per il semplice piacere di dimostrare a me stesso che posso camminare senza le protesi artificiali imposte dal sistema, in modo atossico. Intendo la posta elettronica, e tutto il resto. La mia è una forma di allenamento al digiuno dalla tecnologia. Un tecno-digiuno».
E poi la bici. «Non la uso perché si deve, ma solo perché è bello. Se nella mia casa in montagna pedalo chilometri ogni mattina per procurarmi i croissant per la colazione, significa che mi fa vivere meglio, punto e basta. Incontro persone, parlo, imparo, e la giornata comincia col piede giusto. Ivan Illich, grande fustigatore dello spreco, diceva che questo mondo ad alto consumo di energia è, inevitabilmente, un mondo a bassa comunicazione fra uomini. Ecco, la bici è il simbolo del contrario. Una vita a bassa energia genera alta comunicazione».

Non parliamo dei telefonini. «Potrei dire che fanno male, che per costruirli si usa un minerale rarissimo e altamente tossico; o che dietro a ogni cellulare c´è il sangue delle guerre tribali fomentate dall’Occidente in posti come il Congo. Invece dico solo questo: senza telefonini si vive meglio. L’ansia cala. L’allegria aumenta. Non hai più il Grande Fratello che ti sorveglia. Uno lo capisce anche senza sapere niente di economia e scomodare la geopolitica».

Sviluppo: l’imbroglio è contenuto già nella parola. Nasconde lo sfruttamento e la rapina; lo sradicamento in massa di individui, la morte delle diversità, l’evidenza di un’umanità apatica, infelice, obesa, precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. «L’idea di sviluppo resiste ostinatamente all’evidenza del suo fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica. È diventato mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime. Il vero oppio dei popoli».
Ci dicono che per uscire dalla crisi economica dobbiamo lavorare di più. Diventare cinesi. Che la Cina vada al disastro e affoghi nell’inquinamento, sono obiezioni irrilevanti. Si va avanti lo stesso. «È da questa cecità che dobbiamo liberarci», dice il francese. Sì, ma allora qual è il modello giusto? «Anni fa ho incontrato un contadino laotiano. Stava seduto sul bordo di un campo e non faceva nulla. Gli ho chiesto: che fai? Ha risposto: ascolto il riso che cresce. J’écoute le riz pousser. Ritroviamo il piacere della vita, prima dell’ansia di fare».

È così ovvio: una società che ha come solo scopo lo sviluppo economico è come un individuo che vuole solo essere obeso. Eppure la gente ha lo stesso paura di cambiare, teme di perdere il benessere. «Qui gli allarmi degli ultimi decenni, cose come Chernobyl o l’epidemia di mucca pazza, sono stati utilissimi. Hanno posto interrogativi alla gente. Fanno il gioco del partito della decrescita. Per questo, più che immaginare La Grande Catastrofe Finale, preferisco costruire una pedagogia delle piccole catastrofi intermedie. Non c’è niente di meglio per far capire alla gente l’apocalisse che verrà».

E la lentezza? «La guerra della Valsusa contro la linea ferroviaria ad alta velocità è sacrosanta ed è stata un pilastro nella storia del partito della decrescita. Era il dicembre del 2005, trentamila persone si erano schierate sotto la neve contro i bulldozer e io ero in tv, a L’Infedele di Lerner, a commentare in diretta. Ecco, proprio allora si è creata la saldatura tra quella battaglia concreta e la teoria della decrescita. È lì che i movimenti sono usciti dalla foresta e hanno cominciato a saldarsi tra loro. Quello anti-Tav, quello contro il megaponte di Messina o la centrale di Civitavecchia».

Latouche ne è certo: i poteri forti temono la pubblica opinione. Per questo ci tengono all’oscuro. Nell’Unione Europea hanno bloccato tutti i referendum sulle grandi opere e gli ogm, perché sanno benissimo che la gente voterebbe contro, come è successo in Svizzera. José Bové ha dovuto fare lo sciopero della fame perché il governo francese, per timore di reazioni popolari, mantenesse la promessa moratoria sugli organismi geneticamente modificati. «Se un politico andasse in tv e dicesse: signori, stiamo viaggiando su un treno senza conducente, da domani dobbiamo cambiar vita… Se quel politico desse nuove regole di comportamento virtuoso alla nazione, non ho dubbi che sarebbe ucciso nel giro di una settimana».

È un segno di paura. Per questo l’economia globale accelera invece di rallentare. Per questo le immondizie diventano montagne, il fossato fra ricchi e poveri si allarga, le banlieues si incendiano. Per questo la corsa alle ultime risorse diventa rapina, guerra, e il sistema entra nel tunnel dell’assurdo. «Assurdistan» lo chiamava Illich. E poiché paura e consumi aumentano in parallelo, ecco che la costruzione di un partito della decrescita diventa una gara di velocità, una corsa contro il tempo.

«Quarant’anni fa sono andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo. Volevo redimere il continente dalla sua arretratezza. Ma ero anche affascinato dai popoli africani. Studiavo appassionatamente quelle stesse culture che con l’economia contribuivo a distruggere. È stato lì che la contraddizione mi è apparsa chiara. Ed è stato lì che ho perso la fede. Da allora ho combattuto, sentendomi un predicatore nel deserto. Oggi, per la prima volta, vedo che le cose stanno cambiando. I nuclei a economia sostenibile si moltiplicano. Nelle città conosco interi palazzi che si organizzano in modo ecosostenibile. Lo sento, ce la faremo».