Impianti fotovoltaici a terra: eccellenza o pirateria?

16 07 2008

Di seguito alcune considerazioni di Luca Mercalli a proposito dell’artificializzazione del territorio da parte di pirati senza scrupoli.

Sticciano, Cicalino-1: Una fase dei lavori di preparazione dei 137 plinti di calcestruzzo armato da m 3,5 x 3,5 per l’istallazione dei supporti dei pannelli Fotovoltaici

1) quando vengono costruiti dei plinti in calcestruzzo, viene asportato lo strato utile del suolo, in genere formatosi con processi pedoclimatici millenari e irreversibili. Quindi anche ammesso di poterli un giorno rimuovere, resterà un buco, ma non il suolo agrario.
2) anche con plinti appoggiati, il suolo coperto e privato delle precipitazioni tende a inaridirsi e a cambiare i suoi processi evolutivi, perdendo sostanza organica e non risultando più atto all’agricoltura.
3) un blocco in calcestruzzo da 12 m3 [come quelli usati per Cicalino-1]pesa 28 tonnellate. Viene costruito nell’era del petrolio, dovrà, un giorno, essere forse smantellato nell’era delle basse energie. Chi lo farà? Non ci sarà l’autogrù a gasolio per spostarlo, nè il maglio Caterpillar per frantumarlo. Resterà semplicemente lì, con o senza pannelli FV.
5) Come al solito, si tratta di non avere visioni assolute, ma essere elastici ovvero:

a) prima di usare prezioso suolo agrario, si usino tutte le superfici edificate e industriali, compresi i parcheggi. La superficie edificata italiana è dell’ordine del 10% del territorio nazionale, circa 30.000 km2. Considerane solo 1/4 (quella esposta a Sud), e fa circa 7500 km2, poco meno della superficie dell’Umbria! Dimezziamo ancora per via di vari problemi accessori, ombreggiature reciproche, e quant’altro e otterremo circa 3500 km2, come una Valle d’Aosta. Considerando che 1kWp occupa  meno di 10m2, circa, otteniamo una potenza installabile di 350 GW… non male!  Se poi vogliamo essere ultraconservativi, dimezziamo ancora e resta  un ordine di grandezza di oltre 100 GW… Fatto quello, passeremo al suolo!

b) benissimo comunque fin d’ora usare suoli compromessi o da bonificare come vecchie cave dismesse, discariche, siti contaminati.

c) senz’altro possibile pensare di utilizzare suoli marginali in zone aride e in classe di produttività >=III, suoli molto acclivi, suoli pietrosi. Ma per favore, risparmiatemi almeno i suoli in classe I e II: sono sempre di meno e sono quelli che ci devono dare da mangiare…purtroppo sono anche i più comodi, e la storia insegna che i pirati, appena annusano l’affare, non si pongono certo questi scrupoli. O si fanno norme precise o ci troveremo con un ennesimo problema di artificializzazione del territorio.

Luca Mercalli





Se il petrolio va a picco

8 06 2008


Una crisi peggiore del ‘29. Secondo Alberto di Fazioil sistema attuale, in tutte le sue forme, non solo non può essere riformato, ma crollerà - e lo sta già facendo - con un tonfo che però temo si porti via molti di noi esseri umani… e questo a prescindere dalle “idee” che ognuno di noi possa avere. Questa è una conclusione rigorosamente scientifica, tratta dall’analisi dei dati, dei trend e dei processi in atto da ormai più di un secolo, e ampiamente prevista non da “pericolosi rivoluzionari” o “attivisti ecologisti”, ma dal fior fiore dell’intelligentia scientifica dell’MIT – 45 anni fa con Jay Forrester e il General Dynamics Group e 38 anni fa con la task force incaricata dal Club of Rome; e poi ripetuto nel 1992 e nel 2002 con calcoli e modelli aggiornati, oltre che con il confronto con i dati dei 20 e poi 30 anni di dati che precedentemente erano previsioni!

di Francesco Piccione - fonte: Il Manifesto, 25/5/2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ‘70, così come la Libia; l’Iran nel ‘74. Gran Bretagna e Novegia tra il ‘99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose
che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ‘70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ‘29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ‘29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ‘98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ‘72, nel ‘92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.





Austerità

7 06 2008

dai discorsi di Enrico Berlinguer al Teatro Eliseo di Roma (1977) e al Teatro Lirico di Milano (1979)

L’austerità, leva per trasformare l’Italia ed instaurare una cooperazione col Terzo mondo
L’austerità come leva di sviluppo

(…) Una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’Occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’Occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di Instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere - dobbiamo ammettere, anzi - che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese. (…)
L’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell’Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono: innanzi tutto, il moto e l’avanzata dei popoli e paesi del Terzo mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d’inferiorità, cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l’acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l’Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibilità economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticinque anni.
Da tempo noi comunisti cerchiamo di richiamare l’importanza e di far prendere coscienza di questi dati oggettivi della situazione del mondo e dell’Italia. Tuttavia, ancora oggi molti non si sono resi conto che adesso l’Italia si trova oramai - ma io credo, prima o poi, anche altri paesi economicamente più forti del nostro si troveranno - davanti a un dilemma drammatico: o ci si lascia vivere portati dal corso delle cose così come stanno andando, ma in tal modo si scenderà di gradino in gradino la scala della decadenza, dell’imbarbarimento della vita e quindi anche, prima o poi, di una involuzione politica reazionaria; oppure si guarda in faccia la realtà (e la si guarda a tempo) per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, in un ‘iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà, che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell’uomo sulla storia e sulla natura.
Ecco perché diciamo che l’austerità è, si, una necessità, ma può essere anche un’occasione per rinnovare, per trasformare l’Italia: un’occasione, certo, come ha detto qui un compagno operaio, tutta da conquistare, ma quindi da non lasciarci sfuggire.
L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (…)
La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. “Lor signori”, come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l’assurdo perché in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari.





Un’analisi sull’impianto fotovoltaico “Cicalino 1″ di Sticciano

25 05 2008

Nell’accurata analisi Sull’impianto fotovoltaico “Cicalino 1″ del 19/5/2008, Domenico Coiante (Fisico, ex ricercatore e dirigente per 35 anni presso l’ENEA, ove ha diretto il settore Fonti Rinnovabili, contribuendo in particolare ai programmi di ricerca sulle tecnologie Fotovoltaiche. Da diversi anni collabora con gli Amici della Terra sui temi dell’uso razionale dell’energia) conclude con le seguenti domande:

I 5 ettari di campo agricolo in fase di trasformazione visti da Roccastrada

Tutto ciò considerato, sorgono spontanee alcune domande:
• “Perché si è realizzato l’impianto Cicalino 1 di Sticciano con la tecnica dell’inseguimento?” Ovvero: “Quale argomento decisivo di vantaggio ha determinato la scelta di questa tecnica da parte del decisore pubblico?”
• “In relazione alla questione strategica della salvaguardia del suolo agricolo pregiato, è corretta la promozione delle centrali solari collocate su tali terreni mediante l’erogazione di fondi pubblici in aggiunta alla concessione delle incentivazioni del Conto Energia?”
• “Così facendo non si crea una distorsione del mercato dei siti per gli impianti analogo a ciò che è accaduto per l’eolico?”


Tabella tratta dall’analisi dell’Ing. Coiante.

Scarica l’analisi di D. Coiante: Sull’impianto fotovoltaico “Cicalino 1″ - 19/5/2008

Link alla sezione “Casi Aperti” Sticciano, Roccastrada: 5 ettari agricoli “classe 1″ degli Usi Civici cementificati dall’impianto Fotovoltaico “Cicalino 1″





Scenari apocalittici

24 05 2008

L’obiettivo della vita è vivere in armonia con la natura.”
Zeno (335 a.C. - 264 a.C.), da Diogenes Laertius, “Le vite degli illustri filosofi”


L’inceneritore di Scarlino nel prossimo futuro

Questi i termini più frequentemente usati oggi nel discorso politico riguardo la sicurezza, i rifiuti, l’energia, le infrastrutture:
“Interesse strategico nazionale”, “pugno di ferro”, “segreto di stato”, “forze armate”, “esercito”, “costruire”, “forze dell’ordine”, “militari”, “centrali nucleari”.





USA: eolico supera nucleare

23 05 2008


Scarlino, 2028: le ultime fasi della costruzione della centrale nucleare

ANSA 22/5/08: “Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro Paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione”. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, intervenendo all’assemblea di Confindustria. “Non è più eludibile un piano di azione per il ritorno al nucleare”, ha aggiunto ricordando che si tratta di un “solenne impegno assunto da Berlusconi, con la fiducia, che onoreremo con convinzione e determinazione“.

Negli USA L’eolico supera il nucleare
di Antonio Cianciullo - fonte: La Repubblica, 23/5/2008

Negli Stati Uniti, il 30 per cento della potenza installata viene dall’eolico. In attesa dei reattori di quarta generazione il contributo dell’atomo scenderà.

Il 2007 è stato l’anno del sorpasso: a livello globale, dal punto di vista dei nuovi impianti, l’eolico ha battuto il nucleare. L’anno scorso sono stati installati 20 mila megawatt di eolico contro 1,9 mila megawatt di energia prodotta dall’atomo. E’ un trend consolidato da anni e destinato, secondo le previsioni, a diventare ancora più netto nei prossimo quinquennio. Ma non basta. Per la prima volta l’eolico ha vinto la gara anche dal punto di vista dell’energia effettivamente prodotta. I due dati non coincidono perché le pale eoliche funzionano durante l’anno per un numero di ore inferiore a quello di impianto nucleare e dunque, a parità di potenza, producono meno elettricità.

“La novità è che, anche tenendo conto di questo differenziale di uso, nel 2007 l’eolico ha prodotto più elettricità del nucleare”, spiega Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club. “E gli impianti eolici che verranno costruiti nel periodo 2008 - 2012, quello che chiude la prima fase degli accordi del protocollo di Kyoto, produrranno una quantità di elettricità pari a due volte e mezza quella del nuovo nucleare. Se poi nel conto mettiamo anche il solare fotovoltaico e termico possiamo dire che, tra il 2008 e il 2012, il contributo di queste fonti rinnovabili alla diminuzione delle emissioni serra sarà almeno 4 volte superiore al contributo netto prodotto dalle centrali nucleari costruite dello stesso periodo”.

La tendenza è consolidata anche dal risveglio del gigante americano. Il 30 per cento di tutta la potenza elettrica installata durante il 2007 negli Usa viene dal vento e il dipartimento federale dell’energia prevede che entro il 2030 l’eolico raggiunga negli States una quota pari al 20 per cento dell’elettricità creando un’industria che, con l’indotto, darà lavoro a mezzo milione di persone. E’ un dato in linea con l’andamento di paesi europei come la Danimarca (21 per cento di elettricità dall’eolico), la Spagna (12 per cento), il Portogallo (9 per cento), la Germania (7 per cento).

Nonostante le scelte dell’amministrazione Bush, che ha incentivato con fondi pubblici la costruzione di impianti nucleari, negli Stati Uniti l’energia dall’atomo resta invece ferma, sia pure a un considerevole livello, da trent’anni: l’ultimo ordine per una nuova centrale risale al 1978. Nell’aprile scorso sono stati annunciati impegni per 38 nuovi reattori nucleari, ma è molto probabile che il numero scenda drasticamente, come già è avvenuto in passato, nel momento in cui si passa alla fase dei conti operativi: le incertezze legate ai costi dello smaltimento delle scorie, ai tempi di realizzazione e allo smantellamento delle centrali a fine vita hanno rallentato la corsa dell’atomo.
In attesa della quarta generazione di reattori nucleari, che però deve ancora superare scogli teorici non trascurabili e non sarà pronta prima del 2030, le stime ufficiali prevedono una diminuzione del peso del nucleare nel mondo. La Iea (International Energy Agency) calcola che nel 2030 la quota di elettricità proveniente dall’atomo si ridurrà dall’attuale 16 per cento (è il 6 per cento dal punto di vista dell’energia totale) al 9-12 per cento.





Petrolio: la strategia dell’ultima goccia?

23 04 2008

Temono un rallentamento dell’economia e il conseguente calo della domanda?
Temono che il prezzo cali se ne pompano di più?
Stanno adottando una produzione volutamente piatta per preservare le riserve?
o forse hanno raggiunto il picco e non sanno più come nasconderlo?

Nel 2009 terminerà il piano dell’ Arabia Saudita per aumentare la produzione di greggio. Dopo tale data fermeranno le nuove esplorazioni e l’aumento di produzione.
Nonostante le proiezioni di un aumento del 30%, la motivazione ufficiale è che vogliono essere certi della domanda sul mercato e probabilmente Emirati Arabi e Qatar stanno per seguirne l’esempio.