Fiaba Olistica

2 03 2008

L’obiettivo di re Singye non è il Prodotto interno lordo, ma la Felicità interna lorda.

di Marilena Malinverni - fonte: D La Repubblica delle donne, 2/2/2008
In Bhutan, l’ultimo regno buddista himalayano, la popolazione vive in armonia con la natura e la religione. Perciò il turismo è a numero chiuso

Yeshei Rinchen sembra un monaco bud­dista come tanti: testa rasata, tunica bor­deaux, sorriso sereno. In realtà il religioso di mezza età è uno dei personaggi più ve­nerati e in questo momento più in vista del Bhutan. È uno dei quattro astrologi di corte, quelli che il re del piccolo regno incastonato tra India e Cina consulta sui temi più disparati, dai matrimoni alle date propizie per le più importanti scelte politiche.
Lama Rinchen si stringe nel pesante scialle rosso di lana di yak che lo protegge dalla gelida alba dell’Himalaya, guarda fisso in camera come chiunque poco abituato alla tv, e dichiara con una punta di orgoglio all’inviato della Bbs (Bhutan Broadcastin Service), l’emittente di Stato: «Sì, il re ci ha chiesto di trovare le date favorevoli per le elezioni del 2008, Abbiamo fatto i calcoli sul movimento di pianeti e stelle e abbiamo stabilito alcune giornate fauste. Non posso dare i det­tagli, ma ci sono tre date, a marzo, aprile e maggio».
Queste elezioni, che trasformeranno dopo cent’anni il Bhutan da monarchia assoluta a monarchia costi­tuzionale, sono l’ultimo capitolo di una precisa politica dì innovazione che l’ex re Jigme Singye Wangchuk (nel dicembre 2006 ha abdicato in favore del figlio Khesar) ha costruito per portare Druk Yul, il Paese del Drago, come in lingua locale si chiama il Bhutan, nel XXI secolo. Laureato a Oxford, sovrano dell’ultimo re­gno buddista himalayano dal 1972 - quando succes­se a 17 anni al padre come quarto Druk Gyalpo, Pre­zioso Sovrano del Popolo dei Drago - re Singye, in poco più di trent’anni, ha posto fine all’isolamento del Paese e ne ha favorito la modernizzazione. «È necessario preservare la nostra identità culturale per evitare che il Bhutan segua la stessa sorte degli altri regni himalayani come il Nepal, il Sikkim, il Ladakh e il Tibet, integrati in altre nazioni o annichiliti da altre culture», ripete ancora oggi l’ex monarca sul Kuensel, il settimanale nazionale, o alla tv dì Stato.
Conservazione e sviluppo” è la formula applicata da Singye per raggiungere il Fil, “Felicità interna lorda“, (nella sua visione politica d’ispirazione buddista da preferire al Pil), che nel miglioramento degli standard di vita comprende il benessere spirituale dell’indivi­duo e la salvaguardia dei valori culturali e dell’am­biente. Il meccanismo che il sovrano ha adottato è sofisticato e semplice insieme: ha aperto - cautamen­te - le frontiere al turismo, limitando gli ingressi a set­temila all’anno, e ha fissato una “tassa di soggiorno” dì 200$ al giorno, dì cui il 30 per cento va allo Stato.
Con questo denaro ha garantito l’istruzione e l’assi­stenza sanitaria gratuita alla popolazione, costruen­do scuole e ospedali - o presidi sanitari - di medicina sia occidentale sia tibetana, anche nei villaggi più re­moti, oltre i quattromila metri. Nello stesso tempo gli ingressi a numero limitato hanno avuto il duplice ef­fetto dì creare un turismo ecosostenibìle e di evitare forme di colonizzazione culturale. L’identità naziona­le, poi, è stata difesa anche attraverso una serie dì simboli esteriori della bhutanesità: per legge tutti hanno l’obbligo di indossare l’abito tradizionale (il gho, una specie dì kimono a quadri gli uomini e la kira, una tunica diritta le donne) e le nuove costruzioni sono vincolate al rispetto dei canoni dell’architettura locale (edifici imponenti bianchi con finestre di legno e decori dì conchiglie, fiori di loto, falli e altri simboli del buddismo tantrico). La tv fino al 1999 era bandita perché considerata portatrice dì corruzione morale e dal 2004 sono vietati il tabacco e le borse di plastica. Ultimo atto, la svolta democra­tica e il futuro in mano ai giova­ni: re Khesar ha 26 anni e il Parlamento sarà composto da trentenni grazie alla nuova leg­ge elettorale che ammette solo candidati laureati, e qui solo le ultime generazioni hanno fre­quentato il college. Non tutti, però, sì identificano nello schema della “Felicità in­terna lorda”. La grande comunità monastica, per esempio. I seimila religiosi (il Bhutan ha circa 700mila abitanti) contestano la politica turistica reale perché molti dzong, gli antichi monasteri-fortezza dove risie­dono, hanno dovuto aprirsi agli stranieri, che sono stati ammessi anche agli tsechu, le grandi feste/rap­presentazione teatrale che scandiscono le stagioni.
E pure l’emergente borghesia urbana dì Thìmphu, la piccola capitale, e di Paro, la seconda città, è contra­riata: i giovani mal sopportano l’abbigliamento tradi­zionale, ora che grazie alla tv hanno scoperto la moda occidentale, e i piccoli imprenditori turistici si lamen­tano dei numero chiuso imposto agli ingressi di stra­nieri che impedisce al business di svilupparsi. Ma sono problemi di una minoranza, dì gente di città. Nei villaggi nascosti nelle profondità delle gole himalayane, i bhutanesi vivono ancora in armonia con una tradizione olistica che integra religione, legge, arte, natura e tutela dell’ambiente. I pastori con la ruota delle preghiere sempre in mano portano al pascolo gli yak sotto le nevi del Jomoihari, del Kula Kangri e delle altre montagne sacre - e perciò mai violate da spedizioni alpine – che sfiorano i settemila metri.
Come cristallizzata in un Medioevo fiabesco, la gente racconta con la certezza della fede dì tesori con gli insegnamenti del Buddha nascosti in laghi cristalli­ni, di demoni che infestavano le valli ora schiacciati sotto le decine di santuari che scandiscono il paesag­gio, dì santi arrivati in volo su una tigre a fondare mo­nasteri ancora off lìmits per gli stranieri.

La religione offre persino immagini per descrivere la società contemporanea. Durante una festa nel mae­stoso dzong dì Tongsa il capovillaggio, guardando le danze dei monaci che raccontano la vittoria del bud­dismo sui serpenti, i draghi, i mostri-simbolo dell’illusorietà della realtà sensibile, osservava: «II Bhutan è in una specie dì Bardo, il luogo buddista tra i cicli del­la morte e della rinascita. Bisognerà vedere se nella prossima vita sarà una nazione modernizzata ma con una sua identità precisa o un ennesimo piccolo Paese del Terzo mondo preda di conflitti sociali, corruzione e materialismo».





Emissione Zero

28 12 2007

di Paolo Rumiz - fonte: La repubblica 28/12/07
Niente auto, poco cibo - la mia vita a emissioni zero


Centro commerciale di Paganico (GR)

C’è un uomo che vive al freddo, senza automobile e con la dispensa semivuota. Mangia poca carne, riutilizza la carta usata e va in bici al mercato per comprare rape sporche di terra dai contadini. E’ un cuorcontento, accetta ogni restrizione e anche nei giorni di festa vive lietamente con i motori al minimo. Chi può essere? Un originale, direte. Un poveraccio con la pensione da fame.
Sbagliato. Quel tale è un paladino solitario di “Emissione-zero”, uno che tenta di vivere producendo il minimo di Co2, il gas che la civiltà dello spreco spara nell’atmosfera surriscaldando la Terra e chiudendoci tutti in una cappa mortale. Uno che cerca di vivere mirando a quello zero impossibile, testardamente, per salvare il mondo che verrà.
Ecco, per una settimana ho provato a vivere così. All’osso, calcolando l’equivalente in anidride carbonica di ogni minimo atto. Ho misurato i chilometri in treno, il cibo consumato, i tempi di cottura, gli sciacquoni, e poi ho tirato le somme.
Risultato? Ho consumato metà della metà e la mia vita è cambiata. Sono diventato più ricco, più leggero, più sensibile all’insulto dello spreco. E sicuramente più ai ferri corti con un Paese che non fa nulla per premiare il consumo virtuoso.
La storia comincia quando sento parlare di una società di Legambiente dal nome trasparente di “Azzero Co2″, col timbro del Kyoto Club. Telefono, dico cosa vorrei fare, spiego che vivo a Trieste, in una situazione ottimale, già di “bassa energia”.
Non sono pendolare, non ho auto né lavastoviglie, sto a un secondo piano senza ascensore e ho tutto sotto casa: ufficio, negozi, stazione. La Tv l’ho buttata per manifesta inutilità; possiedo solo una radiolina a onde corte e un glorioso telefonino vecchio di sette anni.
“Lei è un virtuoso”, annunciano. Ma la virtù non basta: loro vogliono accertarsi che sia anche matto abbastanza per sottomettermi alle prove più dure. Così frugano nella mia privacy, annotando ogni minuzia dei miei consumi e si buttano nel conteggio. Elettrodomestici, caldaia, luce, eccetera: totale 2427 chilowattore annui, corrispondenti a 1578 chili di Co2, come sette frigoriferi pieni. Al giorno fanno 4,32. La metà della media europea che è di nove chili pro capite, dato confermato da Greenpeace.
“Ottimo - penso - parto in vantaggio”. Invece no, non sono inclusi i trasporti, e sono proprio quelli che sballano il conto. L’aereo soprattutto, che spara gas-serra in quantità letali. Solo per ricuperare i voli di quest’anno, mi dicono, dovrei piantare alberi per una vita. Replico che sono pronto, anche a non volare più, come Terzani dopo il famoso incontro con l’Indovino. Risposta: “Intanto cominci leggendosi un bel vademecum di consumo etico”.
L’inizio è terrificante. Regole penitenziali a raffica. Se fosse prescritto anche il caffè di cicoria, sarebbe un perfetto manuale di autarchia fascista. Ma è una guerra necessaria: Co2 è in agguato ovunque. Nei cibi refrigerati e nelle lunghe cotture. Nelle confezioni luccicanti di plastica e nel cibo che ha alle spalle grandi distanze di trasporto camion. Soprattutto nella carne, perché il foraggio inquina cento volte più del letame.
Scopro che la mia vita va rivoltata come un calzino. Devo acquistare il pane sotto casa; comprare verdure di stagione, meglio se locali; fare scorta di legumi secchi e abbandonare l’acqua minerale. E poi luci a basso consumo, riscaldamento minimo, docce brevi non quotidiane e - ovviamente - raccolta differenziata della spazzatura. Ultimo sigillo: viaggiare meno. Solo treno e bicicletta.
Mi dicono che avrò a disposizione consulenti “etici”, pronti a sciogliere i miei dubbi e a calcolare l’effetto-Co2 delle mie giornate, sulla base di un rapporto quotidiano che mi impegno a mandare. “Lo zero se lo scordi - mi smontano in partenza - a quello non arriva neanche un monaco tibetano”. Chiedo almeno quale può essere un buon obiettivo. Risposta lapidaria: “Il massimo”. Tanta è l’apnea della Terra.

MERCOLEDI’ - PRIMO GIORNO

Mi sento sommerso di divieti, come un ebreo osservante cui è prescritto anche il piede con cui scendere dal letto. Dio mio, se devo stare attento a ogni boccone che mangio, al compostaggio, al riciclaggio eccetera, il mio diventa uno sforzo monomaniaco, e allora dove va a finire l’etica se non ho più tempo per accorgermi del mendicante sotto casa? E poi come racconterò tutto questo? Elencare una serie di piccoli gesti sparagnini è una noia mortale; come tenere un diario di bordo restando chiusi in cambusa. Una sfida narrativa oltre che ecologica. Per cominciare azzero tutto, nel timore di sbagliare. Per un giorno, niente riscaldamento, acquisti, spostamenti. Posso farlo, la dispensa è piena, non ho viaggi in vista e fuori fa un caldo schifoso. M’accorgo che posso cucinare anche senza il fuoco, così mi regalo un pranzo con acciughe marinate, pane e spinaci crudi col parmigiano a scaglie. Funziona, ma sono pieno di dubbi. E’ Natale ma sul mio tavolo è quaresima. E poi che senso ha tirare la cinghia se il mondo continua a vomitare gas fottendosene del domani? A fine giornata mi sento strano e leggero, come dopo un Ramadan.

GIOVEDI’ - SECONDO GIORNO

Avvio energico. Avvito una cassetta sul retro della bici e, così bardato, affronto il mercato ortofrutticolo. In un angolo trovo un contadino che ha steso a terra un tappeto di meraviglie dimenticate. Verze terragne, crauti, aglio piccolo e pestilenziale, miele di ape dalmatica, uova ruspanti. Compro rape e cachi. Non un’occhiata alle fragole spagnole e ai pomodori di serra. Spendo la metà del solito e mi faccio pure una chiacchierata. Intanto arriva la buona notizia: la prima giornata è andata bene: 1.57 chili di Co2. Grande. Ma la sera mi chiama Repubblica, l’indomani mi spediscono a Monza per servizio ed è chiaro che il viaggio sballerà la media Co2. Ma è meglio così, lo scontro si fa duro. Così scelgo il massimo: solo treno, niente taxi e partenza con bici al seguito. Cominciano le sorprese: gli Eurostar non hanno il vano necessario al trasporto. In Italia le due ruote viaggiano solo su polverosi regionali, il che vuol dire cambi continui e tempi da tradotta del Piave. Comincio a capire. La mia è una guerriglia, un atto eversivo. Devo rassegnarmi ad avere il sistema contro. Tengo duro, cerco ancora, finché scopro sull’orario cartaceo che un treno veloce col porta-bici esiste. Va a Schaffhausen, Svizzera. L’unico, in tutto il Grande Nord. Dai, che ce la fai. La bici comporta altre complicazioni. La liturgia del bagaglio cambia completamente. Devo dividerlo in due sacche e metterci accanto lo zainetto da computer. Come ricambio, niente camicie: solo magliette che non si stirano. Un salutare esercizio di alleggerimento. Dovrei anche cercare un albergo eco-compatibile - c’è una guida apposita che li elenca - ma è troppo complicato e chiedo a un amico di ospitarmi. Sotto casa scopro un’osteria nuova, mi faccio un baccalà in umido e un calice di rosso. Per la prima volta sono ottimista: a fine giornata ho prodotto 1.22 kg di Co2. Un po’ meglio di ieri.

VENERDI’ - TERZO GIORNO

Dal treno per Venezia vedo migliaia di camion fermi in una nube di Co2. Tradotte di agnelli dall’Ungheria alle Calabrie, yogourth francesi diretti in Friuli. Lo sciopero-incubo è finito da una settimana e tutto è come prima. L’Italia ostaggio dei Tir, come il Cile di Allende. A Mestre piazzo le due ruote sull’Intercity. Nella tratta italiana il vano-bici non lo usa nessuno, è tristemente vuoto. In carrozza la gente mi guarda strano. Esco dagli schemi: viaggio con un mezzo povero, ma porto una cravatta elegante e un cappello da rabbino (naturalmente l’ho fatto apposta). A Vicenza mi si siede accanto una mamma ansiogena con due bambini-mostri. Il dialogo si limita al cibo: tavola pancino fame prosciutto mangia bevi ancora basta finisci gnam gnam. Il maschietto ripete: mio mio mio. Poi, guardando il vuoto: io io io io. Conosce solo l’ausiliare “voglio“. Ignora il “posso” e il “devo”. Risate, urla, colpi ai tavolini senza timore di punizioni. E’ chiaro: sono i bambini il primo anello della catena dello spreco. Ai bambini non si nega nulla. Il livello mondiale di Co2 dipende anche da loro. Il bar della stazione di Milano è una mostruosa macchina di rifiuti. In un minuto vedo sparire nelle borse dei viaggiatori tonnellate di confezioni di plastica. Fuori l’aria è irrespirabile, inghiotto polveri sottili per una settimana. Ma è un avvelenamento utile: aumenta la rabbia e la voglia di cambiare. Sento che in me sta avvenendo una trasformazione irreversibile. La sera a Monza piove. Non demordo, pedalo nel buio in mezzo a villette blindate, tra soli immigrati, fino a destinazione, un condominio di periferia. A intervista finita mi chiedono di restare a cena. Accetto, ma è un clamoroso errore. Per restare nella norma devo rinunciare al meglio: lo stufato di manzo, perché ha consumato troppo gas. Ci ridiamo su, ma io torno a Milano-Centrale scornato, bici-treno nella nebbia tra torvi pendolari lumbard.

SABATO - QUARTO GIORNO

Rientro a casa. A Mestre tutti i treni sono in ritardo ma in compenso quaranta megaschermi sparano in simultanea pubblicità per intontire l’utenza. Un costo spaventoso in termini di inquinamento, acustico e atmosferico. Ma nessuno si ribella, siamo una repubblica delle babane. Tacere, obbedire, consumare. La carrozza per Trieste è surriscaldata (mi prendo un raffreddore da fieno) e piena di telefonini sintonizzati sul nulla. Ragazzi ridono ascoltando da un computer una voce che gracchia minacce anti-immigrati in un veneto barbarico condito di bestemmie. Torno a casa nella pioggia, stanchissimo, ma la performance Co2 del viaggio è buona: 26.81 (14.40 + 12.41) in due giorni, tutto compreso.

DOMENICA - QUINTO GIORNO

Vado in centro, tra le luminarie. Gli italiani saranno anche più poveri ma i loro carrelli sono stracolmi. In un Paese che frana riempire la dispensa è una terapia ansiolitica, l’unica consentita. Dilapidare, per non pensare che si sta dilapidando. Ma la paura affiora negli sguardi. E’ quasi Natale e nessuno sorride. A me sembra invece di sentire le feste per la prima volta dopo anni. Approfitto della domenica, vado in ufficio e metto la stanza in assetto-risparmio. Nella risma della fotocopiatrice piazzo fogli già usati da un lato, poi elimino ogni situazione di stand-by e faccio strage di luci inutili. E la sera, visto che ho un cesto di pane secco, metto a mollo le pagnotte per fare gli gnocchi. Ricetta della nonna, con aggiunta di speck, aglio, formaggio, prezzemolo eccetera. Vengono una meraviglia, e la performance migliora ancora: 0.97.

LUNEDI’, NATALE - SESTO GIORNO

E’ Natale e faccio la rivoluzione. Chiudo il freezer, tanto non serve. Visto che è dicembre, metto in terrazza una dispensa per le verdure. Sposto il tavolo vicino alla finestra per consumare meno luce. Compro due prese elettriche intelligenti, che si disattivano quando le batterie del telefonino o computer sono cariche. Installo in bagno un rompi-getto, che dimezza i consumi. Ordino un carica-telefonino da bici che sfrutta l’energia della pedalata. Ormai ci ho preso gusto. Sostituisco il dentifricio col bicarbonato. Elimino i sacchi di plastica della spesa e metto accanto alla porta una borsa con le ruote. Poi divido le immondizie alla tedesca. Cinque contenitori: vetro, plastica, cibo e carta, divisa tra confezioni alimentari e giornali. E’ un atto solo simbolico - nella civilissima Trieste non esiste raccolta differenziata - ma che importa: mi serve come autodisciplina e a capire quanto spreco. La prima somma è stupefacente: in cinque giorni la spazzatura si è dimezzata. Mi chiedo: perché, accanto alla Costituzione, a scuola non si insegna anche consumo etico? Perché i presidi non smantellano quegli osceni distributori di merendine? Mi accorgo di tante cose, per esempio che i negozi di cose “biologiche” hanno spesso prezzi immorali e vendono roba che ha alle spalle trasporti lunghissimi. Un imbroglio per ricchi e malati terminali. Un amico mi sfotte, dice che lo sforzo è patetico e il mondo affonderà lo stesso. Rispondo che la parola “Economia” viene dal greco e significa “gestione della casa”. Vuol dire che gli antichi sapevano: il mondo si cambia partendo dal proprio piccolo. Sì, sento che funziona. Sono entrato a regime: il bilancio della giornata è ottimo: 0.75. E’ una settimana che non accendo il riscaldamento e l’idea che Putin - il “genio” della fiamma azzurra nel mio bollitore - abbia guadagnato meno, mi fa godere.

MARTEDI’ - ULTIMO GIORNO

Invece dell’abete natalizio, che non ho mai comprato, trovo dai Forestali una piantina di quercia e salgo a piantarla in un parco di periferia. Scopo della missione: compensare l’anidride emessa nel viaggio a Milano. Per coerenza ci vado a piedi, seguendo le prescrizioni di Kyoto. Poi torno in città felice, con le mani sporche di terra e una fame da bestie. Così ho santificato le feste. Chiudo la mia settimana “all’osso” invitando a casa tre amici. Cena natalizia autarchica: tonno marinato con sedano e cipolla, seppie in umido. Al posto delle lampadine, candele; e così scopro che con la luce bassa ci di diverte di più. C’è un gran discettare di consumi, la storia di Co2 appassiona tutti. Il risultato del giorno è ottimo: 0.36. Un decimo della mia già virtuosa base di partenza. Festeggiamo con coppe di yogurth coperto di miele e mirtilli secchi, poi una grappa di Ribolla. In una settimana ho messo a segno una media-record di kg. 0.84 di Co2, che sale a 4.52 con tutto il viaggio a Milano (senza lo sconto dell’albero piantato). E’ stato difficile? Per niente. A Natale finito ripenso ai supermarket, agli schieramenti di inutilità luccicanti, e mi sembra di rivedere i reduci malconci di una guerra perduta, mille anni fa.




Il tramonto dei valori e la forza della non violenza

28 09 2007

di Dalai Lama - fonte: La Repubblica 26/9/2007 - Traduzione: Anna Bissanti


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Le nostre vite si spogliano di significato quando perdiamo i valori di etica e giustizia. Abbiamo tutti un medesimo diritto a perseguire la ricerca della felicità; nessuno vuole dolore e sofferenze. Eppure, giustizia ed eguaglianza sono principi strettamente umani. Non dovremmo sacrificare questi valori andando all’inseguimento del potere o della ricchezza materiale. Al contrario, dovremmo adoperarli per servire gli interessi altrui. Perché ciò accada, tuttavia, abbiamo bisogno che le nostre radici siano solidamente ancorate nell’etica. Se non siamo guidati da un senso di etica e di moralità, le nostre azioni tenderanno a perseguire il nostro tornaconto personale, a discapito di quello altrui. Un simile atteggiamento è l’ostacolo maggiore che si frappone alla causa della giustizia e dell’uguaglianza.

Di questi tempi, molte persone deplorano la generale perdita di etica e moralità nel nostro mondo, e ad essa attribuiscono la miriade di problemi che dobbiamo affrontare. E’ mia opinione che se intendiamo perseguire con successo un cambiamento effettivo della nostra società, dobbiamo promuovere i valori etici.

Se metteremo gli altri prima di noi stessi, ciascuno di noi ne trarrà beneficio. Sono convinto che un impegno deciso in questa direzione assicurerà pace e stabilità alle nostre società.

Poiché il prossimo necessita della felicità tanto quanto noi, non dovremmo mai sfruttarlo per servire i nostri egoistici fini. Indipendentemente da quale possa essere il vantaggio materiale che ne deriviamo, se noi che dobbiamo condividere questo pianeta dalla nascita fino alla morte perdiamo il rispetto, l’amore, l’amicizia e la solidarietà gli uni nei confronti degli altri, le nostre vite si svuoteranno di significato.

D’altro canto, se ogni nostra giornata la trascorriamo concentrandoci su pensieri amabili, alla sera sentiremo di essere in pace e ciò a sua volta ci concederà un sonno profondo e ristoratore. Se invece da quando ci svegliamo la mattina indulgeremo in pensieri e azioni poco amabili, la nostra vittoria sugli altri ci lascerà l’amaro in bocca e anche il nostro sonno ne sarà disturbato.

La compassione è una delle più importanti cose che rendono significativa la nostra vita. È fonte di tutte le gioie e felicità durature. È il presupposto di un cuore buono, il cuore di colui che agisce nell’intento e col proposito di aiutare il prossimo. Per mezzo della gentilezza, l’affetto, l’onestà, la verità e la giustizia verso chiunque altro, di fatto ci garantiamo il nostro stesso beneficio. Non si tratta di una teoria elaborata e complessa, ma soltanto di comune buonsenso. È innegabile che la considerazione per il prossimo dà soddisfazione e che la nostra felicità è inestricabilmente legata alla felicità altrui. Né del resto è impossibile negare che se la società soffre, anche noi soffriamo di conseguenza. È lampante infatti che quanto più i nostri cuori e le nostre meriti sono afflitte da malanimo e rancore, tanto più diventiamo spregevoli. Pertanto, anche se dovessimo respingere qualsiasi altra cosa - religione, ideologia, saggezza - non possiamo eludere queste cose necessarie, amore e compassione.

Nel corso delle nostre vite prendiamo spesso decisioni incaute e malconsigliate che danneggiano gli altri o noi stessi. Lo facciamo per ignoranza. Crediamo che un determinato comportamento ci darà la felicità, mentre di fatto ci porterà sofferenza. Sentimenti di rabbia e l’impulso a vendicarci spesso ci spingono a far del male agli altri nell’erronea convinzione che ne trarremo beneficio e che ciò potrà apportarci una certa felicità. Al contrario, ciò apporta sofferenza, non soltanto per le vittime delle nostre azioni, ma anche per noi stessi. Per quanto ci si possa sentire legittimati e giustificati, fare del male al prossimo, anche in nome della vendetta, influisce gravemente sulla nostra pace interiore e crea in noi le premesse per la sofferenza.

Gli esseri umani devono convivere e dipendono gli uni dagli altri da molti importanti punti di vista. Nella società umana ci occorrono pertanto codici morali di comportamento, utili a vivere in pace e in armonia gli uni con gli altri. Anche se le vittime possono avvertire il bisogno psicologico di sapere che giustizia è fatta, infliggere dolore e sofferenza a qualcun altro serve soltanto ad aggravare il male che già è stato commesso e non migliora affatto il potenziale di felicità di chiunque sia coinvolto. Invece della vendetta, è il concetto di perdono che dovrebbe essere incoraggiato e approfondito.

Se davvero agiamo perché abbiamo a cuore il benessere del nostro prossimo, riconosceremo il potenziale impatto delle nostre azioni sugli altri e regoleremo la nostra condotta di conseguenza. Quando ci facciamo prendere dalla collera smettiamo di provare compassione, amore, generosità, tutte insieme. Ci priviamo, in pratica, di tutto ciò di cui è fatta la felicità. E non soltanto la collera annienta immediatamente le nostre facoltà di giudizio, ma tende a diventare rabbia, rancore, odio e malvagità, tutti sentimenti sempre negativi perché causa diretta del male inflitto ad altri.

Se invece riusciamo a dissipare la collera e l’odio, se riusciamo a ragionare per analizzare la situazione, adottando una prospettiva più ampia e guardando gli altri punti di vista, ne germoglia il perdono, il risultato finale di questa analisi, il frutto della pazienza e della tolleranza. Se siamo davvero pazienti e tolleranti, il perdono giunge naturale.

Anche se possiamo aver vissuto in passata un profondo dolore, maturando pazienza e tolleranza ci sarà possibile far scomparire la rabbia e il rancore. Se analizziamo con chiarezza la situazione, ci è possibile renderci conto che il passato è passato, che continuare a provare rancore e odio non ha scopo alcuno. Odio e rancore non cambiano la situazione, ma creano ulteriore putiferio nella nostra mente, diventando causa per noi dì infelicità prolungata. Ovviamente, potremo ancora ricordare che cosa è accaduto, ma dimenticare e perdonare sono due cose diverse. Non c’è nulla di male nel ricordare semplicemente quello che è accaduto, ma sviluppando il senso del perdono sarà possibile lasciar svanire tutti i sentimenti negativi associati a ciò che ha avuto luogo. È per questo motivo che il perdono ci dà la libertà: perdonare non significa farla passar liscia ai colpevoli, a coloro che si sono macchiati di qualcosa. Perdonare significa liberare la vittima. Se si riesce a perdonare, non ci si deve più preoccupare di chi ha commesso qualcosa di male nei nostri confronti, di come gliela faremo pagare. Si sarà liberi, liberi da questo pesante fardello.

È mio sincero auspicio e desiderio che il perdono arrivi a essere considerato qualcosa di enormemente efficace non soltanto nella vita privata di ciascun individuo, ma altresì nell’arena delle relazioni pubbliche e finanche nell’ambito dei rapporti internazionali. L’idea che avere a cuore il bene altrui sia questione limitata alle interazioni tra i singoli è soltanto miope. La compassione, come pure il perdono e la tolleranza ai quali essa da vita, appartengono ad ogni sfera di attività. In quanto fonti di pace interiore ed esteriore al tempo stesso, sono valori fondamentali per la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie. Da un lato, sono valori propri della nonviolenza, dall’altro danno significato alle nostre vite e ci permettono di essere autenticamente costruttivi.





La Decrescita non è un’utopia

18 08 2007

di Luca Mercalli
non è una risposta, non è una ricetta, ma un contributo alla maturazione del concetto:

se lavoro 10 ore per guadagnare 10 euro che poi spendo in cocacola o gelati, o li risparmio e li spende un altro, tutto torna dal punto di vista macroeconomico, ma manca un dato poco misurabile eppure fondamentale: sono felice e soddisfatto?

Se la mia pseudo-felicità temporanea, derivante dall’acquisto della cocacola e dei gelati (entrambe merci superflue, sostituibili con acqua fresca, sciroppo di lampone fatto in casa, limonata fatta con i limoni della nonna, torta di mele, dolce al semolino…), può essere conquistata e resa più duratura dal lavorare solo 5 ore e passare le altre 5 con i miei amici, a chiacchiarare sotto un platano (o a leggere, a studiare, a coltivare fiori, a contemplare le nubi…), allora scelgo di lavorare meno e guadagnare meno (sono più povero in soldi, ma più ricco in felicità e altre cose non misurabili dal PIL, esempio salute migliore, non mi incazzo con il capo, devo usare meno la macchina…)

In sostanza, mi sembra che il maggior guadagno cui tutti tendono lavorando (o rubando) di più, sia indotto da una sempre crescente massa di desideri derivanti da una patologia sociale: devo avere il SUV perché devo dimostrare di essere meglio del mio vicino che ha solo la Lancia Lybra, devo fare le vacanze in Thailandia solo perché devo dimostrare ai colleghi d’ufficio che sono andato più lontano di loro, devo vestirmi firmato perché sennò mi sento un fesso di fronte agli altri, già tutti firmati, che quindi tenderanno poco dopo a cambiare nuovamente guardaroba in un feedback positivo di consumo non motivato né dal piacere, né dalla necessità.

Se spezzo questa debolezza psicologica del confronto sociale per ciò che ho e non per ciò che sono (Avere o essere di E. Fromm…), non ho più bisogno di guadagnare in crescita, posso prima decrescere e poi stabilizzarmi su un introito che soddisfa i miei (sacrosanti) bisogni primari, piuttosto ben quantificabili: una casa, calda d’inverno e fresca d’estate, cibo a volontà, cultura, assistenza sanitaria, mobilità…

In un primo momento il confronto con il vicino potrebbe spostarsi su elementi virtuosi invece che vistosi (al posto di “io ho il SUV più potente del tuo”, “io ho più pannelli solari di te, io so tutta la Divina Commedia a memoria, io so risolvere le equazioni differenziali…”), ma resta questo elemento che danneggia alla lunga le relazioni umane, cioè il confronto, la competizione… decrescita insegna anche il senso della cooperazione, pur nel rispetto della proprietà: io so a memoria l’Inferno, tu sai il Purgatorio, troviamo un altro che sa il Paradiso e tutti e tre avremo il piacere di condividere e gustare la Divina Commedia… insomma, già Aristotele insegnava che esiste un “buon vivere” che ha come fine la felicità (eudaimonia), non la ricchezza materiale.

Personalmente pratico ogni giorno una decrescita che si chiama buon senso: tutti d’accordo sul risparmio energetico e di risorse materiali, poi non ho bisogno di cambiare auto col Tom-Tom Go ogni sei mesi (quella che ho è scassata, ma va avanti benissimo, la terrò fin quando cadrà a pezzi, sostituendola spero con una elettrica…), i vestiti? Taglio classico, che dura vent’anni prima di sfilacciarsi e non teme le mode. I viaggi? Sì, importanti, ma talvolta le scoperte più belle si fanno dietro casa… Oggetti inutili, cerimonie stucchevoli… tutto spazzato via, e vivo meglio, con una moltitudine di rapporti umani di qualità. Visto che ciò, oltre che procurarmi felicità, mi fa pure risparmiare, i denari in eccesso li devolvo alla ricerca scientifica (ovviamente quella che piace a me, sul clima e l’efficienza energetica…) la quale mi procura piacere e spero generi vantaggi alla collettività. Insomma, l’attuale formulazione di decrescita sarà pur rozza e insoddisfacente, ma come al solito il mondo reale e le persone risultano un po’ più complessi delle equazioni del reddito di Keynes





L’uomo più felice del mondo

31 05 2007

da un articolo di David Jiménez da El Mundo

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Ha dato in carità tutti i soldi guadagnati con i suoi libri; a trent’anni ha scelto il celibato senza ripensamenti. Matthieu Ricard, 61 anni, biologo molecolare, fino alla decisione di seguire la via di Buddha, non possiede le cose a cui ambiamo per essere più felici, ma è il più felice di tutti noi.

Studiato da anni da scienziati dell’Università del Wisconsin è stato collegato a 256 sensori per misurare il livello di stress, irritabilità, rabbia, piacere, soddisfazione e altre sensazioni. Nella scala della felicità che va dallo 0,3 (molto infelice) a - 0,3 (molto felice). Matthieu Ricard ha ottenuto un - 0,45, che lo ha decretato «uomo più felice del mondo».

Del resto gli studi sulla felicità del professor Richard J. Davidson hanno rilevato tra i monaci buddisti che praticano la contemplazione quotidianamente i maggiori livelli di felicità. Ciò grazie alla capacità dei religiosi di sfruttare la «plasticità cerebrale» per allontanare i pensieri negativi e concentrarsi solo sui positivi.

Nato a Parigi nel 1946, il «monaco felice» è cresciuto in un ambiente colto. Il padre era un noto scrittore, filosofo e membro dell’Académie francaise. La madre si occupava di pittura surrealista prima di diventare anch’essa monaca buddista. Dopo la gioventù movimentata della Parigi degli anni Sessanta, Ricard scelse gli studi scientifici. Ottenne il dottorato in genetica cellulare e lavorò con il Nobel per la medicina Francois Jacob. Ma poi la vocazione spirituale lo introdusse al buddismo e lasciò tutto.

Recatosi in Himalaya nel 1972 per diventare discepolo di uno storico maestro tibetano della più antica scuola buddista conobbe il Datai Lama e nel 1989 diventò uno dei suoi principali consiglieri e il suo traduttore francese. Oggi è la figura buddista occidentale più influente al mondo, e Chevalier de l’Ordre National du Mérite in Francia.

Ricard si è lasciato studiare dall’Università del Wisconsin collaborando con gli scienziati occidentali, e ha consentito l’analisi cerebrale dei monaci e della loro capacità di isolare la mente con la meditazione. Dalle ricerche è emersa una grande capacità di sopprimere sentimenti apparentemente inevitabili come rabbia, odio, avarizia.

L’infelicità scaturisce dai nostri sentimenti negativi verso gli altri, derivati dalle nostre frustrazioni. Questo, secondo lui, è il primo impulso da controllare per raggiungere la felicità che è «un tesoro nascosto nel più profondo di ogni persona». Afferrarla è una questione di pratica e di forza di volontà, non di beni materiali, potere o bellezza.

Ogni volta che si fa un’inchiesta sulla felicità globale, i filippini, con la loro intensa vita sociale e familiare, risultano uno dei popoli più soddisfatti. Ne la povertà, ne il fatto di vivere nel posto più colpito da calamità naturali del mondo sembrano intaccare la loro visione positiva della vita. Molto più alta di chi vive nella vicina Hong Kong che, nonostante un reddito pro capite venti volte più alto, compare sempre agli ultimi posti in questi sondaggi. Pressione consumista, stress, deterioramento delle relazioni sociali sono dichiarate le prime cause di insoddisfazione.

Ricard vuol dimostrare che chiunque può trovare la felicità. Basta cambiare l’orientamento mentale che spesso ci inchioda agli aspetti negativi dell’esistenza. Perfino la perdita delle persone care si può sopportare con relativa facilità. La morte va accettata come un passo ulteriore nel ciclo naturale della vita e non necessariamente come un episodio triste. «Il miglior omaggio che possiamo offrire a chi non è più con noi è vivere in modo costruttivo, essere consapevoli che nasciamo soli e moriamo soli. Perché non sentire che ogni essere umano è un parente, che ogni casa è casa nostra?».