Berlinguer e il “Picco di Hubbert”

5 07 2008


Parole profetiche, quelle pronunciate dal lungimirante Enrico Berlinguer sull’Austerità a Roma nel 1977 e a Milano nel 1979 (vedi estratto del discorso), nate in un contesto culturale e scientifico influenzato dalla crisi petrolifera degli anni ’70 e dalla pubblicazione di “The Limits to Growth”, di Donella e Dennis Meadows e Jorgen Randers. L’analisi, basata sulla “Dinamica dei sistemi”, concludeva che se non fossero state intraprese azioni adeguate da parte dell’umanità per modificare il modello di sviluppo, sarebbero stati superati nei primi decenni dell’attuale secolo i limiti fisici del pianeta, determinando la crisi e il collasso del sistema. Essi avevano individuato tre azioni imprescindibili per invertire la tendenza al superamento e al collasso: Leggi il seguito di questo post »





Gli “ordigni” dell’uomo “occhialuto”

1 07 2008

Riporto le righe conclusive de “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo perché sono quantomai profetiche, specie se si pensa che il libro è del 1923; nel leggerle va ricordato che “la malattia” è uno dei temi centrali del romanzo:

La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini.
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Strategies for a sustainable planet

9 06 2008

100° anniversario nascita Aurelio Peccei e 40° aniversario Club di Roma
16-17 Giugno 2008 - Auditorium di ROMA, Sala Petrassi

La popolazione umana ha ormai sorpassato i 6.6 miliardi. All’inizio del 1900 eravamo 1.6 miliardi ed abbiamo concluso il secolo scorso con oltre 6 miliardi. Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che raggiungeremo entro il 2050, 9.1 miliardi. Il numero di persone sul pianeta che sta raggiungendo livelli di consumo di risorse e di produzione di rifiuti simili a quelli avuti sinora nei paesi industrializzati è cresciuto notevolmente, sorpassando, in pochi decenni, il miliardo. Globalmente vi sono oltre 2 miliardi di persone che presentano livelli di utilizzo di energia e di risorse con stili di vita consumistici. I sistemi naturali presentano evidenti segnali di profonda sofferenza di questo impatto e l’impronta ecologica dell’umanità sta ogni anno sorpassando la biocapacità produttiva della natura. La nostra specie ha fisicamente trasformato gli ecosistemi delle terre emerse per l’80% della loro superficie. L’impatto umano sui mari e gli oceani del pianeta è ritenuto molto alto per oltre il 40% degli stessi. Abbiamo modificato i grandi cicli biogeochimici, come quello del carbonio, con gravi ripercussioni sull’intero sistema climatico e quello dell’azoto. Stiamo distruggendo la ricchezza della vita sulla Terra, la biodiversità, a livelli mai raggiunti nella nostra storia tanto da far ritenere agli scienziati che siamo protagonisti di una vera e propria estinzione di massa. Il prodotto globale lordo di tutte le nazioni della Terra, cioè il totale aggregato di tutti i beni finiti e di tutti i prodotti a livello mondiale, ha sorpassato i 70.000 miliardi di dollari nel 2007, quando era di 18.600 miliardi nel 1970.
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Se il petrolio va a picco

8 06 2008


Una crisi peggiore del ‘29. Secondo Alberto di Fazioil sistema attuale, in tutte le sue forme, non solo non può essere riformato, ma crollerà - e lo sta già facendo - con un tonfo che però temo si porti via molti di noi esseri umani… e questo a prescindere dalle “idee” che ognuno di noi possa avere. Questa è una conclusione rigorosamente scientifica, tratta dall’analisi dei dati, dei trend e dei processi in atto da ormai più di un secolo, e ampiamente prevista non da “pericolosi rivoluzionari” o “attivisti ecologisti”, ma dal fior fiore dell’intelligentia scientifica dell’MIT – 45 anni fa con Jay Forrester e il General Dynamics Group e 38 anni fa con la task force incaricata dal Club of Rome; e poi ripetuto nel 1992 e nel 2002 con calcoli e modelli aggiornati, oltre che con il confronto con i dati dei 20 e poi 30 anni di dati che precedentemente erano previsioni!

di Francesco Piccione - fonte: Il Manifesto, 25/5/2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ‘70, così come la Libia; l’Iran nel ‘74. Gran Bretagna e Novegia tra il ‘99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose
che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ‘70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ‘29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ‘29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ‘98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ‘72, nel ‘92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.





Austerità

7 06 2008

dai discorsi di Enrico Berlinguer al Teatro Eliseo di Roma (1977) e al Teatro Lirico di Milano (1979)

L’austerità, leva per trasformare l’Italia ed instaurare una cooperazione col Terzo mondo
L’austerità come leva di sviluppo

(…) Una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’Occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’Occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di Instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere - dobbiamo ammettere, anzi - che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese. (…)
L’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell’Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono: innanzi tutto, il moto e l’avanzata dei popoli e paesi del Terzo mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d’inferiorità, cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l’acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l’Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibilità economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticinque anni.
Da tempo noi comunisti cerchiamo di richiamare l’importanza e di far prendere coscienza di questi dati oggettivi della situazione del mondo e dell’Italia. Tuttavia, ancora oggi molti non si sono resi conto che adesso l’Italia si trova oramai - ma io credo, prima o poi, anche altri paesi economicamente più forti del nostro si troveranno - davanti a un dilemma drammatico: o ci si lascia vivere portati dal corso delle cose così come stanno andando, ma in tal modo si scenderà di gradino in gradino la scala della decadenza, dell’imbarbarimento della vita e quindi anche, prima o poi, di una involuzione politica reazionaria; oppure si guarda in faccia la realtà (e la si guarda a tempo) per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, in un ‘iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà, che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell’uomo sulla storia e sulla natura.
Ecco perché diciamo che l’austerità è, si, una necessità, ma può essere anche un’occasione per rinnovare, per trasformare l’Italia: un’occasione, certo, come ha detto qui un compagno operaio, tutta da conquistare, ma quindi da non lasciarci sfuggire.
L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (…)
La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. “Lor signori”, come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l’assurdo perché in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari.





Marc Augé: Con le due ruote riscopriamo gli altri

2 06 2008

Il decalogo della “Nowtopia” (AK Press) di Chris Carlsson, attivista sovversivo di S.Francisco, critical-masser dalla prima ora, osservatore e narratore delle ribellioni metropolitane di tutto il mondo.

1.Riappropriarsi del tempo
2.Riscoprire il valore dell’essenziale
3.Riattivare l’uso dei cinque sensi
4.Percepire il proprio corpo ed il rapporto con l’esterno
5.Andare in bicicletta
6.Trovare nuove forme per l’espressione di sé
7.Impiegare le proprie capacità fuori dal mercato del lavoro
8.Coltivare il proprio orto
9.Unirsi con gli altri in progetti pratici
10.Prendersi cura di sé e delle persone

di Giampiero Martinotti - fonte: La Repubblica 1/6/2008

Marc Augé, lei ha appena pubblicato un “elogio della bicicletta” che sarà tradotto da Bollati Boringhieri, e sostiene che «il ciclismo è un umanismo». Cosa vuol dire?
«è una formula che ho scelto con una punta di ironia, pensando a Sartre («l’ esistenzialismo è un umanismo»). Volevo dire soprattutto che la pratica della bici favorisce i contatti, la riscoperta dell’ altro e obbliga a far attenzione al tempo e allo spazio. Quando ci si sposta in bicicletta si è più attenti agli altri, si sviluppano relazioni umane più dirette in un’ epoca in cui la tecnologia e le abitudini le rendono più astratte».

Alcuni teorici americani parlano di “critical mass”, di un uso sovversivo della bicicletta: cosa ne pensa?
«Se ci fosse un uso generalizzato della bicicletta, non come una semplice distrazione ma come un mezzo di trasporto, le conseguenze potrebbero essere colossali, dal punto di vista economico e dal punto di vista delle relazioni sociali. Oggi i punti di equilibrio di una grande città sono fuori dal centro, diventato una zona di passaggio. La trasformazione dello spazio ci obbliga a trasporti rapidi. Praticare la bici vorrebbe dire ricentrare l’attività umana. Sarebbe rivoluzionario, a patto che non si limiti ai giovani. Ma per essere esteso a tutti ci vuole una vera rivoluzione urbana».

In questa passione per la bicicletta non c’ è anche una buona dose di nostalgia, l’ eterna attrazione per il mondo di ieri, in cui tutto andava più lentamente?
«In parte soltanto. Ai tempi di “Ladri di biciclette”, nel dopoguerra, la bici era prima di tutto uno strumento di lavoro: non si può rimpiangere questa epoca. è vero però che nelle nostre rappresentazioni ecologiche di oggi c’ è l’ immagine un po’ idealizzata di un passato meno rapido, in cui si consumava meno energia. Attraverso questa nostalgia, tuttavia, vengono posti interrogativi che non rientrano solo nel campo della nostalgia».





“La fine del mondo storto”

21 04 2008

di Mauro Corona - fonte: La Domenica di Repubblica del 20/4/2008
Tratto dal romanzo “La fine del mondo storto” (mai pubblicato).
http://www.dispersoneiboschi.it/

Un giorno il mondo si sve­glia e scopre che non c’è più petrolio, né corrente elettrica, né gas, né carbo­ne. Nei paesi di montagna la situazione è abbastan­za affrontabile, nelle città il discorso cambia. È inverno, l’inverno freddo e umido delle città con le nebbie e la soli­tudine di ognuno che messa assieme di­venta di massa. I primi giorni la gente li supera, con tabarri e spavento, ormai sa tutto. Hanno capito che non c’è carbu­rante, corrente, gas, carbone. Nessuno si chiede perché, il freddo morde, privi di forza elettrica i bruciatori non vanno.
Il mondo piglia paura. Con l’ultima benzina la gente di città corre a compra­re stufe, fornelli, qualche aggeggio che funzioni a legna. Ma non ce n’è per tutti, le stufe erano considerate archeologia ridicola. Gli ultimi raccattano bidoni, contenitori di ghisa, di ferro, d’acciaio con l’intenzione di cavarne stufe. Però manca legna, in molte case e condomini non c’è canna fumaria. Allora ci si attac­ca al camino del bruciatore, s’infilano i tubi direttamente da un buco della fine­stra, tanto più sporche di così le città non diventano. Resta il problema legna. Camion non arrivano, sono a secco, treni neanche, macchine peggio, dopo alcuni giorni han finito la riserva. Negozi e su­permarket, che vendevano mattonelle, carbone, pellet, cilindri di legno pressa­to per i barbecue domenicali, sono stati svuotati in un giorno. Rimane roba nei magazzini, quella se la tengono i padro­ni, per scaldarsi loro.
La paura aumenta: «Fa freddo, che facciamo?». A quel punto la gente decide che si può fare a meno di un mucchio di robe. Robe inutili che ingombrano la ca­sa, robe di legno. Fanno a pezzi e brucia­no tutto quel che non serve. Si scaldano. Ma il freddo insiste, l’inverno è lungo. «Si può fare a meno delle sedie – dicono - mangiamo in piedi». Scaldandosi, le sedie finiscono. Allora dicono che si può fa­re a meno di tavoli, mensole, armadi, portafiori, della libreria chi ce l’ha, e di tutto quel che è legno. Poi s’accorgono che si può dormire senza letto, sui mate­rassi. Fanno legna di letti matrimoniali e singoli, massicci o impiallacciati, como­dini e affini senza il minimo rimpianto. Scoprono che, di fronte al bisogno, nien­te ha più valore della vita. Altro che ricor­di della nonna! Via quell’attaccapanni antico, e quella madia del Seicento, roba di noce, arde che è un piacere.
Alla sera non c’è televisione, questa è dura da mandar giù. «Che facciamo?». Manca corrente, niente tv, né luci, né for­ni a microonde, né gratta-formaggio, né sbatti-uova, niente di niente. Le prime notti sono da incubo, non si dorme un secondo. Abituati alla compagnia di Fe­de, Baudo, Vespa, Bongiorno, Santoro, Fiorello, in Italia nessuno dorme più. «Come faremo a passare le serate senza quelli?». Qualcuno azzarda: «Si potrebbe leggere, proviamo a leggere». Cercano ri­viste, giornali, libri, sillabari, elenchi te­lefonici, cercano tutto quel che è scolpi­to a parole. Corrono nelle biblioteche, nelle librerie, alle edicole, si procurano riviste, giornali, libri. Li trovano impilati per terra. Scaffali, porta-libri, scansie e armadi sono serviti a scaldarsi. Si legge a lume di candela, lampade a petrolio, ma le scorte finiscono. Allora le gente legge alla luce del giorno fino al crepuscolo, poi si mette a chiacchierare a contar storie al buio, finché arriva un po’ di sonno. Ma non è tutto così semplice. Molti di­ventano pazzi, vagano per le città scure come miniere di carbone, molti si tolgo­no la vita, altri muoiono in disperazione. Non è facile rimanere senza comodità. Le comodità perse di colpo creano pani­co, non siamo preparati. Le fabbriche hanno chiuso, le scuole pure, osterie, bar, ritrovi, discoteche, anche. Tutto chiuso. Di giorno la gente si muove a pie­di o in bicicletta. Sulle biciclette hanno montato ceste, pianali, servono a porta­re a casa qualcosa di utile. Si comincia a scambiarsi roba. È dura, durissima. La roba pian piano cala, sta per finire, fini­sce, serpeggia il panico. Gli ospedali so­no vuoti, chi non è morto è guarito, chi ce l’ha fatta si è trascinato a casa a morire o guarire. Senza corrente i chirurghi non operano, sacche di sangue vanno a ma­le, respiratori bloccati, ascensori, cuci­ne, tutto fermo, morti a camionate. Ne­gli ospizi i vecchi hanno resistito poco, sono crepati di fame e di stenti.
I morti li seppelliscono dove capita, scavano con picconi e badili, li mettono giù vestiti. Nel mondo sono milioni. Manca latte per i neonati, i neonati muoiono, vecchi e bambini sono sem­pre i primi a morire. Mamme e papà vanno in bicicletta o a piedi fino alle campa­gne, cercano un bottiglione di latte per i bimbi rimasti. Previdenti i contadini hanno i depositi colmi di fieno, possono tira­re avanti fino all’estate, quando crescerà erba nuova per il bestiame. Ma c’è da eli­minare vacche, l’erba nuova bisogna falciarla a mano, a mano è difficile mante­nere mandrie. I contadini scoprono che non hanno più falci. E allora di corsa alla ricerca di vecchie falci nelle soffitte, negli scantinati. Vengono saccheggiati i muffosi “musei del contadino” per recuperare gli at­trezzi indispensabili i che stavano da anni chiusi in bacheche di vetro e legno.
II legno serve a far fuoco. Gli attrezzi c’e­rano, vengono recupe­rati ma pochi sanno usarli. Gran parte della gente non sa nemme­no cosa sono, a che ser­vono. Qualche vecchio contadino spiega e in­segna. In primavera occorre rimettersi a semi­nare, o si crepa di fame. Alcuni ingegneri mon­tano mulini a vento per fare un po’ di corrente, altri recuperano pan­nelli solari. A Milano sole ce n’è poco ma è pur sempre un filo di corrente che viene. Con quella corrente si fanno cose urgenti. Gli ospedali sono chiusi ma i medici vanno e vengono. Eseguono qualche intervento semplice facendo bol­lire i ferri con acqua e sale sulle stufe improvvisate. Non possono far bollire le siringhe, sono di plastica, si sciolgono.
Giornali non ne escono più, le mac­chine sono ferme, e i computer idem. Giornalisti di testate famose vanno nelle piazze e raccontano a voce quel che han­no sentito e visto. Per quelli che passano dopo, scrivono le notizie col carbone sulle facciate dei muri, sull’asfalto. Ver­gano notizie e parole d’incoraggiamen­to. Non riescono a fare a meno di scrive­re, mestiere è mestiere, devono informa­re. E si firmano. «Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare», ammonisce una scritta.
Nelle città regna un silenzio che fa torcer le budella. Non circola una macchina, una moto, un motorino, solo gente a piedi o in bicicletta. Però non c’è un grammo di immondizia. Per sopravvi­vere si è riciclato tutto, fino all’ultimo tu­racciolo. Si vede in giro gente con giub­botti multicolori confezionati assem­blando buste di cellofan una sopra l’al­tra. Tengono caldo, tengono fuori il ven­to. Con quintali di bottiglie di plastica hanno fatto grondaie per catturare ac­qua piovana, può sempre andare bene l’acqua. Adoperano tutti gli scarti. Con­fezionano calze dì carta, maglie di gior­nali e altre robe. Con quello che non ser­ve accendono falò per scaldarsi.
Nelle città sono venuti a sapere che i paesi di montagna se la cavano meglio. Quei montanari incolti hanno boschi, prati, campi, orti, stufe, falci, zappe, ba­dili, vanghe e picconi. E allora vanno su. I vecchi della montagna sanno far qual­cosa con le mani, insegnano ai fuggiaschi che imparano subito. Pian piano, tra morti e caos, torna la primavera, quel che la gente aspettava. Col sole tiepido i superstiti si mettono a fare, avviene il miracolo. Nelle periferie e nelle città, ogni angolo di verde, giardini, campi da golf, campi sportivi, terre incolte, par­chi, terrazze, scarpate di ferrovie, aiuo­le, vengono accuratamente vangate e, con l’aiuto dei contadini, seminate. Se­minate a tutto: patate, fagioli, radicchi, insalate, cicorie, verze, cavoli, angurie, rape, ravanelli, carote. Tutto quel che si può mangiare quando mette fuori il muso dalla terra lo hanno seminato. In città non c’è più un cane, un gatto, un crice­to, un canarino nemmeno a pagarlo oro. Si sono mangiati tutto, anche certi pito­ni e boa che tenevano nei salotti per compagnia. Le verdure crescono, proli­ferano, si allargano. C’è qualche furto, roba da poco, tutti col­tivano terra dove la trovano, non occorre rubare niente, la gente divide e offre. Non oc­corre nemmeno ucci­dere, la gente crepa da sola.
È morto un tre quar­ti del pianeta: di pani­co, di follia, di fame, di freddo. C’è chi è morto di tristezza per non avere più le comodità che aveva un tempo. I ricchi, diventati pove­ri, si danno da fare più degli altri perché, più degli altri, hanno pau­ra di crepare. Nelle zo­ne che furono opulen­te, il Nord a esempio, si vedono magnati del­l’industria, dell’edito­ria, delle televisioni, padroni di fabbriche, stabilimenti, che colti­vano patate, fagioli e verzure varie. Inginoc­chiati negli immensi parchi delle loro ville, dove prima c’erano orchidee e piante non commestibili, i capita­ni d’industria zappa­no, sarchiano, vanga­no, seminano, spel­landosi le mani non avvezze al badile. Lo devono fare, devono piegare la schiena, per forza, fanno la gobba, le schiene scricchiolano come gerle sec­che. Non trovano nessuno che lavori al posto loro, nemmeno per un milione di euro al giorno. La gente ha capito che i soldi non comprano un accidente, coi soldi si crepa di fame. Un catino di pata­te lesse senza sale vale un milione di vol­te più di un milione di euro. Privi di pro­pulsori, i sopravvissuti hanno capito tutto.
L’estate è un dono di Dio, non serve fuoco e nemmeno andare in ferie. Si bada alle verzure. Si va in giro a raccogliere e far deposito di legna per l’inverno. Pian piano le città hanno raggiunto le campagne, son diventate campagne loro stesse.
Cittadini e contadini si aiutano. Alle­vano di nuovo bestiame per latte e carne, uova, col pellame crudo fanno ciabatte, giacché. Coltivano campi, curano prati per i fieni, falciano a mano. I miliardari, con barche a vela miliardarie, battono le coste a pescare, tagliano pinete per far legna, la spostano in barca, poi a spalle, la dividono con gli altri. Tutti piantano al­beri per il tempo a venire.
Politici non ce n’è più neanche uno, quelli che non sono morti di inettitudine si sono sparpagliati perle campagne, ta­stano l’aria con la lingua come le vipere, annusano, cercano, imparano dai con­tadini a coltivare. Uno predilige la cico­ria, l’altro le verze, un altro i cavolfiori. Coltivano. Il più in difficoltà è stato un ministro dell’agricoltura: non sapeva da che parte tenere il badile. In difficoltà an­che i politici che al tempo delle vacche grasse si occupavano di operai e lavoro, Non sanno fare niente, nemmeno il la­voro più semplice.
Molti abitanti delle città hanno rag­giunto le montagne per dividere coi montanari un pasto al giorno e apprendere i trucchi del sopravvivere. A Ripido, piccolo paese del Friuli arriva un milanese in bicicletta, nota il mulino che fun­ziona con la forza dell’acqua. Vede in gi­ro campi di pannocchie, dice di voler comprare tutto. È uno grintoso, ha più miliardi lui che ciottoli i torrenti. È abi­tuato a comprare tutto coi soldi. Offre al mugnaio milioni di euro ma il mugnaio lo manda in quel posto. Il tipo stacca una valigia dalla canna della bici. Dice al mu­gnaio: «Oltre ai soldi ti do questi». Cava dalla valigia una decina di tele arrotolate. Sono quadri di VanGogh, Caravaggio, Picasso. «Quelli - dice il mugnaio - non son buoni neanche a far fuoco, dei suoi quadri e dei suoi soldi non so che farmene, e neanche lei, mi pare, sa che far­sene». «È vero», risponde l’uomo. «Era ora - ribatte il mugnaio - finalmente i soldi fanno vedere il muso che hanno, maledetta carta di merda. In questa di­sgrazia occorre il mangiare. La più pic­cola rapa serve a star vivi. Una pannoc­chia fa vivere un giorno e siccome tutti vogliono vivere un giorno in più, non vendono la pannocchia neanche per miliardi di euro. E adesso, se vuol mangia­re, tiri su le maniche». L’uomo pensa: «Cribbio, tempo fa quando c’era petrolio, corrente, gas e carbone, comandavo io. Coi soldi compravo tutto, e tutti si facevano comprare. Coi miei soldi potevano avere quel che volevano, quel che so­gnavano. Adesso vale più una patata che i miei imperi». Il mugnaio dice: «Quando c’è da crepar di fame e di freddo, una pa­tata e una stufa diventano dio, un dio da rispettare. Un giorno di vita in più chia­ma speranza, può succedere qualcosa che domani cambia le cose in meglio».«È vero», risponde il ricco. Manon butta via le tele, le rimette in valigia.
Nelle metropoli, i sopravvissuti si or­ganizzano, si danno da fare, non piango­no neppure i morti, per piangere ci vuo­le sicurezza e pancia piena. Quando sai che domani il morto puoi essere tu, non stai a piangere i morti, cerchi di salvare la pellaccia, di allungarti la vita per quel fa­moso giorno in più. Fiorisce un primiti­vo artigianato fatto di scarti, non si butta via niente, tutto viene usato per sopravvivere. Con la cenere dei fuochi lavano la faccia, con qualche straccio e escrementi secchi accendono il fuoco.
Però, in questo disastro mondiale, in questa situazione limite, i sopravvissuti, spazzini e re, miliardari e miserabili, giu­sti ed empi intelligenti e coglioni, s’accorgono di aver recuperato una cosa che non esisteva più, una cosa appartenuta forse ai loro trisavoli: la lentezza. Vanno piano a fare tutto, anche a mangiare il poco che hanno. Dormono dodici, quin­dici ore, serenamente rassegnati al de­stino. I grandi manager, vestiti con quel che trovano, non hanno più agende fitte di appuntamenti, non competono più, non baruffano, non hanno più l’assillo di pigliar treni, aerei, automobili I capitani d’industria non tengono più riunioni di cda, non cercano mercati in Cina, i cine­si avanzati non invadono più niente, tranne i campi di riso per resistere. La gente rimasta va a dormire quando fa buio, si alza quando fa chiaro. Non hanno orologi né sveglie né cellulari. Hanno sempre fame, mangiano poco e quando possono, non ce n’è uno che abbia un fi­lo di grasso. Gente che prima stava male perché piena di stress, superlavoro, supercibo, supersoldi, supermiseria e su-perfame adesso si è livellata e sta da dio. Uomini, donne, bambini sono magri, sani, tirati come fildiferri. Non hanno più orari, non hanno doveri, né impegni, non temono nemmeno i ladri.
Banche e gioiellerie rimangono aperte, nessuno tocca niente. Oro e diaman­ti hanno meno valore della spazzatura con la quale si confezionano abiti. I com­puter sono morti e a nessuno frega nien­te. Senza la vita del filo elettrico, sono scatole grigie, piene di misteri e tesori inutili. In questa immane tragedia planetaria, i superstiti si sono accorti di quante robe superflue e cianfrusaglie inutili si circondavano prima del disastro. Erano diventati drogati, oggetto-dipendenti. Uomini che credevano di gestire gli oggetti venivano invece gestiti da loro. Ora, finalmente, si sono liberati, la sorte li ha liberati. Da soli non sarebbero mai riusciti. Deve sempre intervenire una forza esterna a farci perdere i vizi. La micidiale austerità ha tolto ai superstiti vizi, orpelli, esigenze, orari e obblighi. Li ha liberati senza tante storie. Tutto questo in cambio di tempo. Ha regalato tempo libero.
Piano piano, i superstiti imparano a sopportare il silenzio, poi a goderne: Vanno a piedi per città silenziose prive di clangori, clacson, motori, urla, schia­mazzi, fumo. Nel cielo di queste città si rivedono le stelle. I superstiti tacciono, o parlano piano, silenzio chiama silenzio. Apprezzano la bontà del cibo improvvi­sato, la scarsità di mezzi, l’essenzialità di un vestito fatto di stracci, di tela o di cartone. Ma ascoltano ogni sussurro. Nelle notti buie e silenziose, sentono canti di uccelli notturni. Fanno l’amore senza progetti per il domani, senza ipoteche sul futuro, senza l’incubo del mutuo. Na­scono bambini che le mamme allattano al seno. Nelle ristrettezze le donne si so­no affilate, sono diventate cerve, camosce, capriole, leonesse. Sono diventate forti, naturali, attente. Hanno rifatto il latte nelle mammelle come le bestie. Non tutti i neonati sopravvivono, quelli che ce la fanno crescono sani.
S’accorgono, i superstiti, che tutte le cose scomparse, da tempo, cose che nemmeno conoscevano, tornano gradite e affettuose suscitando sorpresa e allegria come un animale estinto che riappare d’improvviso. Giorno dopo giorno, s’accorgono che vivere è come scolpire, bisogna tirar via, togliere per vedere. Occorre non avere per apprezzare quando arriva qualcosa. In quelle condizioni non serve far progetti, piani di lavoro, strategie, per questo dormono tranquilli. Sono tutti ricchi uguali e poveri uguali. Nascono e ripartono ogni mattina, da quello che resta. Da quel che riescono a fare.
«Che bene si sta - dicono - adesso possiamo pregare per i morti».