La logica dell’orticello

23 07 2008


Braccagni

In uno scambio di commenti sul blog della Sentinella del Braccagni in cui si discute sulle brutture che si vanno realizzando a Braccagni e che rendono il paese sempre più amorfo e impersonale si cita:
«Al largo in una nave ci sono di marinai che vedono una falla e sta entrando acqua. Uno dei due va a riferirlo al capitano; torna e dice all’altro: “Il capitano ha detto che fra un quarto d’ora rischiamo di naufragare” L’altro: “E chi se ne frega, tanto non è mica mia la nave!”.»
Già, la nave sta affondando tra l’indifferenza generale! Ma non solo… la gente vede questi interventi sbandierati come eco-sostenibili, sviluppo, progresso posti di lavoro, fiore all’occhiello, eccellenza, polo di qui e polo di la…. come opportunità per cogliere qualche briciola che cade dalla torta e portarsela a casa, nel proprio giardinetto, piscinetta o orticello…. Leggi il seguito di questo post »





Una cultura da cambiare

23 05 2008

di Carlo Petrini - fonte: La Repubblica, 21/5/2008

Provate mai a immaginare questo nostro pianeta come un essere in grado di parlare e di dialogare con noi? A immaginare quel che vorrebbe dirci, se potesse comunicare a parole? Io ogni tanto ci provo, con risultati devastanti. Perché un conto è metaforizzare i cataclismi che sono davanti agli occhi di tutti noi (dall’ uragano Katrina alla desertificazione delle foreste) come “risposte” della Terra ai comportamenti dell’ uomo. Risposte allarmanti, ma che mantengono, nella loro straordinaria violenza, un segnale di energia, di presunta vendetta. Quando, invece, me la immagino che ci parla non riesco a non pensarla esausta, indebolita. Non immagino una voce stentorea che mi si rivolga con odio e rabbia, ma una voce stanca e affranta, che chiede una tregua, che chiede quando mai la finiremo, o per lo meno sospenderemo, di prendere, prendere, prendere. Si è molto parlato, nelle settimane pre-elettorali, dell’ ambientalismo del fare. Io, a titolo di completezza, sarei per specificare “del far bene”, nel senso che il fare, in sé, non mi pare un valore. Anzi, mi preoccupa un po’ , come mi preoccupa quest’ incondizionata passione che i politici, senza distinzione di appartenenza, hanno dichiarato nei confronti della crescita del Pil. Il Pil cresce anche producendo mine antiuomo, o imballaggi inutili che dovranno essere smaltiti (e anche questo fa crescere il Pil) o che, se smaltiti malamente, inquineranno acqua, aria, terra; e per bonificare, ammesso che sia possibile, si farà ancora crescere il Pil. Se invece si mettesse in campo un pizzico di saggezza, si potrebbe intraprendere la strada dell’ economia del “non fare”. Perché a volte è lì la chiave della ricchezza. Raffinerie, treni ad alta velocità e cementifici nelle vigne, sono ferite aperte nel cuore di territori che, in salute e bellezza, stanno producendo economia. Perché non lasciarli continuare? Perché disturbare? Bisogna stare attenti, perché la cultura del fare, se non ha filtri, diventa la cultura del rifare, del disfare, del fare troppo per poi sfasciare. È una cultura subdola, perché si spaccia per libertà, progresso, benessere. Pensate ai prodotti dietetici che vengono pubblicizzati in questi ultimi tempi. Pastiglie che impediscono all’ organismo di assorbire calorie, mentre se ne ingurgitano a volontà. Non è una follia? Non è immorale? Per non ingrassare bisogna mangiare di meno e meglio e avere uno stile di vita corretto; la soluzione non può essere ingurgitare qualunque quantità di cibo per poi rendere il nostro organismo impermeabile alle calorie. È come tenere le nostre case a 25 gradi d’ inverno per stare in salotto in maniche corte; è come usare abbondantemente la preziosa acqua potabile per lo sciacquone del water. Ecco dove ci ha portato la cultura del fare. A fare male, a fare troppo. A fare cose che ci costano tanti soldi, e per avere quei soldi dobbiamo lavorare di più, e per lavorare dobbiamo fare, fare, fare. Se mangio meno e meglio spendo meno e non ingrasso. Risparmio sia sul cibo che sulle pastiglie dimagranti. Posso destinare quei soldi diversamente, oppure decidere che non ne ho bisogno, quindi non ho necessità di guadagnarli, quindi ho qualche ora libera in più. Magari per curare un piccolo orto, o per giocare con i figli o per leggere il giornale, saltando le pubblicità delle pastiglie dimagranti. L’ economia del “non fare”, invece, ha le sue radici nella cultura dell’ osservare. E del chiedersi: che bisogno ce n’ è? L’ economia del “non fare” ha uno sguardo lungo, non ragiona in termini di ritorni immediati: ha i tempi della natura, non quelli della finanza. Investe a lunghissimo termine e ha straordinari ritorni, perché è un’ economia che non si occupa solo di denaro. Si occupa di culture, di identità, di territori, di origine, di storia e di storie; si occupa di paesaggio, di turismo, di conoscenza, di salute e di bellezza; si occupa di vigne, di imprenditoria, di mercato, di relazioni, di comunità, di coerenza. Siamo capaci di calcolare queste spese? Quanto costa una collina distrutta? Quanto costa un paesaggio devastato? Quanto costa un anziano che si immalinconisce perché il figlio non curerà più la vigna? Quanto costa l’ orrore di un cartello che, in mezzo a colline vitate, avvisa che respirare può essere pericoloso? Quanto costa un bambino che cresce in mezzo alla bruttura? I crociati del fare insorgeranno: con la cultura del non fare non ci sarebbero nemmeno le vigne, diranno. Troppo facile esagerare. Troppo facile far finta di non capire che quando parliamo di economia del non fare stiamo parlando, semplicemente, di economia della cura. E la cura è una cosa seria, complessa e delicata. Che richiede sensibilità, competenza e dedizione. Perché non si può, mai, curare solo una parte. Ecco cosa ci chiede la Terra con la sua voce stanca: che ci si prenda cura di lei. Che la si smetta con gli interventi, le violenze, le conquiste. Che ci si metta in ascolto, per capire dove duole, cosa le fa male, cosa le fa bene. Deponiamo le armi del fare, smettiamo di considerarci padroni a casa d’ altri. Cerchiamo di non disturbare, di non interrompere, di non sporcare. Ascoltiamola e prima o poi capiremo che la cura che serve a lei, è la stessa che serve a noi. Se non ci alleniamo in questo esercizio, gli unici messaggi che riusciremo a cogliere resteranno quelli delle catastrofi. E dopo ogni catastrofe i falsi crocerossini del fare si rimettono all’ opera, mentre i curatori del far bene vedono allontanarsi il traguardo del benessere.





Un codice salverà il paesaggio

20 03 2008
Benedetto Croce, con l’autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio «altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli».

Landana, Castiglione della Pescaia, filare di pini e cipressi

di Giovanni Valentini - fonte: La Repubblica, 20/3/2008

Ecco il nuovo cadice che salverà il paesaggio

È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l’Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell’ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.
Già Croce nel ‘20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre “un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo”. E con l’autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio “altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”. Sfrondata dalla retorica dell’epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.
Prima di arrivare all’approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d’equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l’importanza e il valore del Codice perché ne fa un “corpus” giuridico condiviso dall’amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una “devolution” selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell´ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.
Fondato sull’articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e al secondo comma che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“, il Codice Rutelli può essere l’inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una “nuova Italia”, più ordinata e civile. È stata un’importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell’ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell’identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all’esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli “sherpa” ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una “competizione virtuosa”.
Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l’altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L’amministrazione centrale emana le “prescrizioni d’uso” a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.
Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest’ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.
Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a “merci” e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.

Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l’occupazione del settore e dell’indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l’Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all’identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.





Evitiamo un assassinio annunciato!

17 03 2008

Manifesto in solidarietà di Don Erwin Krautler

Don Erwin Krautler, presidente del CIMI (Consiglio Indigeno Missionario) e vescovo di Altamira, stato del Pará (Brasile), da vari anni è minacciato di morte, per il suo impegno a favore dei popoli indigeni e dei lavoratori agricoli di quello stato. Negli ultimi giorni le minaccie sono diventate più pressanti.

Don Erwin si è dedicato con suor Dorothy Stang, come tutt’ora, alla lotta per i diritti dei popoli indigeni e delle comunità agricole e per la tutela dell’ambiente nella regione amazzonica; ha denunciato lo sfruttamento sessuale di adolescenti da parte di politici e l’evirazione e l’assassinio di ragazzini nello stato del Parà; sta denunciando l’attività di latifondisti, proprietari terrieri che si sono appropriati di terre in modo illegale, imprenditori del legno e proprietari delle aziende agricole che sfruttano il lavoro schiavo e distruggono l’ambiente; ha aperto nella sua Diocesi uno spazio di dibattito sulla costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, che minaccia di colpire le comunità indigene e contadine, ma interessa molto agli imprenditori del legno e industriali locali.

A causa della sua attività pastorale dedicata ai popoli indigeni e ai lavoratori, Don Erwin è stato minacciato e aggredito innumerevoli volte negli ultimi anni. Nel 1987, un incidente automobilistico in una autostrada, sospetto di dolo, quasi gli costò la vita e provocò la morte di un suo amico e collaboratore, padre Salvatore Deiana. Oggi, Don Erwin vive sotto la protezione della polizia militare dello stato del Pará. Si sa che è in corso un piano articolato per assassinarlo, le cui caratteristiche rivelano che è opera di persone di grande potere economico, probabilmente un consorzio, come quello che ammazzò vigliaccamente suor Dorothy Stang tre anni fa. La prova di questo è la cifra offerta ai potenziali assassini: un milione di reais (circa 400.000 euro)!

Facciamo appello alla società brasiliana perchè ripudi questo sordido crimine in corso, contro un lottatore in difesa dei lavoratori e dei popoli indigeni nel nostro paese; esigiamo dal ministero di giustizia, dalla polizia federale e dal governo dello stato del Parà, che facciano subito indagini e con competenza, catturando e portando davanti alla giustizia questi criminali, di certo collegati al grande potere economico e politico dello stato del Parà, che pianificano, come mandanti ed esecutori, di assassinare Don Erwin Krautler.

São Paulo, 12 Marzo 2008.

FIRMATO DA …

Dom Tomás Balduíno, per la Comissione Pastorale della Terra – www.cptnacional.org.br

João Pedro Stédile, per Via Campesina e MST – www.mst.org.br

Altamiro Borges,

Beto Albuquerque,

Ivan Valente, Dep. Federal – PT/SP

João Capiberibe, ex-governatore

Ricardo Gebrin,

Ronald Rocha, PCdB de Minas Gerais

Sérgio Miranda, ex-deputato federale del PCdB

Cláudio Spis,

Sávio Bonés

Frei Gilvander Luís Moreira, per la CPT/MG e per la chiesa del Carmine di Belo Horizonte,

José Luiz Quadros de Magalhães, Dr. prof. di Direito Constitucional – UFMG.

Delze dos Santos Laureano, Procuratore del Município de Belo Horizonte,

Marcilene Maria Ferreira, per RENAP – Rete Nazionale degli Avvocati Populari del Minas Gerais;

Virgílio Mattos, professore di Direito Penal da Escola Superior Dom Hélder Câmara e da UFOP –

Ana Maria Turolla, per il Movimento Capão Xavier Vivo – www.capaoxaviervivo.org

Chiara De Poli Comitato Amig@s MST Provincia Genova

Antonio Lupo Comitato Amig@s MST Milano

Patrick Marini Comitato La Sentinella della Maremma

Cristiania Panseri, Criminologa

(Invia la tua firma a anlupo at alice punto it, indicando la realtà che rappresenti e invia a tutti i tuoi contatti. Evitiamo un assassinio annunciato!)





1° maggio 2008

10 03 2008

XVIII Raduno squadre maggerini

Una delle scadenze calendariali folcloriche più rilevanti del panorama Toscano in cui molte squadre, al ritorno dal loro giro di questua durato tutta la notte, faranno tappa a Braccagni (Grosseto), al Campo della Fiera, portando i loro canti augurali.


Braccagni, 1° maggio 2007 - Di spalle l’ultimo cantastorie maremmano del novecento Eugenio Bargagli che, come scrive Lisetta Luchini, “all’età di 92 anni, s’è incamminato zitto zitto per una delle tante strade ancora da percorrere, dopo averle camminate tutte in lungo e in largo per oltre 70 anni, con la sua fisarmonica.” (foto C. Longobardi)

Ai piedi della collina tra gli olivi ai margini del bosco, anche quest’anno, ci ritroveremo tutti, poeti, musicisti, cantanti e appassionati ad ascoltare canti e sfide di poesia gustando, come ormai tradizione, una ricca merenda offerta dal Gruppo tradizioni popolari Galli Silvestro.

In attesa dell’inizio della manifestazione, alle 13.00, non mancate una visita, in tema con la giornata, al Museo della civiltà contadina di Montepescali da dove, tra l’altro, potrete ammirare lo stupendo panorama che spazia fino al mare. Sarete nel cuore della Maremma dove l’antico lago Prile divenne la palude che segnò il destino di questo territorio e che La Sentinella della Maremma nata, non a caso il 1° maggio 2007, vorrebbe salvare dall’arrogante ignoranza della politica che permette e auspica crescenti ed inutili speculazioni edilizie che consumano suolo, paesaggio prezioso cancellando la fragile identità maremmana. (vedi le previsioni urbanistiche proprio ai piedi di questa collina)

Saranno presenti squadre di “maggerini” provenienti da tutta la Toscana, tra cui il Coro degli Etruschi, Ottava Zona, Pettirossi di Roccastrada, Maremma in Musica, Rosolacci, Grifone, Ribolla, Olmini, Maggerini di Velso, Braccagni, Cortona (AR), Campi Bisenzio (FI).
Interverranno: Mauro Chechi, Emo Rossi e Davide Manini, Gildo e Pietro Lino Grandi di Lucca, (cantastorie); Lisetta Luchini e Silvana Pampanini (cantanti folk); l’imbonitore calabrese Giuseppe Mandica, lo “gnaccheraio” Ido Corti;
Parteciperanno rinomati “estempori cantori” in ottava rima toscani e laziali come Enrico Rustici, Alessandro e Francesco Cellini, Umberto Lozzi detto “Volpino”, Benito Mastacchini, Elino Rossi.
Nel corso della manifestazione sarà ricordata la scomparsa del decano dei cantastorie italiani Eugenio Bargagli.

Con il calar del Sole, verso le 19.30, calerà anche il sipario sulla Festa accompagnato dal canto di saluto al “maggio” dei poeti.

Per aggiornamenti sul programma e altre notizie sulla manifestazione:
GRUPPO TRADIZIONI POPOLARI “GALLI SILVESTRO”
Via Andreoli, 2 - 58035 BRACCAGNI (GR)
Tel. 0564/863706 – 329/8965600
www.maggerini.it
sentinelladelbraccagni.wordpress.com





Un nuovo edificio? No, è un Salvador Dalì

11 02 2008
fonte: Blog di Beppe Grillo
Il Ponte di Rialto fu completato nel 1591. I lavori durarono tre anni. Unisce bellezza e funzionalità. L’ultimo ponte costruito a Venezia doveva costare due milioni di euro, ma la spesa è arrivata a 14 milioni. Per finirlo ci hanno messo sette anni, come per una piramide media.

nuovi uffici della fiera del madonnino nei pressi di braccagni
I nuovi uffici della fiera del Madonnino nei pressi di Braccagni tra Roccatrada e Grosseto (vedi il caso)

Costruire è un business, non più una necessità. Una speculazione che ha come beneficiari i gruppi immobiliari e le banche. Il professor Majowiecki, presente al V-day, ci guida in un viaggio tra gli orrori dell’urbanesimo moderno. Una via di mezzo tra le tangenti e un quadro di Salvador Dalì. Il territorio italiano e le sue bellezze sono il nostro patrimonio più importante. Credo che sia arrivato il momento di interrompere ogni nuova costruzione se non necessaria: capannoni, grattacieli, viadotti. Decostruiamo, investiamo sul recupero dei vecchi edifici. Il cemento è il presente. Guardiamo avanti, impariamo dal nostro passato.

Bologna, 8 settembre 2007 – Massimo Majowiecki

Grillo:… hanno i soldi, le sovvenzioni dalle nostre tasse e parlano di cose che non capiscono. Prendono i più bravi architetti del mondo, prendono gli architetti spagnoli, russi per avere l’alibi di fare delle cazzate tremende. Gli architetti come si deve ci sono e bisogna farli parlare!

Majowiecki: [...] l’informatica nell’architettura: cos’ha combinato questa terza rivoluzione? Guardate questo programma, Catia, o questo “rinoceronte”. Sono dedicati alla modellazione di sedie, di macchine…

Grillo: Come progettano oggi i grandi architetti? Con questi sistemi computerizzati tridimensionali… . Allora se andate a Bilbao al museo Guggenheim di Frank Gahry… come ha fatto a progettarlo? Cosa fanno gli architetti? Sapete come ha progettato quel museo, uno dei più grandi architetti? L’ha anche detto per prenderci per il culo e l’hanno preso sul serio. Ha preso un foglio di giornale, l’ha appallottolato, l’ha buttato per terra. Poi ha visto la forma tutta appallottolata, ha messo una telecamera all’interno del foglio stropicciato, la telecamera ha registrato gli spazi vuoti all’interno del foglio stropicciato e ha costruito un edificio. Sono pazzi!

Majowiecki: Ecco: la stessa cosa. Questo è stato progettato da Alvaralto e ce l’ho sulla scrivania. Adesso si fanno gli edifici così: non è più architettura ma industrial design. Esiste, è in Olanda.

Questo qua… che differenza c’è con un oggetto qualsiasi? Si dimenticano le funzioni, che ci sono dentro le persone. Basta fare scenografia perché si vende solo il fumo, ormai.

Grillo: Se sei un pennarello stai benissimo in un grattacielo così…

Majowiecki: Andiamo avanti. Dietro il vestito guardate cosa c’è. Sembra addirittura già decostruito, come si dice oggi.

Grillo: Sembra già crollato

Majowiecki: Questo è il problema degli ingegneri

Grillo: Questo lo stanno facendo in Cina se non sbaglio. Allora capite che queste cose le fanno sul serio coi soldi pubblici? Tu che ridi, con i tuoi soldi!

Majowiecki: Questo è lo schizzo dell’architetto, dopo di che diventa… guardate il pasticcio per il povero ingegnere dopo. Ecco anche questo… perché “dritto” non è più di moda! Bisogna farlo tutto storto… una scatola sopra l’altra… questi sono quelli di Milano, c’è quello più alto tutto storto che guarda il poveretto che è più piccolo ed è depresso…

Grillo: Sono uccelli, sono peni, fanno all’architetto che ce l’ha più lungo, capito? Chi ce l’ha rovesciato, chi ce l’ha strozzato al centro…

Majowiecki: Ce n’è di tutti i colori. Questo lo vedrete alle prossime olimpiadi, è lo stadio olimpico di Pechino. Quarantamila tonnellate d’acciaio. con seimila si fa uno stadio, in genere. Questo dispendio di energia valeva la pena? E’ così bello? Doveva sembrare un nido, guarda il nido com’è. Queste sono le cose che vedremo in futuro.

Grillo: Un sedile… cos’è, il sedile di un bambino?

Majowiecki: No è un’oca… Sono tutte nella letteratura tecnica Questo è un edificio in Olanda, un grattacielo. Sembra una mummia che va in giro per la città.

Grillo: E’ un delirio…ma le fanno queste cose. Ve ne hanno fatta una qua sull’autostrada. Calatrava, quello spagnolo. Calatrava lo prendono per il culo in tutto il mondo perché dicono che fa i ponti da lì a lì. Cioè che non vanno da nessuna parte!

Majowiecki: Questo è Dalì. L’hanno scambiato per un nuovo edificio! Uno mi ha detto: “Guarda che idea fantastica, tra un edificio e l’altro, un ascensore inclinato”.

Grillo: E invece è un quadro di Salvador Dalì…

Vi dico di questo ponte che stanno facendo a Venezia, che secondo lui tra un po’ provocherà qualche casino perché non regge. Hanno fatto un ponte che unisce il piazzale Roma, dove arrivano le macchine, e la stazione. Come se uno arriva a Venezia dalla stazione e dice: “vado un po’ a vedere che macchine ci sono nel piazzale…”. Oppure uno che arriva in macchina sul piazzale dice “vediamo chi è sceso dal treno”. Ma vaffanculo!

Majowiecki: La faccenda è che abbiamo un “Know how” molto grande, nel senso che sappiamo e possiamo fare di tutto. Ma non ci chiediamo più il “know why”. Come le passerelle. Prima si facevano per andare da qui a là, adesso da A a B, mano mano per essere più sofisticati arriveremo a quello. Queste sono le nuove generazioni, sempre più impasticciate. Le strutture sempre più sbilanciate, che costano quattro o cinque volte di più, e per andare da A a B facciamo tutto il giro.

Venezia: il ponte l’hanno appena montato. Io conosco tutta la storia, potrei stare qui un’ora. Diciamo che il costo previsto era di due milioni di euro, quello finali di quattordici milioni di euro. Sette anni per farlo. Si potevano spendere meglio questi soldi. Rialto l’hanno fatto a mano in tre anni. Questa è la tecnologia. Per esempio, per i politici, ci sarebbe l’analisi del valore che dice che ognuno si assume le proprie responsabilità. Guardate a Merida, questo bellissimo ponte romano: guardate cosa hanno fatto dietro per essere innovativi. Guarda come starebbe meglio.

Grillo: E’ incredibile. Lo capite che se chiedessero il nostro parere su queste stronzate non le farebbero mai? Ecco perché non ci interpellano! E queste persone non riescono a parlare nei consigli comunali, non li fanno entrare! Avete capito come stiamo messi





Ma che paese è questo? 15 anni dopo

4 02 2008

Questo articolo riprende le riflessioni di Roberto Fidanzi, pubblicate sul primo numero della Sentinella del Braccagni (Marzo 1992) “Ma che paese è questo?

di Patrick Marini

Braccagni
Braccagni

Il deterioramento irreversibile del paesaggio e dell’ambiente, dovuto alla cementificazione incontrollata ed alle infrastrutture tipiche della città diffusa “avanza al ritmo di un Eurostar”, proprio come ha cantato il nostro poeta Enrico Rustici in occasione del Maggio 2007.
Fra il 1990 e il 2005, secondo l’Istat, l’Italia ha perso 240mila ettari di territorio all’anno per un totale di ben 3milioni 600mila ettari, quanto Lazio e Abruzzo messi insieme! Questi numeri danno la dimensione drammatica dell’espansione edilizia, che in Italia convive paradossalmente con un’allarmante emergenza casa. Si costruisce tanto, ma sono abitazioni private, costose e in zone pregiate che non soddisfano il bisogno crescente di abitazioni, aggredendo il paesaggio. Ricordo che in Italia abbiamo a disposizione, tolte Alpi e Appennini, 2.500 metri quadri pro capite (un orto di famiglia).

La Maremma, in particolare, risulta tra le zone con maggior consumo di territorio in Europa: secondo il Rapporto EEA 10/2006 (Agenzia Europea dell’Ambiente) la provincia di Grosseto appare in fondo alla classifica assieme alle Province più arretrate dell’Est Europa e del Portogallo in cui, a fronte di una decrescita demografica, si evidenzia una forte occupazione di suolo.

Nell’Europa avanzata (Inghilterra, Francia e Germania) lo Sprawl - si chiama così il consumo di territorio per effetto della città diffusa - è contrastato da leggi specifiche che lo limitano, anche perché una “crescita controllata” fa risparmiare, senza che l’attività edilizia ne risenta, suoli, risorse per allacciamenti idrici, fognature, ecc. nonché riduce il traffico privato e l’inquinamento migliorando la qualità di vita dei cittadini (vedi “No Sprawl” a cura di M.C. Gibelli e E. Salzano, ed. Alinea). « A Londra », racconta l’Architetto Richard Rogers in un intervista al trimestrale “Terzo Occhio” « abbiamo avuto un incremento di popolazione di un milione di persone in dieci anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città».

Insomma, mentre i paesi avanzati, in fase di deindustrializzazione, si concentrano sulla qualità della vita dei propri cittadini, sulla preservazione delle aree verdi e sull’ottimizzazione delle risorse dei contribuenti, a Braccagni si va in piena controtendenza. In pochi anni sono raddoppiati gli alloggi senza neppure aver predisposto opportuni standard urbanistici, per non dire dei progetti ancora in essere relativi alla trasformazione di 200 ettari di campagna a Sud e a Nord. I poli industriali, logistici, fieristici etc. previsti sono, tra l’altro, ubicati in zone lontane dalla città, a vincolo idrogeologico e soggette ad alluvioni, con ulteriore aggravio dei costi per la collettività e pericolo per le aree abitate circostanti. Inoltre, a fronte di queste previsioni di “sviluppo”, non si è ancora messo in funzione il depuratore di Braccagni (pronto dal 2001) né si è provveduto a collegarlo con le aree dove stanno sorgendo i poli suddetti, con ormai evidenti conseguenze sul bacino idrografico del fiume Bruna.

Come mai i nostri amministratori perseguono queste scelte? L’urbanista Paolo Berdini ricorda che le entrate dei comuni italiani derivano, per una media del sessanta per cento, dall’Ici e dagli oneri che pagano i costruttori; il che significa che per “fare cassa” i comuni trovano conveniente dare concessioni edilizie e sprecare territorio, per poi accorgersi che il traffico aumenta, le infrastrutture mancano e, nel migliore dei casi, essere costretti a costruirne di nuove, cancellando altri ettari di campagna. E’ il cane che si morde la coda.

“Ma che paese è questo?” si chiedeva Roberto Fidanzi in un articolo del primo numero de “La Sentinella del Braccagni“ nel marzo 1992, cercando l’identità in un paese privo di una piazza e di un centro di riferimento. Dopo 15 anni le trasformazioni urbanistiche - mosse dal pensiero dominante dello “Sviluppo, Progresso e Benessere” - incominciano a prendere forma e a rendere chiaro il disegno della futura Braccagni. Ma che paese è questo? Continuo, a maggior ragione, a chiedermi oggi! Me lo chiedo ancor di più nell’assistere alla demolizione di alcuni umili edifici, autentiche architetture antropologiche, ricordo di una identità fragile legata all’origine dell’aggregato rurale sorto, a seguito della sconfitta della malaria, sulla strada pianeggiante di collegamento dell’antica Montepescali con la stazione ferroviaria.
Forse i nodi dello spreco delle risorse pubbliche stanno arrivando al pettine, il disagio sociale aumenta, aumentano i costi e i tempi dei trasporti, peggiorano la funzionalità delle reti e dei servizi, aumenta l’individualismo nel soddisfare esigenze di mero consumo, si rompe l’equilibrio tra uomo e natura, si indeboliscono i legami sociali, si distruggono testimonianze storiche e culturali, si danneggia il paesaggio, si spreca prezioso suolo agricolo, si peggiora l’intera qualità della vita.

Una cosa è certa: anche qui si incomincia a parlare di furti e di droga, di traffico (tanto che si sono resi indispensabili nuovi divieti e sensi di circolazione) ci sono difficoltà di parcheggio, la focarazza davanti alla chiesa in occasione della “befanata” non si può più fare, mentre a Montepescali si organizza la festa dell’olio, forse per celebrare la chiusura del frantoio che da solo non riesce ad adeguarsi alle onerose normative imposte.

A questo punto credo sia necessario rivalutare la tradizione, intesa come “una preziosa risorsa per un’innovazione utile e ben riuscita” (P.L. Cervellati, L’arte di curare la città, Il Mulino, 2000) e ritornare a sentire “il bisogno, la necessità di radicamento, di ritrovare nella terra, nel paesaggio, nelle tradizioni anche le forme architettoniche, l’affetto degli uomini per la loro comunità, il sentimento totale e naturale del luogo. (…) Affinché la «Comunità» diventi un luogo dove l’uomo possa coltivare il suo cuore, abbellire la sua anima, affinare l’intelligenza; onde la città dell’uomo potrà finalmente volgere verso la città di Dio” (A. Olivetti, «Zodiac», n. I, dicembre 1957).

E’ proprio per questo che sono onorato di essere entrato a far parte del “Gruppo delle tradizioni popolari Galli Silvestro” che ha il grande merito di impegnarsi, oltre al mantenimento della preziosa tradizione del Maggio, anche per la coesione di una comunità messa a così dura prova dalle forze disgreganti dell’angoscia dell’individualità, immersa nel carnevale della modernità liquida, della società dei consumi e dello spettacolo, in cui i gruppi si disgregano a vantaggio di sciami fruitori di non luoghi, centri commerciali, fast food e Tv dinners (Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, ).