Dov’è Orione?

7 03 2008


Braccagni, frazione di Grosseto

Sopra la Terra sempre più illuminata, il cielo è sempre più vuoto. Lampioni, insegne al neon e fari puntati verso l’alto rendono ormai quasi invisibili le stelle. Soprattutto nelle grandi città, ma ormai dappertutto. Per verificare l’inquinamento luminoso a livello globale, il 25 febbraio è partita la terza edizione di Globe at night, una campagna di monitoraggio che, con la collaborazione dei cittadini e attraverso internet, permetterà di raccogliere preziose informazioni sul fenomeno.

Il punto di riferimento è Orione. La costellazione invernale per eccellenza, una delle più facili da individuare, è stata selezionata come indicatore per capire lo stato di salute del cielo notturno. Fino all’8 marzo, chiunque potrà uscire di casa un’ora dopo il tramonto, valutare la magnitudine (luminosità) delle stelle che la compongono e inviare a questo enorme database il risultato della propria osservazione.

A promuovere la campagna è Globe, un progetto internazionale di monitoraggio di acqua, atmosfera e suolo che da anni coinvolge migliaia di scuole e di moltissimi istituti di ricerca. La partecipazione è però aperta a tutti per favorire la raccolta di una maggiore quantità di informazioni.

Nel 2008, anno in cui per la prima volta più di metà dell’umanità vive in città, in diverse zone del pianeta moltissime costellazioni sono già invisibili in un cielo notturno che appare grigiastro o arancione. Orione resiste ancora quasi ovunque grazie alla luminosità delle sue stelle, ma, come è evidenziato dai risultati di Globe at night, nelle aree più densamente popolate la sua sagoma è sempre meno individuabile.

Da casa vostra riuscite ancora ad ammirare lo spettacolo del cielo stellato?





Scarlino: arselle all’arsenico

15 02 2008

di Roberto Barocci - fonte: www.barocci.it

Come era stato previsto e come era prevedibile, si sono registrate nelle arselle, raccolte a pochi metri dalla spiaggia di Scarlino, concentrazioni di Arsenico tossiche per l’uomo. Erano già state documentate quantità di Arsenico superiore ai limiti di legge sia nelle falde idriche superficiali della piana retrostante la spiaggia, sia nelle sabbie dei canali che dalla piana retrostante arrivano in mare. Ancora una volta, il Comune di Scarlino e la Provincia di Grosseto, che già certificarono una inesistente anomalia “naturale”, sono chiamate a giustificare l’omessa delimitazione, messa in sicurezza e bonifica delle falde idriche inquinate dalle attività industriali realizzate nella piana di Scarlino.

Dal sito di Roberto Barocci si possino scaricare interessanti documenti

Nell’immagine sotto si vede l’area di Scarlino con sovrapposte le curve di iso-concentrazione di arsenico, calcolate sulla base del valore minimo del tenore di Arsenico in ogni punto.





Le alternative agli inceneritori

10 02 2008

fonte: blog di Beppe Grillo - www.beppegrillo.it

Gli inceneritori spuntano nelle Regioni italiane come l’amanita falloide. Svettano da lontano. Oggetti di design. Ci fanno pure le gite scolastiche. Sono i funghi velenosi dei partiti. Non è necessario coglierli per morire. Basta respirarli. Vengono raccomandati in televisione in programmi condotti da presentatori imbelli.
La raccolta differenziata rende inutili gli inceneritori. L’eliminazione degli imballaggi superflui li azzera.

Inceneritori, perché no

1. L’incenerimento dei rifiuti li trasforma in nanoparticelle tossiche e diossine
2. L’incenerimento necessita di sostanze come acqua, calce, bicarbonato che aumentano la massa iniziale dei rifiuti
3. Da una tonnellata di rifiuti vengono prodotti fumi e 300 kg di ceneri solide e altre sostanze:
- le ceneri solide vanno smaltite per legge in una discarica per rifiuti tossici nocivi, rifiuti
estremamente più pericolosi delle vecchie discariche
- i fumi contengono 30 kg di ceneri volanti cancerogene, 25 kg di gesso
- l’incenerimento produce 650 kg di acque inquinate da depurare
4. Le micro polveri (pm 2 fino a pm 0,1) derivanti dall’incenerimento se inalate dai polmoni giungono al sangue in 60 secondi e in ogni altro organo in 60 minuti
5. Le patologie derivanti dall’inalazione sono: cancro, malformazioni fetali, Parkinson, Alzheimer, infarto e ictus. Lo comprovano migliaia di lavori scientifici
6. Gli inceneritori, detti anche termovalorizzatori, sono stati finanziati con il 7% della bolletta dell’Enel associandoli alle energie rinnovabili insieme ai rifiuti delle raffinerie di petrolio al carbone. Senza tale tassa sarebbero diseconomici. Nell’ultima Finanziaria è stato accordato il finanziamento, ma solo agli inceneritori già costruiti
7. In Italia ci sono 51 inceneritori, sarebbe opportuno disporre di centraline che analizzino la concentrazione di micro polveri per ognuno di essi, insieme all’aumento delle malattie derivate sul territorio nel lungo periodo
8. I petrolieri, i costruttori di inceneritori e i partiti finanziati alla luce del sole da queste realtà economiche sono gli unici beneficiari dell’incenerimento dei rifiuti

Riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata,riciclaggio e bioessicazione

1. Riduzione dei rifiuti (Berlino, per fare un esempio, ha ridotto in sei mesi i rifiuti del 50%)
2. Raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale
3. Riciclo di quanto raccolto in modo differenziato
4. Quanto rimane di rifiuti dopo l’attuazione dei primi tre punti va inviato a impianti per una selezione meccanica delle tipologie dei rimanenti rifiuti indifferenziati. La parte non riciclabile può essere trattata senza bruciarla con in impianti di bioessicazione
5. In termini economici non conviene bruciare in presenza di una raccolta differenziata perchè:
- il legno può essere venduto alle aziende per farne truciolato
- il riciclaggio della carta rende più dell’energia che se ne può ricavare
- il riciclaggio della plastica è conveniente. Occorrono 2/3 kg di petrolio per fare un kg di plastica
6. La raccolta differenziata può arrivare al 70% dei rifiuti, il 30% rimanente può ridursi al 15-20% dopo la bioessicazione. Una quantità che è inferiore o equivale agli scarti degli inceneritori. Ma si tratta di materiali inerti e non tossici con minori spese di gestione ed impatti ambientali sanitari

Se nel settore dei rifiuti non ci fossero le attuali realtà, per legge, di monopoli privati a totalità di capitale pubblico, ma una reale liberalizzazione del mercato, la concorrenza tra le aziende avverrebbe sulla capacità di recupero e l’incenerimento sarebbe superato.

> scarica il documento in pdf dal sito di beppegrillo





Energia, materie prime e ambiente. Il manifesto ASPO-Italia

30 12 2007

Dopo un anno di lavoro e di esteso dibattito fra i membri di ASPO-Italia è stato messo in rete il “manifesto” di ASPO-Italia. Il documento riassume le tematiche principali esaminate dall’associazione e mette in risalto i problemi che abbiamo di fronte in termini di esaurimento delle risorse, compreso l’esaurimento della capacità dell’atmosfera di assorbire i prodotti della combustione dei combustibili fossili. Di seguito il Riassunto estratto dal Manifesto.

di Ugo Bardi, presidente di ASPO-Italia
ENERGIA, MATERIE PRIME E AMBIENTE: IL MANIFESTO DI ASPO-Italia

Dopo il periodo di ottimismo degli anni 1990, si è ricominciato negli ultimi anni a parlare di esaurimento delle materie prime di origine minerale, in particolare il petrolio e gli altri combustibili fossili. Le stesse preoccupazioni si estendono anche a risorse in principio rinnovabili, come la produzione agricola mondiale, che negli ultimi anni non è stata in grado di aumentare in proporzione all’aumento della popolazione umana. Inoltre, ci sono sistemi, come l’atmosfera, la cui capacità di assorbire i rifiuti dell’attività umana può essere considerata come una risorsa in via di esaurimento. Le conseguenze si manifestano in termini di riscaldamento globale e potrebbero essere disastrose.
C’è chi ritiene che l’esaurimento delle risorse e il riscaldamento globale potrebbero causare una crisi importante per l’economia mondiale e che, pertanto, si dovrebbero prendere specifici provvedimenti in proposito. Altri, tuttavia, sostengono che entrambi i problemi possono essere risolti dai normali meccanismi del libero mercato e che non c’è ragione di preoccuparsi. Sul dibattito fra queste due opinioni si gioca il futuro di un intera civiltà.
L’argomento è di grande complessità e, come sempre quando si tratta di prevedere il futuro, le incertezze sono molto forti. Tuttavia, negli ultimi tempi, un quadro di insieme della situazione si sta rivelando in tutta la sua drammaticità. Sia l’esaurimento delle risorse come il cambiamento climatico non sono problemi che possiamo consegnare alle prossime generazioni, ma problemi che stiamo fronteggiando già oggi e che diverranno sempre più gravi nei prossimi anni.
Quello che segue riporta gli elementi principali del pensiero in proposito dell’associazione della sezione italiana di ASPO (association for the study of peak oiI and gas). ASPO è nata per riunire un gruppo di scienziati e ricercatori impegnati nella stima delle risorse petrolifere e del loro esaurimento. Col tempo, gli obbiettivi dell’associazione si sono diversificati e comprendono oggi una visione a tutto campo del problema dell’esaurimento delle risorse in relazione al sistema economico.
I punti essenziali del pensiero di ASPO sono basati sul concetto che l’esaurimento delle risorse è un problema immediato e che si farà sempre più grave nel futuro. “Esaurimento”, come è ovvio, non va inteso come la completa sparizione fisica di una risorsa. Il problema è l’esaurimento di quella frazione di risorse che possono essere utilizzate a basso costo. La prima, e forse la più importante, di queste risorse è il petrolio. I giacimenti di petrolio non sono vicini all’esaurimento fisico, ma gli aumenti di prezzo degli ultimi anni sono causati dall’esaurimento dei tradizionali giacimenti a basso costo che hanno alimentato l’economia mondiale nel ventesimo secolo. Altre risorse energetiche, come il gas naturale, il carbone e l’uranio stanno anch’esse seguendo la stessa curva di esaurimento che ha seguito il petrolio. Anche altre risorse minerali mostrano problemi del genere.

Dobbiamo prendere atto che i vari tentativi di rimanere all’interno del “paradigma dei fossili” possono al massimo prolungare la nostra dipendenza ma non risolvono il problema dei costi crescenti che andiamo a fronteggiare. E’ necessario muoversi il più rapidamente possibile verso una società la cui economia possa essere stabilizzata su un consumo sostenibile delle risorse disponibili. Questo è possibile, ed è possibile che una società del genere mantenga gli elementi essenziali della società in cui viviamo oggi: la tecnologia, la scienza, l’arte, la letteratura, i diritti dell’uomo, la giustizia, i servizi sociali e tutti gli elementi che ci fanno definire il nostro mondò come una “civiltà” Per arrivarci, tuttavia, occorre muoversi già oggi verso un economia che sia aumentata da risorse rinnovabili.

Vedi l’intero documento





La lunga strada del cibo

15 10 2007

Un tassametro per le food miles
di Carlo Petrini ( www.slowfood.it) – Fonte: La Repubblica 25/9/07

Strano ma vero: dal punto di vista ambientale il biologico può anche essere meno sostenibile dell’agricoltura convenzionale. Nel 2005 due studiosi inglesi, Tim Lang dell’Università di Londra e Jules Pretty dell’Università dell’Essex, hanno calcolato l’incidenza delle food miles sul cibo e hanno dimostrato come i costi nascosti che non sono mai calcolati in un’economia di filiera possano arrivare a ribaltare il concetto che l’agricoltura biologica sia più sostenibile per l’ambiente di quella che usa pesticidi e fertilizzanti.

Il concetto di food miles, le miglia del cibo, è stato inventato proprio da Tim Lang, nei primi anni novanta, per mettere in evidenza quanto il cibo percorra grandi distanze, spesso assurde, prima di giungere sulle nostre tavole. Da allora è stato varato un progetto di ricerca scientifica nelle università inglesi che è arrivato a quantificare in termini monetari, il costo di queste food miles, a seconda del tipo di trasporto e delle sue emissioni, bilanciato con le quantità trasportate, i costi ambientali dei metodi di produzione, gli scarti di produzione e consumo, o anche fattori dei quali è complicato stabilire l’influenza, come i sussidi all’agricoltura.

II termine è entrato nell’Oxford English Dictionary e da alcuni anni è piuttosto comune tra gli addetti ai lavori, ma la questione resta e ha molte variabili. Il livello di emissioni di CO2, la congestione del traffico, il deperimento della qualità dei prodotti, il benessere animale, l’incidenza sulle diete e sui tipi di agricoltura praticati sono soltanto alcuni dei costi che si celano alle spalle di un sistema che in alcuni casi pare impazzito. Lang e Pretty hanno calcolato che, in Gran Bretagna, sommando l’inquinamento portato dai metodi agricoli intensivi e i vari viaggi che deve fare un prodotto, ci sono costi nascosti pari all’11,8% del prezzo pagato dal consumatore. Quindi sono giunti a dire che se gli inglesi consumassero solo cibi da agricoltura convenzionale, ma prodotti nel raggio di 20 km e andando a fare la spesa in bicicletta o a piedi, questi costi sarebbero gli stessi:(7% del prezzo finale) di quelli generati se consumassero solo cibi biologici, ma prodotti in tutta Europa e facendo la spesa in automobile.

Al di là di questi dati e delle provocazioni (va da sé che l’ideale sarebbe il biologico locale), il merito della ricerca inglese è stato di mettere in evidenza quanto sia decisiva, in termini di sostenibilità, la provenienza del nostro cibo, che arriva a incidere quasi quanto i metodi di agricoltura praticati. Perché accadono cose quasi surreali. Ad esempio, il fatto che l’Olanda sia diventato il maggior esportatore mondiale d’arance soltanto perché ha sviluppato la logistica della loro distribuzione. Spulciando tra i dati del dipartimento dell’agricoltura Usa, si scopre che nel 2004 gli Stati Uniti hanno esportato 20 milioni di dollari di lattuga in Messico. Lo stesso anno hanno importato 20 milioni di lattuga dal Messico. Oppure: la California ogni anno vende al mondo 19 milioni di dollari di asparagi e nello stesso periodo ne compra per 38 milioni da fuori. È paradossale poi che nel 2003 il porto di New York abbia visto partire per l’Italia 1,1 milioni di dollari di mandorle, mentre dall’Italia giungevano ai suoi docks esattamente 1,1 milioni di dollari di mandorle.

E’ necessaria una ri-localizzazione delle produzioni agricole, un ritorno, a seconda delle possibilità dei diversi territori e nazioni, a economie locali del cibo. Intendiamoci, non sto dicendo che il viaggio degli alimenti ormai sia diventato politicamente scorretto e che dunque vada abolito. Non sto dicendo che in Alaska devono soltanto mangiare salmoni, muschi e licheni. Ma me la sentirei di raccomandare un po’ più di buon senso. Vanno aboliti i trasporti inutili; va cancellata dalle nostre menti l’idea che possano esistere nazioni senza una propria agricoltura.

Il cibo deve viaggiare il meno possibile. Secondo il principio di un’economia locale, i territori e le nazioni che possono dovrebbero provvedere innanzi tutto al loro sostentamento. Dopodiché le possibilità che ci offrono i moderni siatemi di trasporto ci consentirebbero di sopperire a eventuali carenze e squilibri. In tutto il mondo stanno nascendo progetti per far rinascere i mercati contadini (sul modello dei farmer’s markets Americani, ma noi in quanto a tradizione mercatale non abbiamo nulla da invidiare a nessuno) o forme di distribuzione il più possibile diretta (come la C.s.a, Community Supported Agricolture), e anche molti cuochi puntano con decisione a rifornirsi solo da produttori locali. Ma ditemi che senso ha che nella piana d’Albenga avvenga ciò che mi ha raccontato un produttore: la domenica sera un camion ha ritirato i suoi carciofi per portarli a Milano. Il venerdì successivo ha scoperto che i suoi carciofi erano finiti nel supermercato che sta a 100 metri da casa sua.

Verrebbe da proporre che le food miles comincino a essere segnalate in etichetta, perché non è più soltanto una questione di origine dei prodotti, ma anche del loro percorso. Anche i governi potrebbero iniziare a pensare ad un sistema di tassazioni, incentivi e meccanismi regolatori. Qualcuno ha già proposto una sorta di tassametro per gli alimenti, i cui proventi potrebbero tradursi in incentivi per le economie agricole locali.

Evidenziare i dati delle food miles non è un’operazione balzana. E parlare di economia locale non significa proporre un modello autarchico o chiuso. Significa, in tema di cibo, pensare a razionalizzare in maniera sostenibile la produzione e il consumo, nel rispetto delle culture locali, della biodiversità e della salute pubblica. E anche del gusto aggiungerei, visto che i cibi di stagione, freschi, appena colti o preparati da sapienti mani, sono decisamente più gratificanti per il palato e per la nostra felicità.

Per saperne di più:
www.slowfood.it
www. fwi.co.uk//gr/foodmiles/index.html





Piana di Scarlino: Arsenico dovuto soprattutto alle industrie

20 04 2007

Follonica Scarlino
Periferia di Follonica, sullo sfondo la piana di Scarlino

Il Tirreno, Venerdì 20 Aprile 2007 (p. Scarlino IX) di F.N.

I risultati sono arrivati. Ieri, sono stati presentati i risultati della campagna di studio “Scarlino II” realizzata tramite la convenzione tra Regione, Arpat e dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze e finalizzata a verificare la mobilità dell’arsenico dal suolo, alle acque e ai vegetali. “Scarlino II” (che ha come supervisore Giuseppe Tanelli) ha interessato le aree della Piana di Scarlino, dell’alto Bruna e del Pecora e ha previsto lo scavo di due pozzi alla Botte. Sono stati attraversati i terreni alluvionati e raggiungere lo strato roccioso a 144 metri di profondità.

Tanelli ha evidenziato che nella perforazione del pozzo profondo alla Botte sono state individuate ben 9 falde: «Mentre la falda freatica superficiale presenta tenori elevati di arsenico, nelle otto falde artesiane sottostanti si rileva un netto abbattimento di tale presenza, ma non sempre al di sotto dei limiti di legge».
Ieri mattina, per la prima volta è stato evidenziato che la presenza di arsenico nella piana di Scarlino è dovuta non soltanto a motivi “geologici”, ma anche e soprattutto a motivazioni di tipo antropico e industriale. E se il presidente della Provincia di Grosseto, Lio Scheggi dice che «è inutile fare allarmismo», il segretario di Rifondazione Roberto Barocci sottolinea che «l’arsenico nelle falde acquifere della Piana c’è, ed è un’emergenza». «Se si continua a far finta che tutto sia sotto controllo e a non agire con decisione per identificare e rimuovere la causa dell’inquinamento, si rischia di fare avvelenare anche i pozzi Bicocchi, ovvero le fonti dalle quali Follonica attinge l’acqua potabile per i suoi cittadini» ha aggiunto il segretario di Rifondazione. Per Barocci gli studi sull’arsenico condotti dal ‘93 ad oggi sono basati su modalità che violano le previsioni di legge: «Ci sono tre punti che lo dimostrano: la mancata delimitazione dell’area della falda superficiale inquinata e la mancata indagine sulle falde idriche profonde, nonostante risultino inquinate da analisi documentate da pubblici uffici; in secondo luogo l’aver ignorato i percorsi di migrazione dei metalli tossici dalle sorgenti di contaminazione alle acque di falda; in terzo luogo aver lasciato nei terreni alte concentrazioni di metalli tossici e arsenico». Parole, quelle di Barocci, che non sono piaciute al presidente Scheggi che lo ha invitato a rivolgersi alla Procura per sciogliere i propri dubbi”. La Provincia sta inoltre valutando l’eventualità di agire legalmente contro Barocci. All’incontro ha partecipato anche l’assessore regionale all’Ambiente, il Verde Marino Artusa: «Apprezzo il lavoro di Tanelli e dell’Arpat. Ora è il momento di agire».





Anche in Maremma le stelle si spengono

11 04 2007

euronotte

la Terra fotografata dal satellite ci mostra un immenso spreco di energia che ha ovvie e gravissime ripercussioni sull’ambiente. Non solo: l’inquinamento luminoso crea attorno al pianeta un alone che ci impedisce di vedere le stelle: fino al secolo scorso, da una qualsiasi città d’Europa, di notte, si osservavano a occhio nudo almeno duemila astri. Oggi, non più di sessanta.
l’impatto dell’inquinamento luminoso è più grave sull’ambiente costiero: fari e neon disturbano le migrazioni degli uccelli. Per l’International Dark-SkyAssociation, lo spreco di luce negli Stati Uniti equivale a 23 milioni di barili di petrolio all’anno, ovvero 1 miliardo e 300 milioni di dollari in fumo.
Dal cielo l’Italia è uno dei paesi che si distinguono meglio. La ragione è semplice: dissipiamo moltissima luce nello spazio. L’astronomo Pierantonio Cinzano prevede che nel 2025 l’inquinamento ottico avrà cancellato il buio primordiale anche in Maremma, sul Gennargentu e nel parco del Pollino: gli unici tré territori, in Italia, dove si può ancora ammirare un cielo notturno in assenza totale di luce. L’Uai (Unione astrofili italiani) ha quantificato questo ingiustificato spreco: ogni anno, la cattiva gestione degli impianti d’illuminazione dilapida 350 milioni di euro. Legambiente ritiene che basterebbe montare sugli impianti lampade ad alta efficienza per risparmiare l’energia sufficiente a fornire elettricità a una città di 125 mila abitanti.

Patrick Marini