Greenwashing è un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni, finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi.
4° censimento nazionale FAI
Segnala ciò che rovina i luoghi che più ami:
Scheletri di cemento
Brutture
Selve di cartelli nei centri storici
Manifesti che deturpano il paesaggio
Piazzette trasformate in parcheggi
Sporcizia
Costruzioni abusive
Graffiti
Ecomostri
Benedetto Croce, con l’autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio «altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli».
Landana, Castiglione della Pescaia, filare di pini e cipressi
di Giovanni Valentini - fonte: La Repubblica, 20/3/2008
Ecco il nuovo cadice che salverà il paesaggio
È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l’Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell’ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.
Già Croce nel ‘20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre “un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo”. E con l’autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio “altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”. Sfrondata dalla retorica dell’epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.
Prima di arrivare all’approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d’equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l’importanza e il valore del Codice perché ne fa un “corpus” giuridico condiviso dall’amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una “devolution” selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell´ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.
Fondato sull’articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e al secondo comma che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“, il Codice Rutelli può essere l’inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una “nuova Italia”, più ordinata e civile. È stata un’importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell’ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell’identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all’esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli “sherpa” ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una “competizione virtuosa”.
Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l’altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L’amministrazione centrale emana le “prescrizioni d’uso” a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.
Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest’ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.
Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a “merci” e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.
Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l’occupazione del settore e dell’indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l’Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all’identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.
Etica ed estetica, giustizia e bellezza, sono state separate in età moderna. Non era così nelle società precedenti. Come sostiene Luigi Zoja «il bello, non essendo strettamente necessario, si incammina nella direzione del passatempo e dell’investimento. L’arte si fa specialistica e la massa si abitua alla bruttezza come condizione normale. Ma il cinismo verso i valori della giustizia, che la società di oggi si rimprovera, potrebbe derivare anche dall’aver eliminato quelli della bellezza, da cui la loro radice è inseparabile».
Considerare giustizia e bellezza come un tutt’uno porta invece al buon senso, quello che dovrebbe animare il mondo politico quando si trova a dover prendere decisioni delicate. Non c’è giustizia, utilità di una scelta, se non c’è anche la bellezza. E viceversa. Buon senso: com’è difficile praticarlo in una società che cementifica aree agricole e paesaggistiche senza battere ciglio, si circonda di mastodontici outlet e centri commerciali obbrobriosi, lascia in stato di abbandono le periferie delle proprie città.
Le varie contese che mettono in campo il bello contro l’utile considerano sempre i due elementi come contrapposti. Ma non è così: in alcuni casi una piccola concessione all’estetica può migliorare la vita di tantissime persone; in altri è giusto che invece prevalga la politica del “no”, perché non c’è equilibrio, non c’è senso.
L’eolico è utile e pulito, ci sono luoghi perfetti per poterlo installare; mentre altri non lo sono affatto. Le discariche e gli impianti per il trattamento dei rifiuti sono indispensabili, e anche in questo caso ci sono luoghi adatti e luoghi non adatti. Le contrapposizioni che si vengono a creare sono sempre più figlie di prese di posizione cieche e sorde; spesso strumentali. Prendiamo il caso del tram a Firenze in Piazza Duomo. Quella è sempre stata una piazza di passaggio, un crocevia in cui transitano centinaia di bus al giorno. L’idea del tram non è esteticamente più brutta, ma è più ecologica e più silenziosa. Se proprio vogliamo guardare all’estetica allora che si facciano chiudere tutti quei negozi di marchi multinazionali le cui vetrine ed insegne si affacciano sulla stessa piazza: che c’entrano quelle scritte con il bello?
A volte mi sembra che per ragioni di opportunità, politica o economica, si sollevino falsi problemi mentre l’Italia sprofonda nel brutto e nell’ingiusto. Non si oppone nessuno ai capannoni di cemento in zone agricole di pregio, nessuno si sogna di bloccare centri commerciali che occupano aree immense, le case nuove sono sempre più brutte. Bonifichiamo il Paese dal cemento e restituiamo le terre coltivabili agli agricoltori, il bello è l’utile non vanno fatti andare d’accordo, perché in realtà sono una cosa sola, un valore ben più alto delle magagne da campagna elettorale o delle speculazioni di chi proprio non riesce ad arrestare la sua sete di denaro.
Il Ponte di Rialto fu completato nel 1591. I lavori durarono tre anni. Unisce bellezza e funzionalità. L’ultimo ponte costruito a Venezia doveva costare due milioni di euro, ma la spesa è arrivata a 14 milioni. Per finirlo ci hanno messo sette anni, come per una piramide media.
I nuovi uffici della fiera del Madonnino nei pressi di Braccagni tra Roccatrada e Grosseto (vedi il caso)
Costruire è un business, non più una necessità. Una speculazione che ha come beneficiari i gruppi immobiliari e le banche. Il professor Majowiecki, presente al V-day, ci guida in un viaggio tra gli orrori dell’urbanesimo moderno. Una via di mezzo tra le tangenti e un quadro di Salvador Dalì. Il territorio italiano e le sue bellezze sono il nostro patrimonio più importante. Credo che sia arrivato il momento di interrompere ogni nuova costruzione se non necessaria: capannoni, grattacieli, viadotti. Decostruiamo, investiamo sul recupero dei vecchi edifici. Il cemento è il presente. Guardiamo avanti, impariamo dal nostro passato.
Bologna, 8 settembre 2007 – Massimo Majowiecki
Grillo:… hanno i soldi, le sovvenzioni dalle nostre tasse e parlano di cose che non capiscono. Prendono i più bravi architetti del mondo, prendono gli architetti spagnoli, russi per avere l’alibi di fare delle cazzate tremende. Gli architetti come si deve ci sono e bisogna farli parlare!
Majowiecki: [...] l’informatica nell’architettura: cos’ha combinato questa terza rivoluzione? Guardate questo programma, Catia, o questo “rinoceronte”. Sono dedicati alla modellazione di sedie, di macchine…
Grillo: Come progettano oggi i grandi architetti? Con questi sistemi computerizzati tridimensionali… . Allora se andate a Bilbao al museo Guggenheim di Frank Gahry… come ha fatto a progettarlo? Cosa fanno gli architetti? Sapete come ha progettato quel museo, uno dei più grandi architetti? L’ha anche detto per prenderci per il culo e l’hanno preso sul serio. Ha preso un foglio di giornale, l’ha appallottolato, l’ha buttato per terra. Poi ha visto la forma tutta appallottolata, ha messo una telecamera all’interno del foglio stropicciato, la telecamera ha registrato gli spazi vuoti all’interno del foglio stropicciato e ha costruito un edificio. Sono pazzi!
Majowiecki: Ecco: la stessa cosa. Questo è stato progettato da Alvaralto e ce l’ho sulla scrivania. Adesso si fanno gli edifici così: non è più architettura ma industrial design. Esiste, è in Olanda.
Questo qua… che differenza c’è con un oggetto qualsiasi? Si dimenticano le funzioni, che ci sono dentro le persone. Basta fare scenografia perché si vende solo il fumo, ormai.
Grillo: Se sei un pennarello stai benissimo in un grattacielo così…
Majowiecki: Andiamo avanti. Dietro il vestito guardate cosa c’è. Sembra addirittura già decostruito, come si dice oggi.
Grillo: Sembra già crollato
Majowiecki: Questo è il problema degli ingegneri
Grillo: Questo lo stanno facendo in Cina se non sbaglio. Allora capite che queste cose le fanno sul serio coi soldi pubblici? Tu che ridi, con i tuoi soldi!
Majowiecki: Questo è lo schizzo dell’architetto, dopo di che diventa… guardate il pasticcio per il povero ingegnere dopo. Ecco anche questo… perché “dritto” non è più di moda! Bisogna farlo tutto storto… una scatola sopra l’altra… questi sono quelli di Milano, c’è quello più alto tutto storto che guarda il poveretto che è più piccolo ed è depresso…
Grillo: Sono uccelli, sono peni, fanno all’architetto che ce l’ha più lungo, capito? Chi ce l’ha rovesciato, chi ce l’ha strozzato al centro…
Majowiecki: Ce n’è di tutti i colori. Questo lo vedrete alle prossime olimpiadi, è lo stadio olimpico di Pechino. Quarantamila tonnellate d’acciaio. con seimila si fa uno stadio, in genere. Questo dispendio di energia valeva la pena? E’ così bello? Doveva sembrare un nido, guarda il nido com’è. Queste sono le cose che vedremo in futuro.
Grillo: Un sedile… cos’è, il sedile di un bambino?
Majowiecki: No è un’oca… Sono tutte nella letteratura tecnica Questo è un edificio in Olanda, un grattacielo. Sembra una mummia che va in giro per la città.
Grillo: E’ un delirio…ma le fanno queste cose. Ve ne hanno fatta una qua sull’autostrada. Calatrava, quello spagnolo. Calatrava lo prendono per il culo in tutto il mondo perché dicono che fa i ponti da lì a lì. Cioè che non vanno da nessuna parte!
Majowiecki: Questo è Dalì. L’hanno scambiato per un nuovo edificio! Uno mi ha detto: “Guarda che idea fantastica, tra un edificio e l’altro, un ascensore inclinato”.
Grillo: E invece è un quadro di Salvador Dalì…
Vi dico di questo ponte che stanno facendo a Venezia, che secondo lui tra un po’ provocherà qualche casino perché non regge. Hanno fatto un ponte che unisce il piazzale Roma, dove arrivano le macchine, e la stazione. Come se uno arriva a Venezia dalla stazione e dice: “vado un po’ a vedere che macchine ci sono nel piazzale…”. Oppure uno che arriva in macchina sul piazzale dice “vediamo chi è sceso dal treno”. Ma vaffanculo!
Majowiecki: La faccenda è che abbiamo un “Know how” molto grande, nel senso che sappiamo e possiamo fare di tutto. Ma non ci chiediamo più il “know why”. Come le passerelle. Prima si facevano per andare da qui a là, adesso da A a B, mano mano per essere più sofisticati arriveremo a quello. Queste sono le nuove generazioni, sempre più impasticciate. Le strutture sempre più sbilanciate, che costano quattro o cinque volte di più, e per andare da A a B facciamo tutto il giro.
Venezia: il ponte l’hanno appena montato. Io conosco tutta la storia, potrei stare qui un’ora. Diciamo che il costo previsto era di due milioni di euro, quello finali di quattordici milioni di euro. Sette anni per farlo. Si potevano spendere meglio questi soldi. Rialto l’hanno fatto a mano in tre anni. Questa è la tecnologia. Per esempio, per i politici, ci sarebbe l’analisi del valore che dice che ognuno si assume le proprie responsabilità. Guardate a Merida, questo bellissimo ponte romano: guardate cosa hanno fatto dietro per essere innovativi. Guarda come starebbe meglio.
Grillo: E’ incredibile. Lo capite che se chiedessero il nostro parere su queste stronzate non le farebbero mai? Ecco perché non ci interpellano! E queste persone non riescono a parlare nei consigli comunali, non li fanno entrare! Avete capito come stiamo messi
fonte: Coldiretti.it, 19/7/2007
Difendere i primati dell’agroalimentare significa difendere il territorio italiano, vero valore aggiunto del nostro paese e perno di un nuovo modello di crescita sul piano economico, ambientale e sociale. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini al Forum dell’agricoltura che si è svolto con la partecipazione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Parco regionale dellaMaremma
Il quasi 1 milione di imprese agricole che curano un territorio di quasi 15 milioni di ettari, quasi la metà dell’intera superficie nazionale, rappresentano circa il 15 per cento del PIL, secondo solo al comparto manifatturiero, ma esprime anche i livelli qualitativi più elevati come dimostra il fatto che nel rapporto presentato dalla fondazione Symbola si evidenzia che con il 46,1 per cento del Prodotto Interno Qualità (PIQ) l’agricoltura conquista il posto d’onore, dopo il commercio, nella speciale classifica che misura la qualità della crescita nelle diverse accezioni (legame con il territorio, valorizzazione risorse umane, innovazione, posizionamento e competitività).
Una attività che ha consentito di raggiungere primati quantitativi con l’agricoltura italiana che è in Europa il primo produttore di riso, tabacco, frutta fresca e ortaggi freschi; il secondo produttore di fiori, uova, pollame vini e mosti; il terzo produttore di carne bovina, barbabietola da zucchero, di frumento. L’agricoltura italiana ha fatto la scelta di una campagna libera da organismi geneticamente modificati, che ha conquistato:
• la leadership europea nel biologico. In Italia si trovano un terzo delle imprese biologiche europee e un quarto della superficie bio dell’Unione superando il milione di ettari ( 1.067.101,66 ettari ) con 49.859 imprese agricole.
• la leadership europea nei prodotti tipici. Sono 159 i prodotti a denominazione o indicazione di origine protetta riconosciuti dall’Unione Europea, 107 Dop e 52 Igp. S ono 484 - precisa la Coldiretti - i vini a denominazione di origine controllata (Doc), controllata e garantita (Docg) e a indicazione geografica tipica (316 vini Doc, 33 Docg e 135 Igt pari ad oltre il 60% della produzione vinicola nazionale).
• La scelta della tolleranza zero nei confronti dei rischi di contaminazione da Organismi geneticamente Modificati (Ogm) nella produzione nanzionale.
• il record a livello comunitario nella sanità della frutta e verdura con una percentuale di irregolarità dell’1,3 per cento che è di tre volte inferiore a quella registrata in Spagna, di tre volte e mezzo a quella in Francia e quasi sei volte a quella rilevata in Olanda.
• Una ricchezza unica nei prodotti agroalimentari tradizionali. Nell’ultimo, recentissimo elenco (settima revisione) sono 4.372 le specialità tradizionali censite dalle Regioni in quanto ottenute secondo metodiche praticate sul territorio in modo omogeneo e regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni.
• Un paesaggio che è meta di un crescente flusso turistico nei 772 parchi e aree protette presenti in Italia che coprono ben il 10 per cento del territorio nazionale. Una tendenza confermata dalla crescita dell’agriturismo che conta in Italia su 16.000 aziende agricole.
• Una grande credibilità e responsabilità nei confronti dei consumatori. Tre italiani su quattro (76%) sono d’accordo sul fatto che “se il prodotto alimentare è italiano sono più sicuro da dove proviene e quindi mi fido di più” e per questo quasi nove su dieci (86%) ritengono che dovrebbe essere sempre indicato nelle etichette il luogo di allevamento o coltivazione dei prodotti contenuti negli alimenti secondo l’“Indagine 2005 COLDIRETTI-ISPO sulle opinioni degli italiani sull’alimentazione”.
Non abbiamo visto segni di congiura ai danni del governo della Regione Toscana. Abbiamo visto un disagio profondo, in molte persone che amano la Toscana e ammirano la sua storia, dovuto al contrasto tra due elementi.
Da un lato, il patrimonio di saggio governo del territorio che la Toscana esprime. Martini ha ragione quando ne celebra i fasti, e a nessuno che abbia un minimo di sale in zucca sfugge il fatto che, in merito alla tutela del paesaggio e alla buona urbanistica, la Toscana è una delle regioni italiane all’avanguardia. Non è merito solo dei gruppi dirigenti attuali, affonda le sue radici in storie antiche, ma è merito anche di chi quella storia ha saputo proseguire. Ed è proprio questa convinzione e questa stima che accresce le attese. Si vorrebbe che la Toscana fosse ancora all’avanguardia e insegnasse, con il suo esempio, al resto dell’Italia.
Ma dall’altro lato, molti episodi recenti testimoniano che oggi la politica urbanistica della Toscana è molto cambiata. Non è più un esempio positivo, corre il rischio di diventare il modello di un’Italia che non assume più la tutela delle sue risorse culturali e paesaggistiche come una “invariante strutturale”, ma come una ricchezza il cui impiego di può contrattare con chi è interessato alla “valorizzazione immobiliare” per ottenere così uno “sviluppo economico” insostenibile. Uno sviluppo economico del quale l’accrescimento e l’appropriazione privata della rendita immobiliare costituisce una componente di rilievo, nel quale realizzare una “marina” o un porto turistico vale più che conservare un pezzo di costa intatto, in cui un villaggio turistico vale di più di un paesaggio intatto da secoli.
Molti episodi di questo privilegio del “mercato” sulla “tutela” (del primato della ricchezza immediata per pochi sul patrimonio di tutti) sono stati segnalati, sulla stampa, nelle assemblee e su questo sito. In eddyburg abbiamo dimostrato come questi episodi si accrescano per effetto di una politica del territorio sbagliata. Ricordiamo gli articoli di Luigi Scano, gli eddytoriali dedicati a questo tema, e da ultimo l’articolo di Paolo Baldeschi che denuncia una Monticchiello in fieri . Abbiamo sostenuto che la Regione sbaglia, quando rinuncia alla sua responsabilità di governo del territorio, e di esercizio penetrante e “autoritativo” della tutela, e delega invece ai comuni responsabilità che questi non sono in grado di assumere, oggi ancora meno di ieri. E che sbaglia quando viola il Codice dei beni culturali e del paesaggio e interpreta illegittimamente i suoi precetti, in nome dell’ideologia di un autonomismo municipale fuorviante e in contrasto con l’equilibrio costituzionale.
E abbiamo anche criticato (non da soli, ma in compagnia di esperti di grande competenza e di associazioni e movimenti popolari rilevanti) la scelta sbagliata di completare l’autostrada tirrenica invece di utilizzate altre soluzioni più economiche e soprattutto meno devastanti per il territorio. Le cose a questo proposito non stanno come le racconta Martini. Concludere il tracciato stradale tirrenico con il proseguimento dell’autostrada è forse una necessità economica per la SAT, non per il territorio e neppure per la mobilità dei lavoratori.
Ciò che dispiace è che il Presidente della Toscana non comprenda che quelle che vengono mosse alla politica territoriale della sua regione sono critiche di merito, alle quali piacerebbe che motivatamente si rispondesse con argomenti, e non con anatemi o pettegolezzi, e neppure alludendo a improbabili complotti. Anche noi concludiamo questa postilla con la frase di Martini: se invece si volesse colpire la cultura di governo - regionale e locale - che ha portato la Toscana fin qui, ovviamente, così non ci sto. A condizione che con il “fin qui” ci si riferisca a tempi, logiche e pratiche anteriori a quelle che hanno prodotto i fatti fin qui denunciati.