L’Onu: «La Terra verso la catastrofe»

19 03 2008
I politici non sembrano essere in grado di metabolizzare il fatto che che per per tenere in piedi la nostra civiltà occorre ridurre consumi, impronta ecologica e tutto il resto, incluso redditi e patrimoni, al 25% dell’attuale entro i prossimi 10 anni. Occorre, cioè, LIBERARE la gente dal consumo e dall’ostentazione, porsi come l’avanguardia di un esercito di liberatori pacifici, sacerdoti di una nuova religione umanistica, e istruttori di una vita felice da disintossicati.
Disintossicare l’occidente dall’orgia consumistico-ostentativa e dalla pretesa globalistico - coloniale è come tentare di fermare e riorganizzare una truppa in ritirata caotica e disordinata in stato di chock standone alle spalle.

di Francesco Tortora - fonte: Corriere della Sera, 26/10/2007 (modificato il 27/10/2007)
Tre i grandi mali del pianeta: riscaldamento, sovrappopolazione, fine della biodiversità

La Terra è vicina al punto di non ritorno e il futuro dell’umanità è seriamente compromesso. Lo afferma l’ultimo allarmante studio intitolato «Global Environment Outlook» e presentato dallo «United Nations Environment Programme» (Unep), l’organismo delle Nazione Unite che ha sede a Nairobi e che si occupa della tutela ambientale. Lo studio, al quale hanno partecipato oltre 1400 scienziati, è stato pubblicato a 20 anni di distanza dal celebre rapporto «Il futuro di tutti noi», analisi della «Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo» nella quale per la prima volta fu formulato il concetto di «sviluppo sostenibile». Secondo il recente studio tre sono le cause che maggiormente mettono in pericolo la vita sul nostro pianeta: il riscaldamento climatico, il progressivo aumento numero delle specie in via d’estinzione e la rapida crescita della popolazione.

ATTIVITA’ UMANA - Gli scienziati hanno sottolineato che le attività umane ormai condizionano fortemente il clima della Terra e gli ecosistemi. La situazione può diventare ancora più catastrofica se, come stimano alcune proiezioni scientifiche, la popolazione umana raggiungerà gli 8 miliardi e 10 milioni di abitanti nel 2050. Negli ultimi venti anni, la popolazione mondiale infatti è aumentata di 1,7 miliardi di persone, passando da 5 a 6,7 miliardi di abitanti. «La popolazione umana adesso è così numerosa che l’ammontare delle risorse di cui ha bisogna per sopravvivere è superiore a quelle che la Terra riesce a produrre» afferma Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep

CAUSE - Il riscaldamento climatico e la rapida crescita demografica sono le cause principali del gran numero di animali estinti o in via d’estinzione. Secondo le cifre presentate dall’Unep circa 30% degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli rischiano di scomparire, mentre tra i fiumi più grandi del mondo, uno su dieci, a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento eccessivo della pesca, è sottoposto a profondo stress idrico e di anno in anno riduce sempre di più la sua portata d’acqua prima di raggiungere il mare.

AVVERTIMENTO E STIMOLO - Il rapporto, secondo gli scienziati, vuole essere allo stesso tempo sia un forte avvertimento sia uno stimolo al cambiamento. Se si vuole evitare una catastrofe, dichiara senza mezzi termini lo studio, entro il 2050 bisogna ridurre le emissioni di gas serra del 50% rispetto a quelle che erano prodotte nel 1990. Ciò significa che i paesi più industrializzati devono tagliare dal 60 all’80% le loro emissioni. Nel rapporto non mancano le note positive. Il direttore Steiner fa notare che i paesi dell’Europa occidentale hanno preso effettive misure per ridurre l’inquinamento atmosferico, mentre il Brasile ha fatto notevoli sforzi per combattere la deforestazione: «La vita sulla Terra potrebbe essere più semplice se non ci fossero questi tassi di crescita demografica. Ma costringere le persone ad avere meno figli è una soluzione semplicistica. La cosa migliore sarebbe accelerare il benessere dell’umanità e usare più razionalmente le risorse che il pianeta ci offre».





Tra negazionismo e panico

3 03 2008

sintesi da un articolo della rivista Yes!
di Guy Dauncey, presidente della BCSEA (British Columbia Sustainable Energy Association) - www.bcsea.org - fonte: climateofourfuture.org

Anche se la Casa Bianca sostiene che non ci sia nulla di preoccupante, da vent’anni abbiamo individuato una grossa concentrazione di carbonio nell’atmosfera che, se non riusciremo metteremo sotto controllo la situazione, porterà a un grave surriscaldamento del pianeta.
La crisi da riscaldamento è piuttosto normale su pianeti con grossi depositi di energie fossili. L’unico modo per evitare la crisi è passare rapidamente a energie semplici a partire da sole, vento, terra, oceani. Non c’è molto d’aspettare! Dobbiamo tagliare l’80% delle emissioni di carbonio entro 25 anni al massimo.
Rischiamo perdite del 15% e il collasso della civiltà e del sistema ecologico. Ci vorranno dieci milioni di anni per un parziale recupero ecologico.
Il problema è non farsi prendere dal panico. Dobbiamo guardare avanti senza farci prendere dalla paura. Non basta ridurre gli errori ma dobbiamo essere tenaci e determinati.
Se collasseremo non ci sarà più modo di collaborare; ispirazione e intuizioni verranno meno, la gente comincerà ad accumulare cose e smetterà di credere nel futuro e, nel giro di un paio di secoli, tutto finirà.

Se vogliamo cambiare direzione dobbiamo trasformare questa crisi in un balzo evolutivo in avanti. Dobbiamo smettere di dar colpe. Dobbiamo incominciare ad utilizzare il capitale di conoscenze che ci è stato messo a disposizione dai combustibili fossili, che ci hanno consentito di sviluppare le energie solari e geotermiche. Dobbiamo smettere l’atteggiamento di paura e di difesa e collaborare per una transizione rapida. Dobbiamo riaccendere l’impulso creativo, solo così riusciremo a compiere più facilmente il passaggio a nuove tecnologie e stili di vita.





La scommessa della decrescita

29 08 2007

di Serge Latouche - fonte: MegaChip
La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007, 215 pagine

Cosa è la decrescita

L’ecologia è sovversiva poiché mette in discussione l’immaginario capitalista dominante. Ne contesta l’assunto fondamentale secondo cui il nostro orizzonte è il continuo aumento della produzione e dei consumi. L’ecologia mette in luce l’impatto catastrofico della logica capitalistica sull’ambiente naturale e sulla vita degli esseri umani” (Cornelius Castoriadis)

Sembra ormai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione delle specie. Quotidianamente, infatti, si registra la scomparsa di un numero di specie (tra vegetali e animali) che va da cinquanta a duecento, un dato drammatico superiore da mille a trentamila volte quello dell’ecatombe delle ere geologiche passate.

Come scrive Jean-Paul Besset: “Dopo l’era dei ghiacci polari, non c’è mai stato un ritmo di estinzione paragonabile a quello attuale“. Durante la quinta estinzione, avvenuta nell’era del Cretaceo 65 milioni di anni fa, si è prodotta la fine dei dinosauri e di altri animali di grosse dimensioni, probabilmente a causa dell’impatto della Terra con un asteroide, ma questi mutamenti sono avvenuti in un arco di tempo ben più lungo rispetto a quello delle catastrofi attuali. Oggi, inoltre, a differenza delle epoche precedenti, l’uomo è direttamente responsabile della “deplezione” in corso della materia vivente e potrebbe addirittura esserne vittima. Secondo il rapporto di Belpomme sui tumori e le analisi del rinomato tossicologo Narbonne, la fine dell’umanità dovrebbe avvenire ancor prima del previsto, ovvero verso il 2060, a causa della sterilità diffusa dello sperma maschile prodotta dall’effetto di pesticidi e altri Pop o Cmr (i tossicologi definiscono Pop gli inquinanti organici persistenti di cui i Cmr - cancerogeni, mutageni, reprotossici - rappresentano la specie più “innocua”).

Dopo decenni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali - siccità, inondazioni, cicloni - è già in atto. Ai cambiamenti climatici si aggiungono le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) e probabili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi di tipo biogenetico.

Ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo. Restano da calcolare solo la velocità con cui stiamo precipitando nel baratro e il momento dello schianto. Secondo Peter Barrett, direttore del Centro di ricerca sull’Antartico all’università neozelandese di Victoria, “proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non fra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo”. Quando i nostri figli avranno sessant’anni, se il mondo esisterà ancora, sarà molto diverso.

È noto inoltre che la causa di tutto ciò sono i nostri stili di vita fondati su una crescita economica illimitata. Parlare di “decrescita” significa dunque lanciare una sfida, azzardare una provocazione: all’interno del nostro immaginario dominato dalla religione della crescita e dell’economia, asserire la necessità della decrescita risulta letteralmente blasfemo e chi sostiene simili posizioni è quantomeno considerato iconoclasta, ma la realtà è che viviamo semplicemente in una condizione del tutto schizofrenica. Il presidente francese Chirac, per esempio, ha dichiarato alla Conferenza dell’Onu sull’ambiente di Johannesburg (2002): “La casa brucia e noi intanto guardiamo da un’altra parte”. Inoltre, ha affermato che i nostri stili di vita sono insostenibili, dal momento che gli europei consumano l’equivalente di tre pianeti. Parole sante. Purtroppo, mentre pronunciava questi discorsi, i suoi uomini, dietro suo mandato, lavoravano all’Unione europea affinchè il Gaucho e il Paraquat, terribili pesticidi che uccidono le api, provocano il cancro negli uomini e li rendono sterili, non fossero iscritti nell’elenco dei prodotti proibiti. Inoltre, Chirac, Blair e Schroeder si sono adoperati per ridurre drasticamente l’impatto della direttiva Reach (Registration Evalutation and Authorisation of Chemicals).

È inutile stilare la lista delle catastrofi ecologiche già in atto o preannunciate, lo scenario è fin troppo noto, il problema è che non riusciamo ad afferrarne la portata: la catastrofe è inimmaginabile fino a quando non si è realmente prodotta. Siamo anche perfettamente consapevoli di ciò che sarebbe necessario fare, ovvero cambiare orientamento, ma in pratica non facciamo nulla. “Guardiamo altrove”, e intanto la casa continua a bruciare. A nostra discolpa è possibile affermare che i grandi uomini della politica e dell’economia lavorano per lasciarci in questo immobilismo - per esempio il World Business Council for Sustainable Development (Wbcsd), il gruppo di industriali desiderosi di preservare i loro profitti e il pianeta, ha al proprio interno i principali inquinatori del pianeta ed è stato definito da un ex ministro francese dell’Ambiente “un club di criminali in giacca e cravatta”. Sono proprio loro a continuare a gettare benzina (proveniente dagli ultimi barili di petrolio) sul fuoco e intanto continuano a dire a gran voce che questo è l’unico modo per spegnerlo. Si continua a mantenere i medesimi orientamenti, addirittura perseguendoli con maggior forza, al punto che è lecito riformulare la domanda posta già nel 1987 dal sociologo Jacques Godbout all’interno di un libro premonitore e poco noto: “La crescita è davvero l’unica via d’uscita alla crisi della crescita?”.

Secondo l’amministratore delegato del nostro villaggio globale, George W. Bush, la risposta è ovviamente affermativa. Il 14 febbraio 2002, a Silver Spring, davanti all’Amministrazione americana della meteorologia, ha infatti dichiarato che “la crescita è la chiave del progresso dell’ambiente, poichè fornisce le risorse che permettono di investire nelle tecnologie pulite; rappresenta dunque la soluzione e non il problema”. Non è da meno Chirac quando, in occasione del discorso di auguri alla nazione per il 2006, ha scandito in modo quasi incantatorio: “Crescita! Crescita! Crescita!”. Simili orientamenti si conformano alla più stretta ortodossia economica. Secondo l’economista Wilfred Beckerman, “è evidente che, per quanto la crescita economica sia, abitualmente e in un primo tempo, causa di degrado ambientale, in fin dei conti, per la maggior parte dei paesi, il modo migliore - e probabilmente l’unico - per avere condizioni ambientali decenti è arricchirsi”.

Questa posizione “filocrescita” è ampiamente condivisa. Sulla stampa, l’annuncio della ripresa americana o cinese è sempre dato con toni trionfalistici. I piani di rilancio (franco-tedeschi, italiani o europei) si fondano sempre tutti su grandi opere (infrastrutture e trasporti), che non possono che deteriorare ulteriormente le condizioni, in particolare quelle climatiche. A fronte di questa situazione, il silenzio della sinistra, di socialisti, comunisti, verdi, dell’estrema sinistra e addirittura dei movimenti “altermondialisti”, lascia interdetti. A sinistra la crescita è, infatti, considerata come fonte di soluzione della questione sociale, poichè crea posti di lavoro e ne favorirebbe una ripartizione più equa.

Jean Gadrey sintetizza bene questa posizione: “Se è vero che la crescita non può risolvere tutti i problemi, è giustamente considerata da molti come chiave in grado di creare margini di manovra e di migliorare alcune dimensioni della vita quotidiana, dell’impiego ecc… Tuttavia, così facendo, si elude la questione del suo contenuto qualitativo (chi si è migliorato?), o della sua ripartizione (la ‘condivisione del valore aggiuntò), e soprattutto si eludono alcune questioni relative alla sua reale entità che, se dovessero essere rese note, rischierebbero di indebolire la ‘religionè dei tassi di crescita”.

Solo qualche rara voce (Jean-Marie Haribey, Alain Lipietz e i responsabili di Attac) esce dal coro e sostiene una “decelerazione della crescita”. Anche se si tratta di una posizione che, pur partendo da buone intenzioni, si rivela in fin dei conti inefficace, poichè ci priva nel contempo dei benefici della crescita e dei vantaggi della decrescita. Michel Serres paragona l’ecologia riformista “a una nave che si dirige alla velocità di 25 nodi verso una parete rocciosa e sulla quale si scaglierà inevitabilmente, mentre sul ponte di comando il capitano ordina di diminuire la velocità di un decimo, ma non di invertire la rotta”. Decelerare significa esattamente questo.

Nel 2004, il giornalista del settimanale francese “Politis” specializzato nelle questioni riguardanti l’ecologia è stato costretto alle dimissioni dopo aver messo in luce in un suo articolo la debolezza dell’opposizione su questi temi. Il dibattito che ne è scaturito ha rivelato tutto il disagio della sinistra. Il nodo della questione, scrive un lettore della rivista, sta certamente “nella capacità di sfidare una sorta di pensiero unico, condiviso da quasi tutta la classe politica francese, secondo cui la nostra felicità deve passare per un aumento della crescita, della produttività, del potere d’acquisto e dunque per un aumento dei consumi”. Come ha osservato Hervè Kempf a proposito di questo caso: “La sinistra è davvero disposta a proclamare la necessità di ridurre il consumo materiale, cardine dell’ecologismo?”.

A rigor del vero è necessario ammettere che, da non molto, in Francia, il tema della decrescita è oggetto di dibattito all’interno dei verdi, della Confèderation paysanne, del movimento altermondialista, ma anche in alcuni settori dell’opinione pubblica, soprattutto grazie al giornale ” La Decroissance ” promosso dall’associazione Casseurs de pub. Tuttavia, molti hanno preso posizioni aprioristicamente a favore o contro, senza preoccuparsi di informarsi ulteriormente e deformando, se necessario, le rare analisi proposte. Poichè sono stato spesso chiamato in causa come “teorico della decrescita” (anche da “Le Monde diplomatique”), mi pare opportuno dissipare alcuni malintesi e chiarire in modo preciso i termini della questione. La mia posizione è esattamente questa: dal momento che un cambiamento radicale è una necessità assoluta, la scelta di una società della decrescita rappresenta una sfida che vale la pena di cogliere per evitare una brutale e drammatica catastrofe. Questo è il tema del libro.

Il termine “decrescita” in realtà è stato introdotto solo di recente all’interno del dibattito economico, politico e sociale, nonostante le idee sulle quali si fonda abbiano una storia molto lunga. Senza dover risalire alle utopie del primo socialismo, nè alla tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo, il progetto di una società paragonabile a quella che intendo per società della decrescita era già stato formulato alla fine degli anni Sessanta da teorici come Ivan Illich, Andrè Gorz, Francois Partant e Cornelius Castoriadis. Il fallimento dello sviluppo nel Sud del pianeta e la perdita di punti di riferimento nel Nord hanno portato molti analisti a mettere in discussione la società dei consumi, il sistema di rappresentazione che la sottende, il progresso, la scienza, la tecnica. A questo si è aggiunta la presa di coscienza della crisi dell’ambiente.

L’idea di decrescita nasce dunque sia dalla consapevolezza della crisi ecologica sia dalla critica della tecnica e dello sviluppo. Fino a qualche anno fa, tuttavia, il termine “decrescita” non figurava in alcun dizionario che trattasse di economia e società, mentre si potevano trovare alcuni concetti simili, come “crescita zero”, “sviluppo sostenibile” e naturalmente “stato stazionario”. Nondimeno, l’espressione “decrescita” ha già una storia relativamente complessa ed è ricca di significati sul piano politico ed economico. È tuttavia necessario chiarirne il significato. Alcuni analisti malevoli sostengono che si tratta di un concetto vecchio per poter così liquidare più facilmente le proposte sovversive avanzate dagli attuali “obiettori della crescita”. Francois Vatin, per esempio, sostiene che già Adam Smith aveva proposto una teoria della decrescita nei capitoli 7 e 9 de La ricchezza della nazioni in cui evoca un ciclo di vita delle società “che le fa passare dalla crescita accelerata (il caso delle colonie dell’America del Nord) alla decrescita (il caso del Bengala) attraverso uno stato stazionario (il caso della Cina)”. In realtà, Vatin confonde il concetto di regressione con quello di decrescita. Nella mia accezione, decrescita non identifica nè lo stato stazionario dei classici dell’economia, nè una forma di regressione, di recessione o di “crescita negativa”, e neppure la crescita zero - benchè alcuni aspetti della decrescita si ritrovino in quest’ultimo concetto.

In linea con i pubblicitari, i media chiamano ormai “concept” qualsiasi progetto alla base del lancio di un nuovo prodotto, anche di tipo culturale, e non stupisce dunque il fatto che mi sia stato chiesto quali siano i contenuti del “nuovo concept” decrescita. A costo di far dispiacere qualcuno, dichiaro subito che decrescita non è un concetto, almeno non nel senso tradizionale del termine, è improprio parlare di “teoria della decrescita”, come gli economisti hanno fatto per le teorie della crescita, e soprattutto che decrescita non identifica un modello pronto per l’uso. Decrescita non è il termine simmetrico di crescita, ma è uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un “termine esplosivo”, dice Paul Aries, che cerca di interrompere la cantilena dei drogati del produttivismo.

Decrescita è una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente. A rigor del vero, più che di “de-crescita”, bisognerebbe parlare di “a-crescita”, utilizzando la stessa radice di “a-teismo”, poichè si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo.

Decrescita è semplicemente uno slogan che raccoglie gruppi e individui che hanno formulato una critica radicale dello sviluppo e interessati a individuare gli elementi di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Decrescita è dunque una proposta per restituire spazio alla creatività e alla fecondità di un sistema di rappresentazioni dominato dal totalitarismo dell’economicismo, dello sviluppo e del progresso.

I limiti della crescita sono definiti, nel contempo, sia dalla quantità disponibile di risorse naturali non rinnovabili sia dalla velocità di rigenerazione della biosfera per le risorse rinnovabili. Storicamente, nella maggior parte delle società, queste risorse erano considerate essenzialmente beni comuni (commons) che, nella maggioranza dei casi, non appartenevano a nessun singolo individuo. Ciascuno poteva goderne nei limiti delle regole d’uso della comunità. La stessa cosa avveniva per le risorse rinnovabili: l’aria, l’acqua, la fauna e la flora selvatiche, i pesci degli oceani e dei fiumi, e, con alcune restrizioni, i pascoli, gli alberi secchi o il legno marcio e i pezzi di legna. L’uso delle risorse non rinnovabili, i minerali del sottosuolo (tra cui l’olio di terra, il petrolio), era governato da regimi di regolamentazione posti sotto il controllo del principe o dello stato affinchè vi si attingesse con criteri consoni alla loro esauribilità. Più generalmente, l’assenza di sistematica mercificazione dei beni naturali e la consuetudine limitavano l’uso di queste risorse a livelli accettabili. La rapacità dell’economia moderna e la scomparsa dei vincoli comunitari, quelli che Orwell chiama “decenza comune”, hanno trasformato l’uso di queste risorse in saccheggio sistematico.

Da questo punto di vista, il caso delle balene rivela chiaramente la difficoltà rappresentata dalla protezione dell’ambiente. L’invenzione di Steven Foyn nel 1870 del cannone-arpione esplosivo ha favorito l’industrializzazione della caccia alla balena. Negli anni Venti è schizzato in alto il numero di baleniere e nel 1938 è stata raggiunta la cifra record di 54.835 balene catturate. Lo “stock” di balene, come è noto a tutti, è ormai in via di esaurimento. L’industria della pesca si è dunque spostata su nuove specie di dimensioni più piccole - la balena blu, la balenottera, il capodoglio. L’introduzione di nuove materie grasse è avvenuta tuttavia troppo tardi e, secondo la Commissione baleniera internazionale, nell’Antartico, prima dei recenti provvedimenti di divieto della pesca, restavano meno di 1000 balene blu, 2000 balenottere e 3000 capodogli. Diverse specie di balene sono totalmente scomparse, mentre all’inizio del XX secolo esistevano centinaia di migliaia di rappresentanti per ciascuna razza.

In definitiva, si prescinde dall’ambiente, lo si pone al di fuori della sfera degli scambi mercantili e nessun dispositivo si oppone alla sua distruzione. Ma in realtà, la concorrenza e il mercato, che ci forniscono il cibo alle migliori condizioni, hanno effetti disastrosi sulla biosfera.

Nulla interviene a limitare il saccheggio delle risorse naturali, la cui gratuità permette di abbassare i costi. L’ordine naturale non è, infatti, in grado di opporsi a queste dinamiche, per esempio non è riuscito a salvare le Isole Mauritius o le balene blu della Terra del Fuoco e solo l’incredibile fecondità naturale dei merluzzi potrà forse risparmiare loro la sorte a cui vanno incontro le balene. Anche se non possiamo esserne certi, poichè l’inquinamento degli oceani rappresenta un grave pericolo per questa leggendaria fecondità. Il saccheggio dei fondali marini e delle risorse alieutiche sembra irreversibile.

La dilapidazione di minerali prosegue in modo irresponsabile. I cercatori d’oro individuali, come i garimpeiros d’Amazzonia, o le grandi società australiane in Nuova Guinea non arretrano di fronte a nulla per procurarsi l’oggetto della loro cupidigia. Peraltro, nel nostro sistema, ogni capitalista, come ogni homo oeconomicus, è una sorta di cercatore d’oro.

Gli indiani della British Columbia, costa occidentale del Canada (i kwakiutl, haida, tsimshian, tlingt ecc.), hanno invece dato un buon esempio di rapporti armoniosi tra uomo e biosfera. Secondo una leggenda, i salmoni erano esseri umani come loro che vivevano in tribù in fondo al mare, dove avevano le tende, e d’inverno decidevano di sacrificarsi per i loro fratelli che abitavano sulla terraferma, allora diventavano salmoni e si dirigevano verso le foci dei fiumi. Nella stagione in cui risalivano il fiume, gli indiani accoglievano il primo salmone come un ospite importante e lo mangiavano durante una cerimonia. Il suo sacrificio era tuttavia considerato un prestito provvisorio e ne riportavano in mare lo scheletro e i resti permettendo così la rinascita dell’ospite precedentemente mangiato. In questo modo si perpetuava l’armoniosa convivenza tra salmoni e uomini. Con l’arrivo dell’uomo bianco e l’insediamento a ogni estuario di industrie conserviere si è realizzata una corsa al profitto che ha portato una drastica diminuzione di salmoni. Secondo gli indiani, i salmoni sono scomparsi perchè i bianchi non hanno rispettato il rituale… E non si può dare loro torto. La relazione di queste tribù con la natura, come quella della maggior parte delle società tradizionali, si fonda sull’armonioso inserimento dell’uomo nel cosmo. In Siberia, si muore nella foresta per restituire agli animali ciò che si è preso da loro.

Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra), come Gaia si è data a loro. Eliminando la capacità di rigenerazione della natura, riducendo le risorse naturali a una materia prima da sfruttare invece di attingerne, la modernità ha eliminato questo rapporto di reciprocità.

La condizione della nostra sopravvivenza sta certamente nella ricostruzione di un rapporto armonioso con la natura, sulle orme di una concezione prearistotelica della relazione uomo-natura. MacMillan, economista americano del XXI secolo impegnato nella salvaguardia dei condor, sosteneva: “Dobbiamo salvare i condor, non tanto perchè abbiamo bisogno dei condor, ma soprattutto perchè, per poterli salvare dobbiamo sviluppare quelle qualità umane di cui avremo bisogno per salvare noi stessi”. All’interno della protezione dell’ambiente, Jean-Marie Pelt introduce i concetti di gratuità e di bellezza. Il problema reale è che si continua a parlare di ecologia, sono state adottate importanti misure di protezione, ma continuiamo a non invertire radicalmente la rotta. Nonostante l’ottimismo del filosofo francese Michel Serres, gli alberi dotati della capacità di giudizio non devono nascondere la foresta minacciata. La giurisprudenza americana più recente va nel senso di un rafforzamento dell’appropriazione giuridica dei processi naturali da parte dell’uomo sempre più spinta. A questo si aggiunge che, per abitudine o incoscienza, le istituzioni tendono a incoraggiare ogni forma di inquinamento (pesticidi, concimi chimici) con esenzioni fiscali e continuano a finanziare progetti che distruggono la biosfera dei paesi del Sud con il pretesto della lotta contro la povertà.

Si è addirittura arrivati a pensare che l’unico rimedio alla tragedia della scomparsa di numerosi beni comuni fosse la loro completa eliminazione. Secondo i convinti sostenitori della deregulation, solo l’interesse privato e la rapacità degli individui potrebbero limitare la sua dismisura! Bisognerebbe privatizzare l’acqua e l’aria (ma anche i pesci degli oceani e i batteri delle foreste tropicali) per salvarle dai predatori. » quanto fanno le società transnazionali, con il sostegno degli stati nazionali e delle istituzioni internazionali, contro le quali le popolazioni insorgono in tutto il pianeta. La gestione dei limiti della crescita è diventata una questione intellettuale e politica. La ricerca teorica sulla decrescita si colloca all’interno di un movimento più ampio di riflessione sulla bioeconomia, sul doposviluppo e sull’a-crescita..





L’impronta ecologica o lo spazio necessario

5 06 2007

La speculazione finanziaria e fondiaria, padrona assoluta dell’economia di mercato, incurante dei limiti del pianeta sta consumando in modo irreversibile, alla scala dei tempi umani, risorse indispensabili alla vita dell’uomo.
L’impronta ecologica misura la superficie di suolo coltivabile che una data popolazione richiede per produrre le risorse che consuma e assorbire i rifiuti che produce. Nel 2001 la percentuale del pianeta utilizzato era già del 121% (49% nel 1961).
Il territorio aperto agricolo-alimentare, il coerente riutilizzo degli avanzi e la sintesi clorofilliana dovuta alle stesse coltivazioni oltre che ai grandi spazi boschivi o in ogni modo alberati sono necessari alla nostra sopravvivenza in questo pianeta.

Caldanelle, Braccagni, Grosseto

Caldanelle, Braccagni, Grosseto. Siamo disposti a lasciare un’impronta indelebile su questi luoghi? negli ultimi trent’anni la densità di specie selvagge è diminuita del 30%, mentre allo stesso tempo la pressione dell’uomo è aumentata drammaticamente.

L’impronta ecologica o lo spazio necessario
di Lodo Meneghetti da Eddyburg

Stiamo consumando spazio non rinnovabile. L’alternativa sarebbe quella di fare un passo indietro modificando profondamente i rapporti produttivi, sociali e politici. Il giovane Marx dei Quaderni etnologici pensa che la crisi sociale contemporanea possa risolversi solo ritornando alla proprietà comunitaria arcaica, e non si spaventa delle parole. Per Fernand Braudel ogni realtà sociale è per prima cosa spazio; gli spazi sono legati da rapporti di dipendenza sia nelle geografie umane vaste sia negli ambienti socio-spaziali piccoli (dunque il giusto progetto, penso, deve mettere in relazione assetti dello spazio e assetti sociali). Marc Augé, nel notissimo Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, sembra lanciare un avvertimento in particolare agli urbanisti e agli architetti: “quando i bulldozer cancellano il territorio […] è nel senso più concreto, più spaziale che si cancellano, con i riferimenti del territorio, anche quelli dell’identità”.

In Braudel e in Augé, come in tutti gli studiosi delle società storiche in rapporto all’identificazione in un luogo, lo spazio è organizzazione consapevole o spontanea volta al bene della collettività; l’opposto di cosa ci racconta la storia/cronaca del contemporaneo nel nostro paese. Scopriamo ogni giorno gli sconvolgimenti territoriali insieme allo scompiglio di piccoli e grandi raggruppamenti sociali (irrilevante se da loro stessi percepiti o no). Impariamo dalla storia, dall’etnologia e dall’antropologia che all’interno di società ben riconoscibili nei caratteri relazionali “l’organizzazione dello spazio e la costituzione dei luoghi rappresentano una delle poste in gioco, una delle modalità delle pratiche collettive e individuali” (Augé). Spazio organizzato, appunto, ossia il territorio vitale per la collettività. Il modo di trattare lo spazio esprime il bisogno della collettività di pensare all’identità, alla relazione e anche ai relativi elementi simbolici. Attenzione: la costituzione dei luoghi non riguarda solo lo spazio d’insediamento fisico aggregato della popolazione, del gruppo, ma innanzitutto lo spazio della necessità assoluta, la base vitale della vastità agro-silvo-pastorale.

Queste constatazioni confermano che il consumo di terra comporta l’abolizione nuda e cruda degli esseri viventi. Si obietterà che l’uomo oggi sta meglio che mai, vive più a lungo. Può darsi che il nostro turno non sia ancora giunto, però segnali ce ne sono, a scala planetaria. Intanto guardiamo nella nostra casa, dove vivono i nostri fratelli mammiferi che ci nutrono. Secondo il Cnr al principio degli anni Ottanta esistevano in Italia 28 razze autoctone di bovini. Vent’anni dopo i nostri fratelli avevano già pagato un duro prezzo alla distruzione delle risorse ambientali. L’Unione europea segnalava che 21 delle 28 razze bovine censite allora erano in via di estinzione.

Osserviamo ora i dati censuari Istat inerenti alle superfici agrarie, sapendo che il territorio nazionale è di circa 300.000 Kmq. Tra il 1981 e il 2000 la diminuzione della Sau (Superficie agraria utilizzata) è stata pesantissima: da quasi 200.000 a circa 130.000 Kmq. Si dirà che la Sat (Superficie agraria totale, comprendente anche i boschi dentro il perimetro aziendale, gli incolti, gli edifici, i fossi, le strade poderali, eccetera) era maggiore (di oltre 60.000 Kmq). Ma è proprio tale differenza a mostrare l’incessante processo di impoverimento. Quanto sarà oggi lo spazio aperto davvero utilizzabile per una buona agricoltura e dunque per fondarvi anche la conservazione incondizionata del restante paesaggio italiano? Quale il ricetto dinnanzi al potere del caterpillar?

Pressappoco nel periodo in cui l’Istat eseguiva i propri rilevamenti, altri avvisarono che si dovevano salvare in prospettiva ad ogni costo almeno 100.000 Kmq netti per coltivazioni capaci di rispondere alla domanda interna e di sostenere la competizione nel mercato internazionale. Quanti saranno oggi? Non lo sappiamo. Sappiamo che il settennio trascorso corrisponde a una decisiva intensificazione dell’ideologia e della pratica di “sviluppo del territorio”, locuzione insensata invece piena di senso reale giacché in questo caso sviluppare significa edificare edificare edificare, occupare terreno con manufatti di ogni genere. Se adottassimo un’ottica valutativa capace di separare il loglio dal grano, vale a dire evidenziare il paesaggio agrario effettivamente in piena salute, una stima intorno alla metà sarebbe forse la più credibile.

Gli economisti, secondo Kenneth Boulding – preciso riferimento di Carla Ravaioli nella sua incalzante critica al modello economico dominante – sono le sirene pazze della crescita economica. Molti urbanisti e architetti sono sirene perfettamente savie della pianificazione o della libera azione incentrate sull’espansione fisica, sull’occupazione di terra libera, sulla crescita infinita dell’ingombro: uguali uguali ai proprietari fondiari, agli impresari edili, agli improduttivi imprenditori di iper-mercati e centri commerciali, ai politici e amministratori pubblici fautori di grandi interventi liberisti e di infrastrutture inutili. E i cittadini, “la gente”? Come hanno potuto accettare la continua sottrazione della risorsa originaria? Il suolo, il terreno, la terra… Jarred Diamond, il biologo fisiologo biogeografo americano autore di Collasso - Come le società scelgono di morire o di vivere (2004, Einaudi 2005) definisce “amnesia di paesaggio” la malattia di intere popolazioni. Vedono mutare il territorio e non si rendono conto “che i cambiamenti sono enormi; ci si abitua giorno dopo giorno e quando il problema emerge è troppo tardi”. Si ignora che per formare un centimetro di quel “suolo utile” perduto occorrono secoli.

Che fare? Potranno nuove leggi incidere decisamente sul futuro del territorio italiano? Ribaltare il destino dello scampolo sfuggito al caterpillar? Il passato e la contemporaneità disegnano il futuro se non avvengono rilevanti fratture politiche e sociali. Non abbiamo già sperimentato condizioni legislative decenti benché incomplete? Non sono state costantemente eluse e negate fin da subito nel dopoguerra? Non è vero che la rovina dell’ex Bel Paese (“Malpaese”, Giovanni Valentini) è dipesa da una triade procedurale, se così posso esprimermi, della quale è parte forse maggioritaria, insieme al piano mancato e all’abusivismo, la pianificazione per lo più locale corredata dalle sue sottomarche indipendenti: il piano parziale, il falso piano particolareggiato, la variante urbanistica, il lottizzamento, le iniziative stampigliate da una miriade di acronimi con base P(piano)… e svariate iniziali appiccicate, fino al singolo stranito progettone edilizio decisionista? [...]





Verso la sesta estinzione di massa? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

12 04 2007

Terra grida

di Adalberto Minucci,
direttore della nuova rivista di critica della comunicazione aideM ( http://www.aidem.it/ - n.1, dicembre 2006)

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle sorti del nostro pianeta si sono fatti più acuti e drammatici, e hanno cominciato a trovare risposte da far accapponare la pelle. La domanda “Dove va il mondo?”, che ancora recentemente serviva ad economisti e politici poco fantasiosi a tirare per le lunghe senza spendersi troppo, trova oggi riscontro in ponderose analisi e dati difficilmente oppugnabili. Ciò che più impressiona è il confluire, in un periodo storico relativamente breve, di una serie di fenomeni rovinosi, ciascuno dei quali in grado di mettere in discussione il futuro della terra, ma tali da apparire decisamente irreparabili se considerati tutti insieme.
All’ordine del giorno c’è in primo luogo il rapido aggravarsi del global warming, l’effetto serra. Un ponderoso studio (settecento pagine) commissionato dal governo britannico a Nicholas Stern, già dirigente della Banca mondiale, documenta che, per riparare i danni prodotti dal nuovo clima nel corso di questo secolo, sarà necessario spendere il 20% circa del prodotto lordo mondiale, pari all’inimmaginabile cifra di 5,5 trilioni di euro. Tra gli effetti che occorre mettere sul conto vi sono fenomeni estremi come gli uragani (si pensi alle tragedie che stanno provocando in grandi città e territori), le alluvioni, la siccità, il collasso di intere produzioni agricole, il rialzo del livello dei mari e il pericolo che esso rappresenta non solo per le economie, ma per la sopravvivenza stessa di intere specie viventi. Nello stesso tempo, l’inaridimento già in atto di vastissimi territori, la mancanza d’acqua anche per dissetarsi, costringerà circa 200 milioni di persone a migrare in altri paesi, determinando una pressione demografica assai più rapida e acuta di quella già in atto.
Per quanto sia da annoverare fra i paesi con il clima più temperato, anche l’Italia è sempre più soggetta ai fenomeni negativi del riscaldamento della Terra. Chi va in vacanza nelle zone alpine non può non rimanere colpito dal cambiamento dei ghiacciai da un anno all’altro: lo straordinario candore di vaste aree montane improvvisamente sostituito da macchie nere. La perdita di superficie dei ghiacciai è stata del 50% tra il 1850 e il 1980. Se non interverrà un radica-le cambiamento della tendenza, tra i cinquanta e i cento anni spariranno del tutto.
Per un futuro non lontano si prevede che circa 4500 km quadrati di litorali italiani saranno sommersi dalle acque marine, mentre l’aumento del caldo e delle piogge tropicali – soprattutto nelle regioni meridionali – ridurranno e modificheranno le coltivazioni agricole. Ma già oggi assistiamo a un deterioramento del paesaggio, sconvolto dal moltiplicarsi degli incendi e dall’irresponsabile speculazione edilizia. Con conseguente indebolimento dell’economia turistica. Un rapporto non meno significativo e importante è stato recentemente reso pubblico dal Wwf, con il titolo Living Planet Report 2006. Qui la questione che viene posta è il consumo della Terra da parte dell’uomo. Il principio per cui ad ogni indebitamento deve corrispondere una restituzione viene da molto tempo radicalmente violato. Classico il caso della caccia alle balene da parte dei giapponesi, che mette ormai a rischio l’esistenza stessa dei grandi cetacei.
Ma tutte le risorse del pianeta, a cominciare da quelle più necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, tendono a ridursi e a sparire con crescente rapidità. Si consuma più acqua, si distruggono più alberi, intere specie animali vengono aggredite dall’inquinamento dei mari, dei fiumi, delle terre stesse. Secondo il rapporto del Wwf, nel 2050 i prodotti del nostro pianeta basteranno soltanto alla metà dell’umanità; mentre è già scomparsa una parte cospicua dei quasi dieci milioni di specie animali che con noi abitano la Terra. Tanto che lo stesso Wwf formula la previsione che per sopravvivere avremo bisogno di dividerci su due pianeti. Molti biologi, peraltro, si spingono a prendere in considerazione l’ipotesi di una sesta estinzione di massa, che sarebbe poi la prima provocata dagli stessi esseri umani.
L’elenco dei guai che sovrastano il futuro non finisce qui. Ed è la loro contemporaneità a sollecitare la nostra massima attenzione. Già abbiamo fatto cenno alle migrazioni in atto. Esse ci richiamano ad una delle grandi astrazioni scientifiche formulate da Karl Marx: quella che attribuisce allo sviluppo del capitalismo la tendenza a produrre nuovi fenomeni di impoverimento e, in particolare, un crescente distacco fra ricchi e poveri. Legioni di economisti hanno speso le loro energie intellettuali a smontare l’intero impianto del pensiero economico di Karl Marx partendo dal “clamoroso fallimento” della teoria dell’impoverimento assoluto e relativo. È del tutto evidente – secondo costoro – che, identificandosi il capitalismo con il mercato, lo stesso mercato non può che procedere automaticamente ad un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte. Qui starebbe la base dello Stato sociale.
George Soros, difficilmente catalogabile fra i comunisti, nel suo La bolla della supremazia americana, ha scritto:
Lo Stato sociale così come lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazionale delle risorse praticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazionale ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil. Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l’1% dei più ricchi nell’ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di malnutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.
La teoria marxiana dell’impoverimento si conferma più valida che mai. Proprio negli ultimi decenni si è venuto stabilendo un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l’impoverimento crescente di una parte notevole dell’umanità. Tanto che alcuni studiosi, che in passato avevano considerato la questione come un semplice abbaglio di Marx, cominciano oggi a fare autocritica.
Le crescenti migrazioni dai paesi e dai continenti della fame verso l’Occidente industriale provocano a loro volta tensioni assai acute e pericolose nelle zone d’arrivo, ne sconvolgono l’equilibrio economico e sociale, richiedono cambiamenti radicali dei modelli di sviluppo. Si pensi a ciò che di negativo rappresenta il sistema energetico dominante, incentrato sui combustibili fossili. L’influenza che esso esercita nel processo di cambiamento climatico è fuori discussione, e si basa soprattutto sul consumo di petrolio, di carbone e di metano. I profitti legati a questo sistema sono di tale dimensione che, uniti a quelli dell’industria degli armamenti, inducono le grandi potenze interessate a una sorta di guerra continua, e a correre il rischio di un conflitto atomico, pur di non cambiare questo modello suicida.
È del tutto evidente che i sistemi politici attuali non sono in grado di realizzare un cambiamento radicale, che pure sarebbe concettualmente realizzabile (nuove fonti di energia, nuovi sistemi di trasporto, ecc.). Siamo giunti a un punto in cui solo una presa di coscienza e una grande mobilitazione democratica della collettività internazionale possono far uscire il mondo dalla situazione critica attuale. Facciamo un esempio specifico: quanto può andare avanti il processo di cementificazione del nostro Paese, che ha ormai assunto, soprattutto in alcune regioni, un carattere rovinoso, nel complice immobilismo delle istituzioni? La reazione a questo fenomeno può essere lasciata a pochi intellettuali, mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra non rendersene conto, o averne una conoscenza apparentemente limitata al proprio orticello?
Ecco dunque che, dai pericoli del global warming e delle minacce atomiche, al flagello della fame, alla salvezza dei tanti Monticchielli, la grande questione che viene posta è una presa di coscienza collettiva che può realizzarsi soltanto attraverso una vera e propria rivoluzione del sistema informativo e della comunicazione. Si deve partire dalla consapevolezza che l’informazione è minacciata ogni giorno dal controllo politico ed economico sui media, favorito anche da fusioni e complicità internazionali. In Italia, proprio in questo periodo, gli editori tentano di liquidare l’autonomia professionale e contrattuale dei giornalisti. In altri paesi (leggi Russia, ma non solo) c’è chi ricorre addirittura all’assassinio di giornalisti colpevoli di praticare la libertà d’espressione e di critica. Libertà e pluralismo dell’informazione debbono costituire l’obiettivo centrale di un grande movimento di opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Il nostro impegno è di fornire ai cittadini una chiave di lettura dei processi reali, per essere protagonisti critici della comunicazione e per contribuire al superamento della crisi di cultura che segna questo nostro tempo.