Se il petrolio va a picco

8 06 2008


Una crisi peggiore del ‘29. Secondo Alberto di Fazioil sistema attuale, in tutte le sue forme, non solo non può essere riformato, ma crollerà - e lo sta già facendo - con un tonfo che però temo si porti via molti di noi esseri umani… e questo a prescindere dalle “idee” che ognuno di noi possa avere. Questa è una conclusione rigorosamente scientifica, tratta dall’analisi dei dati, dei trend e dei processi in atto da ormai più di un secolo, e ampiamente prevista non da “pericolosi rivoluzionari” o “attivisti ecologisti”, ma dal fior fiore dell’intelligentia scientifica dell’MIT – 45 anni fa con Jay Forrester e il General Dynamics Group e 38 anni fa con la task force incaricata dal Club of Rome; e poi ripetuto nel 1992 e nel 2002 con calcoli e modelli aggiornati, oltre che con il confronto con i dati dei 20 e poi 30 anni di dati che precedentemente erano previsioni!

di Francesco Piccione - fonte: Il Manifesto, 25/5/2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ‘70, così come la Libia; l’Iran nel ‘74. Gran Bretagna e Novegia tra il ‘99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose
che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ‘70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ‘29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ‘29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ‘98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ‘72, nel ‘92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.





FAI: segnala ciò che rovina i luoghi che più ami

5 06 2008


4° censimento nazionale FAI
Segnala ciò che rovina i luoghi che più ami:

Scheletri di cemento
Brutture
Selve di cartelli nei centri storici
Manifesti che deturpano il paesaggio
Piazzette trasformate in parcheggi
Sporcizia
Costruzioni abusive
Graffiti
Ecomostri

…. c’è solo l’imbarazzo della scelta





La Natura non ci aspetterà

19 03 2008

Sintesi da un articolo di Giulietto Chiesa su La Stampa, 18/3/2008 - leggi articolo

Tutto si muove a velocità pericolosa e la Commissione Europea non ha perso tempo: il 23 gennaio ha varato un pacchetto di proposte per la riduzione del 20% dei gas serra e dell’incremento del 20% dell’efficienza (entro il 2020) per il contenimento del cambiamento climatico del pianeta.

Il legislatore europeo è consapevole dell’urgenza e dei pericoli che ci attendono. Abbiamo solo 15 anni, all’incirca, prima che il riscaldamento climatico superi i 2 gradi: soglia massima sopportabile dall’economia mondiale e dalla normale prosecuzione della vita umana sul pianeta.

Intanto Pechino apre una nuova centrale elettrica a carbone ogni settimana in media e bruciare carbone è una delle fonti più altamente produttrici di CO2.

Il legislatore dovrebbe agire in base all’interesse comune e alla necessità imposta dai numeri. Ma gli interlocutori sociali rispondono in termini corporativi, difendendo i propri interessi. Che sono reali, ma non quadrano con le necessità oggettive. Gl’industriali dicono che non ce la fanno a riorganizzare i processi produttivi e che, anche se ci fosse il tempo, i costi sarebbero troppo alti e perderebbero in competitività rispetto a chi non farà nulla. Quindi, se si preme troppo, loro minacciano di andarsene là dove vanno fanno peggio di qua. I sindacati, quando parlano di questi temi, si preoccupano dei posti di lavoro. E i lavoratori non si delocalizzano.

La situazione si sta facendo insostenibile e i cambiamenti s’imporranno in modo drammatico, al di la della volontà di tutti: la Natura non ha bisogno di trattare con noi e non aspetterà le nostre decisioni.





L’Onu: «La Terra verso la catastrofe»

19 03 2008
I politici non sembrano essere in grado di metabolizzare il fatto che che per per tenere in piedi la nostra civiltà occorre ridurre consumi, impronta ecologica e tutto il resto, incluso redditi e patrimoni, al 25% dell’attuale entro i prossimi 10 anni. Occorre, cioè, LIBERARE la gente dal consumo e dall’ostentazione, porsi come l’avanguardia di un esercito di liberatori pacifici, sacerdoti di una nuova religione umanistica, e istruttori di una vita felice da disintossicati.
Disintossicare l’occidente dall’orgia consumistico-ostentativa e dalla pretesa globalistico - coloniale è come tentare di fermare e riorganizzare una truppa in ritirata caotica e disordinata in stato di chock standone alle spalle.

di Francesco Tortora - fonte: Corriere della Sera, 26/10/2007 (modificato il 27/10/2007)
Tre i grandi mali del pianeta: riscaldamento, sovrappopolazione, fine della biodiversità

La Terra è vicina al punto di non ritorno e il futuro dell’umanità è seriamente compromesso. Lo afferma l’ultimo allarmante studio intitolato «Global Environment Outlook» e presentato dallo «United Nations Environment Programme» (Unep), l’organismo delle Nazione Unite che ha sede a Nairobi e che si occupa della tutela ambientale. Lo studio, al quale hanno partecipato oltre 1400 scienziati, è stato pubblicato a 20 anni di distanza dal celebre rapporto «Il futuro di tutti noi», analisi della «Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo» nella quale per la prima volta fu formulato il concetto di «sviluppo sostenibile». Secondo il recente studio tre sono le cause che maggiormente mettono in pericolo la vita sul nostro pianeta: il riscaldamento climatico, il progressivo aumento numero delle specie in via d’estinzione e la rapida crescita della popolazione.

ATTIVITA’ UMANA - Gli scienziati hanno sottolineato che le attività umane ormai condizionano fortemente il clima della Terra e gli ecosistemi. La situazione può diventare ancora più catastrofica se, come stimano alcune proiezioni scientifiche, la popolazione umana raggiungerà gli 8 miliardi e 10 milioni di abitanti nel 2050. Negli ultimi venti anni, la popolazione mondiale infatti è aumentata di 1,7 miliardi di persone, passando da 5 a 6,7 miliardi di abitanti. «La popolazione umana adesso è così numerosa che l’ammontare delle risorse di cui ha bisogna per sopravvivere è superiore a quelle che la Terra riesce a produrre» afferma Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep

CAUSE - Il riscaldamento climatico e la rapida crescita demografica sono le cause principali del gran numero di animali estinti o in via d’estinzione. Secondo le cifre presentate dall’Unep circa 30% degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli rischiano di scomparire, mentre tra i fiumi più grandi del mondo, uno su dieci, a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento eccessivo della pesca, è sottoposto a profondo stress idrico e di anno in anno riduce sempre di più la sua portata d’acqua prima di raggiungere il mare.

AVVERTIMENTO E STIMOLO - Il rapporto, secondo gli scienziati, vuole essere allo stesso tempo sia un forte avvertimento sia uno stimolo al cambiamento. Se si vuole evitare una catastrofe, dichiara senza mezzi termini lo studio, entro il 2050 bisogna ridurre le emissioni di gas serra del 50% rispetto a quelle che erano prodotte nel 1990. Ciò significa che i paesi più industrializzati devono tagliare dal 60 all’80% le loro emissioni. Nel rapporto non mancano le note positive. Il direttore Steiner fa notare che i paesi dell’Europa occidentale hanno preso effettive misure per ridurre l’inquinamento atmosferico, mentre il Brasile ha fatto notevoli sforzi per combattere la deforestazione: «La vita sulla Terra potrebbe essere più semplice se non ci fossero questi tassi di crescita demografica. Ma costringere le persone ad avere meno figli è una soluzione semplicistica. La cosa migliore sarebbe accelerare il benessere dell’umanità e usare più razionalmente le risorse che il pianeta ci offre».





Presentazione di una vertenza al Parlamento Europeo

20 02 2008

“Salviamo la Maremma”
Sabato 23/2/2008 ore 16
Sala Congressi Circoscriz. Gorarella
Grosseto

si terrà un’importante Conferenza-Dibattito sul tema “Maremma, cosa sta accadendo al tuo ambiente?” su iniziativa di un vastissimo gruppo di organizzazioni di tutela ambientale che qui non è possibile elencare per l’alto numero, circa una quindicina, e di cui si è fatto promotore il neonato Movimento per il Bene Comune. Parteciperà l’Europarlamentare Giulietto Chiesa a cui verrà consegnata la vertenza “SALVIAMO LA MAREMMA” da portare al Parlamento Europeo.

Ci siamo resi conto che nonostante sia riconosciuta l’importanza della Maremma a livello Ambientale Europeo, questo territorio è in svendita al miglior offerente. Per questo motivo è stato preparato un Documento fatto di due parti, una con l’elenco delle zone più belle e importanti e un altro con l’elenco di tutti gli inquinamenti, gli scempi esistenti e quelli in via di attuazione che vorremmo presentare al Parlamento Europeo.

Purtroppo difendere i singoli spazi non basta, perché anche le piccolissime aree che per il momento non sono state toccate, vengono strozzate da infrastrutture o altro.

Molte criticità, benché pericolose, covano sotto una cenere di indifferenza o superficialità e su cui gli amministratori locali sinora non hanno saputo fornire risposte adeguate ed esaustive. Nella settimana scorsa il Movimento per il Bene Comune, MBC, a nome anche di tutte le altre organizzazioni e di molti privati cittadini, ha inviato a tutti i sindaci della provincia di Grosseto una circostanziata diffida con preavviso di azione legale in cui si elencano perlomeno 13 gravi emergenze ambientali che compromettono l’alto valore del territorio maremmano e minano la salute dei residenti. Sinteticamente:

- Sito delle Strillaie (loc. Principina terra) dove si vorrebbe fare sorgere un mega-impianto di produzione di CDR proveniente da più province toscane.
- Piana di Scarlino su cui dovrebbe sorgere il termovalorizzatore per lo smaltimento del CDR prodotto alle Strillaie.
- Impianto a biomassa in località Rugginosa, alle porte di Grosseto, per una potenza installata di 90MW, alimentato con olio vegetale di provenienza da paesi orientali, e senza alcun utilizzo dell’energia termica.
- Gravissima situazione dell’Amiata a causa del sovrasfruttamento geotermico che, oltre ad inquinare l’aria, depaupera ed inquina con arsenico le sorgenti del Fiora che servono l’acquedotto di tutta la provincia.
- Prevista conversione della statale Aurelia a “strada parco” e costruzione dell’autostrada tirrenica come unica viabilità percorribile.
- Fiume Merse inquinato dall’acqua inquinata proveniente dalla miniera di Campiano ridotta a discarica.
- Laguna di Orbetello inquinata da mercurio per antichi depositi sull’area.
- Pineta litoranea per circa 21 chilometri di costa abbandonata all’incuria ed al degrado.
- Impianti eolici che, oltre ad essere impattanti e di svalutazione per il territorio, sono improduttivi e superflui nella provincia che vanta un surplus elettrico del 15%.
- Porto di Piombino destinato a discarica dei terreni vari provenienti dall’area industriale di Bagnoli (NA), per un volume di circa 2 milione di mc, e sulla cui esatta natura esistono dubbi di pericolosità.
- Fiume Ombrone mai messo in sicurezza rispetto al rischio alluvione in particolare per la città di Grosseto e periferia.
- Torre Vandalico e Civitavecchia, dove la prevista conversione a carbone delle centrali Enel può seriamente determinare ricadute inquinanti sul territorio maremmano.

Tutta la popolazione interessata alla salvaguardia di un territorio unico è invitata ad intervenire con testimonianze e proposte!





Scarlino: arselle all’arsenico

15 02 2008

di Roberto Barocci - fonte: www.barocci.it

Come era stato previsto e come era prevedibile, si sono registrate nelle arselle, raccolte a pochi metri dalla spiaggia di Scarlino, concentrazioni di Arsenico tossiche per l’uomo. Erano già state documentate quantità di Arsenico superiore ai limiti di legge sia nelle falde idriche superficiali della piana retrostante la spiaggia, sia nelle sabbie dei canali che dalla piana retrostante arrivano in mare. Ancora una volta, il Comune di Scarlino e la Provincia di Grosseto, che già certificarono una inesistente anomalia “naturale”, sono chiamate a giustificare l’omessa delimitazione, messa in sicurezza e bonifica delle falde idriche inquinate dalle attività industriali realizzate nella piana di Scarlino.

Dal sito di Roberto Barocci si possino scaricare interessanti documenti

Nell’immagine sotto si vede l’area di Scarlino con sovrapposte le curve di iso-concentrazione di arsenico, calcolate sulla base del valore minimo del tenore di Arsenico in ogni punto.





Bravo Luca!

17 12 2007

Un bell’intervento di Luca Mercalli ieri su RAI3 a “Che tempo Che Fa” in apertura della trasmissione che ha ospitato Romano Prodi. Purtroppo la risposta del presidente del Consiglio non è stata all’altezza.

Luca Mercalli interviene ad ASPO-1 Italia
Luca Mercalli ad ASPO-1, Firenze 10/3/2007

«Al presidente del consiglio chiedo di occuparsi meno di crescita economica e più della crescita di resilienza della società.

La resilienza è quella proprietà di un sistema di attutire i colpi, di limitare i danni. Potremmo dire che è il contrario della fragilità.

E la società italiana ha dimostrato di essere molto fragile durante lo sciopero degli autotrasportatori, in due giorni di blocco siamo quasi rimasti senza benzina e senza viveri.

Poichè in futuro, tra clima e crisi energetica quese situazioni sono destinate a diventare più frequenti, il compito della politica è provvederci di paracadute.

Quindi priorità assoluta al risparmio e all’efficienza energetica, produzione alimentare di filiera corta, arresto della cementificazione dei suoli agrari che sono la nostra assicurazione sul futuro, meno grandi opere e più manutenzione diffusa del territorio. La festa è finita, scriveva oggi Barbara Spinelli su La Stampa, ma almeno procuriamoci un’uscita di sicurezza.»