C’è una casa per tutti, ma non si vede

10 07 2008

“Mio nonno fava i matòni
Mio babbo fava i matòni
Faso i matòni anca me
Ma la casa mia, ndov’è?”

(F.Fellini, Amarcord)

Mentre migliaia di appartamenti nuovi, con prezzi assurdi, restano invenduti e palazzinari senza scrupoli continuano la loro opera inesorabile di devastazione del territorio, quante volte abbiamo sentito i nostri amministratori, illustrando i nuovi piani di espansione, annunciare: “mancano case popolari”?
In Olanda una Legge impedisce sul nascere questa pratica (tenere le case sfitte per farne aumentare il valore) rendendo legale l’occupazione di immobili se sono vuoti da almeno 12 mesi.

L’espansione di Grosseto Ovest (Villa Pizzetti). La gru come elemento preponderante anche del paesaggio maremmano. Leggi il seguito di questo post »





Perché il socialismo?

1 04 2008

di Albert Einstein, “Why socialism?”, Monthly Review, New York, maggio 1949

E’ prudente per chi non sia esperto in materia economica e sociale esprimere opinioni sul problema del socialismo? Per un complesso di ragioni penso di sì.

Consideriamo dapprima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano essenziali differenze di metodo tra l’astronomia e l’economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi generalmente accettabili per un gruppo circoscritto di fenomeni, allo scopo di rendere il più possibile comprensibili le connessioni tra questi stessi fenomeni. Ma in realtà tali differenze di metodo esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che i fenomeni economici risultano spesso influenzati da molti fattori difficilmente valutabili separatamente. Inoltre l’esperienza accumulata dal principio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come ben si sa, largamente influenzata e limitata da cause che non sono di natura esclusivamente economica.

Molti dei maggiori Stati, per esempio, dovettero la loro esistenza a conquiste. I conquistatori si stabilirono, giuridicamente ed economicamente, come classe privilegiata nel Paese conquistato. Essi si presero il monopolio della proprietà terriera e formarono un sacerdozio con uomini della loro classe. I preti, avendo il controllo dell’educazione, trasformarono la divisione in classi della società in un’istituzione permanente e crearono un sistema di valori dal quale, da allora in poi, il popolo si lasciò in gran parte inconsciamente guidare nella sua condotta sociale.

Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri; oggi noi abbiamo realmente superato quella che Thorstein Veblen chiamò la “fase predatoria” dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che noi possiamo ricavare non sono applicabili alle altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è precisamente di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nelle sue attuali condizioni può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro.

In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza, viceversa, non può creare fini, e ancormeno imporli agli esseri umani; essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini. Questi sono concepiti da persone con alti ideali etici e se essi non sono sterili, ma vitali e forti, sono assunti e portati avanti da quella larga parte dell’umanità che, per metà inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società.

Per queste ragioni, noi dovremmo guardarci dal sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo presumere che gli esperti siano i soli che hanno il diritto di esprimersi su questioni che concernono l’organizzazione della società.

Da un po’ di tempo innumerevoli voci asseriscono che la società sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristica di questa situazione è che gli individui si sentano indifferenti e persino ostili al gruppo, sia esso grande o piccolo, cui appartengono. Per illuminare questo concetto, ricorderò un’esperienza personale. Recentemente discutevo con un uomo intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, a mio giudizio, porterebbe gravi danni all’esistenza del genere umano, e facevo notare che solo un’organizzazione internazionale potrebbe proteggerci da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con molta calma e freddezza mi disse: “Perché siete così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?“. lo sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto con tanta leggerezza una dichiarazione di questo genere. E’ la dichiarazione di un uomo che si è sforzato di raggiungere il suo equilibrio interno e ha più o meno perduto la speranza di riuscirvi. E’ l’espressione di una penosa solitudine e di un isolamento di cui molti soffrono. Quale ne è il motivo? C’è una via d’uscita?

E’ facile sollevare queste questioni, ma difficile rispondervi con un certo grado di sicurezza. Tenterò tuttavia, come meglio posso, sebbene sappia che i nostri sentimenti e i nostri sforzi siano spesso contradditori e oscuri e non possano essere espressi in formule semplici e chiare.

L’uomo è, nello stesso tempo, un essere solitario e sociale. Come essere solitario, egli tenta di proteggere la sua esistenza e quella di coloro che gli sono vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue innate capacità. Come essere sociale, egli cerca di guadagnarsi la stima e l’affetto degli altri esseri umani, di partecipare alle loro gioie, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita.

Solo l’esistenza di questi vari e spesso contraddittori sforzi dà ragione del particolare carattere di un uomo, e le loro speciali combinazioni determinano in quale grado un individuo possa raggiungere un equilibrio profondo e contribuire al benessere della società. E’ possibile che la relativa forza di questi due indirizzi sia in gran parte determinata dall’eredità. Ma la personalità che emerge alla fine è largamente formata dall’ambiente nel quale accade che l’uomo si trovi durante il suo sviluppo, dalla struttura sociale in cui cresce, dalle tradizioni di quella società e dal suo giudizio sui particolari tipi di comportamento. L’astratto concetto di “società” significa per l’essere umano individuale la somma totale dei suoi rapporti diretti e indiretti con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle precedenti generazioni.

L’individuo è in grado di pensare, sentire, lottare e lavorare da solo; ma è tale la sua dipendenza dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, che è impossibile pensare a lui o comprenderlo fuori dalla struttura della società. E’ la “società” che provvede l’uomo del cibo, dei vestiti, della casa, degli strumenti di lavoro, della lingua, delle forme di pensiero e della maggior parte dei contenuti del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini, passati e presenti, che si nascondono dietro la piccola parola “società”.

E’ evidente perciò che la dipendenza dell’individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito; proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l’intero processo della vita delle formiche e delle api è fissato fin nei più piccoli dettagli dai rigidi istinti ereditari, il modello sociale e le relazioni tra gli esseri sociali sono molto variabili e suscettibili di mutamenti. La memoria, la capacità di nuove combinazioni, il dono della comunicazione verbale hanno reso possibili tra gli essere umani sviluppi che non sono dettati da necessità fisiologiche. Tali sviluppi si manifestano in tradizioni, istituzioni e organizzazioni, nella letteratura, nel perfezionamento scientifico e costruttivo, in opere d’arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l’uomo possa influenzare la propria vita con la sua condotta, e che in quel processo possano avere una parte il pensiero e la volontà consapevoli.

L’uomo acquista dalla nascita, per eredità, una costituzione biologica che dobbiamo considerare inalterabile e fissa, che contiene gli impulsi naturali caratteristici della specie umana. Inoltre, nel corso della sua vita, egli acquista un abito culturale che riceve dalla società per mezzo di un complesso di rapporti e di molte altre specie di influenze. Questo abito culturale, col passare del tempo, è soggetto a mutamento e determina in grado molto elevato le relazioni tra l’individuo e la società. Su questo possono poggiare le loro speranze coloro che lottano per migliorare il destino dell’uomo; gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, ad annientarsi l’un l’altro o a essere alla mercé di un destino crudele.

Se ci domandiamo come la struttura della società e l’atteggiamento culturale dell’uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere la vita umana quanto più possibile soddisfacente, dobbiamo essere costantemente consci che vi sono certe condizioni che non possono essere modificate. Come ho già detto, la natura biologica dell’uomo non è soggetta a mutamenti, almeno praticamente. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni destinate a durare. In popolazioni stabili e di densità relativamente elevata, con i beni indispensabili alla loro esistenza, sono assolutamente necessari un’estrema divisione del lavoro e un sistema produttivo altamente centralizzato. Il tempo, ai nostri occhi così idillico, in cui gli individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti, è passato per sempre. E’ appena una lieve esagerazione affermare che il genere umano costituisce fin d’ora una comunità planetaria di produzione e di consumo.

Eccomi giunto al punto in cui mi è possibile indicare brevemente che cosa per me costituisca l’essenza della crisi del nostro tempo. L’individuo è divenuto più che mai consapevole della sua dipendenza dalla società. Questa dipendenza però egli non la sente come positiva, come un legame organico, come un fatto produttivo, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali o anche alla sua esistenza economica. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo carattere vanno costantemente aumentando, mentre i suoi impulsi sociali, che sono per natura più deboli, vengono di mano in mano deteriorandosi. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, sono danneggiati da questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egoismo, essi si sentono malsicuri, soli e privi dell’ingenua, semplice e non sofisticata gioia della vita. L’uomo può trovare un significato alla vita, breve e pericolosa com’è, solo votandosi alla società.

L’anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un’enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali. Sotto questo punto di vista è importante comprendere che i mezzi di produzione -vale a dire tutta la capacità produttiva che è necessaria sia per produrre beni di consumo quanto per produrre capitale addizionale- può essere legalmente, e per la maggior parte dei casi è, proprietà dei singoli individui.

Per semplicità, nella discussione che segue, io chiamerò “lavoratori” tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda all’uso abituale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di comperare il potere-lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuove merci che divengono proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e la misura in cui viene pagato, misurando entrambe le cose in termini di valore reale. Dal momento che il contratto di lavoro è “libero”, ciò che il lavoratore percepisce è determinato non dal valore delle merci che produce, ma dalle sue esigenze minime e dalla richiesta capitalistica di potere-lavoro, in relazione al numero dei lavoratori che sono in concorrenza tra di loro per i posti di lavoro. E’ importante comprendere che anche in teoria il pagamento del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.

Il capitale privato tende a essere concentrato nelle mani di una minoranza, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti e in parte per il fatto che lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro incoraggiano la formazione di più larghe unità di produzione a spese delle più piccole. Il risultato di questo sviluppo è un’oligarchia del capitale privato, il cui enorme potere non può essere effettivamente arrestato nemmeno da una società politica democraticamente organizzata. Ciò è vero dal momento che i membri dei corpi legislativi sono scelti dai partiti politici, largamente finanziati o altrimenti influenzati dai privati capitalisti che, a tutti gli effetti pratici, separano l’elettorato dalla legislatura.

La conseguenza si è che di fatto i rappresentanti del popolo non proteggono sufficientemente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti d’informazione (stampa, radio, insegnamento). E’ così estremamente difficile, e in realtà nella maggior parte dei casi del tutto impossibile, che il cittadino privato giunga a oggettive conclusioni e a fare un uso intelligente dei suoi diritti politici.

La dominante in un’economia fondata sulla proprietà privata del capitale è caratterizzata da due principi basilari: primo i mezzi di produzione (il capitale) sono posseduti da privati e i proprietari ne dispongono come meglio credono; secondo, il contratto di lavoro è libero. Naturalmente una società capitalistica pura, in questo senso non esiste. In particolare si dovrebbe notare che i lavoratori, attraverso lunghe e dure lotte politiche, sono riusciti ad assicurare per certe loro categorie una forma alquanto migliorata di “libero contratto di lavoro”. Ma, presa nell’insieme, l’economia odierna non differisce dal “puro” capitalismo.

Si produce per il profitto, non già per l’uso. Non esiste alcun provvedimento per garantire che tutti coloro che sono atti e desiderosi di lavorare siano sempre in condizioni di trovare un impiego; un “esercito di disoccupati” esiste quasi in permanenza. Il lavoratore vive nel costante timore di perdere il suo impiego. Poiché i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano un mercato vantaggioso, la produzione delle merci per il consumo è limitata, con conseguente grave danno. Il progresso tecnico spesso si risolve in una maggiore disoccupazione, piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti. Il movente dell’utile, insieme con la concorrenza tra i capitalisti, è responsabile dell’instabilità nell’accumulazione e nell’utilizzazione del capitale, destinata a portare a crisi sempre più gravi. Una concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui cui ho prima accennato.

Questo avvilimento dell’individuo io lo considero il maggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo ne è danneggiato. Un’attitudine competitiva esagerata viene inculcata allo studente, così condotto, come preparazione alla sua futura carriera, ad adorare il successo.

Sono convinto che vi sia un solo modo per eliminare questi gravi mali: la creazione di una economia socialista, accompagnata da un sistema educativo volto a fini sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono di proprietà della società e vengono utilizzati secondo un piano. Un’economia pianificata che adatti la produzione alle necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro tra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino.

L’educazione dell’individuo, oltre che incoraggiare le sue innate qualità, dovrebbe proporsi di sviluppare il senso di responsabilità verso i suoi simili, invece dell’esaltazione del potere e del successo che è praticata dalla nostra attuale società.

E’ tuttavia necessario ricordare che un’economia pianificata non è ancora socialismo. Un’economia pianificata come questa può essere accompagnata dal completo asservimento dell’individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi politico-sociali estremamente difficili: come è possibile in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia divenga potente e prepotente? Come possono essere protetti i diritti dell’individuo ed essere con ciò assicurato un contrappeso democratico alla potenza della burocrazia?





Un codice salverà il paesaggio

20 03 2008
Benedetto Croce, con l’autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio «altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli».

Landana, Castiglione della Pescaia, filare di pini e cipressi

di Giovanni Valentini - fonte: La Repubblica, 20/3/2008

Ecco il nuovo cadice che salverà il paesaggio

È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l’Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell’ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.
Già Croce nel ‘20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre “un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo”. E con l’autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio “altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”. Sfrondata dalla retorica dell’epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.
Prima di arrivare all’approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d’equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l’importanza e il valore del Codice perché ne fa un “corpus” giuridico condiviso dall’amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una “devolution” selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell´ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.
Fondato sull’articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e al secondo comma che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“, il Codice Rutelli può essere l’inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una “nuova Italia”, più ordinata e civile. È stata un’importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell’ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell’identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all’esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli “sherpa” ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una “competizione virtuosa”.
Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l’altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L’amministrazione centrale emana le “prescrizioni d’uso” a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.
Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest’ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.
Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a “merci” e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.

Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l’occupazione del settore e dell’indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l’Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all’identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.





Fiaba Olistica

2 03 2008

L’obiettivo di re Singye non è il Prodotto interno lordo, ma la Felicità interna lorda.

di Marilena Malinverni - fonte: D La Repubblica delle donne, 2/2/2008
In Bhutan, l’ultimo regno buddista himalayano, la popolazione vive in armonia con la natura e la religione. Perciò il turismo è a numero chiuso

Yeshei Rinchen sembra un monaco bud­dista come tanti: testa rasata, tunica bor­deaux, sorriso sereno. In realtà il religioso di mezza età è uno dei personaggi più ve­nerati e in questo momento più in vista del Bhutan. È uno dei quattro astrologi di corte, quelli che il re del piccolo regno incastonato tra India e Cina consulta sui temi più disparati, dai matrimoni alle date propizie per le più importanti scelte politiche.
Lama Rinchen si stringe nel pesante scialle rosso di lana di yak che lo protegge dalla gelida alba dell’Himalaya, guarda fisso in camera come chiunque poco abituato alla tv, e dichiara con una punta di orgoglio all’inviato della Bbs (Bhutan Broadcastin Service), l’emittente di Stato: «Sì, il re ci ha chiesto di trovare le date favorevoli per le elezioni del 2008, Abbiamo fatto i calcoli sul movimento di pianeti e stelle e abbiamo stabilito alcune giornate fauste. Non posso dare i det­tagli, ma ci sono tre date, a marzo, aprile e maggio».
Queste elezioni, che trasformeranno dopo cent’anni il Bhutan da monarchia assoluta a monarchia costi­tuzionale, sono l’ultimo capitolo di una precisa politica dì innovazione che l’ex re Jigme Singye Wangchuk (nel dicembre 2006 ha abdicato in favore del figlio Khesar) ha costruito per portare Druk Yul, il Paese del Drago, come in lingua locale si chiama il Bhutan, nel XXI secolo. Laureato a Oxford, sovrano dell’ultimo re­gno buddista himalayano dal 1972 - quando succes­se a 17 anni al padre come quarto Druk Gyalpo, Pre­zioso Sovrano del Popolo dei Drago - re Singye, in poco più di trent’anni, ha posto fine all’isolamento del Paese e ne ha favorito la modernizzazione. «È necessario preservare la nostra identità culturale per evitare che il Bhutan segua la stessa sorte degli altri regni himalayani come il Nepal, il Sikkim, il Ladakh e il Tibet, integrati in altre nazioni o annichiliti da altre culture», ripete ancora oggi l’ex monarca sul Kuensel, il settimanale nazionale, o alla tv dì Stato.
Conservazione e sviluppo” è la formula applicata da Singye per raggiungere il Fil, “Felicità interna lorda“, (nella sua visione politica d’ispirazione buddista da preferire al Pil), che nel miglioramento degli standard di vita comprende il benessere spirituale dell’indivi­duo e la salvaguardia dei valori culturali e dell’am­biente. Il meccanismo che il sovrano ha adottato è sofisticato e semplice insieme: ha aperto - cautamen­te - le frontiere al turismo, limitando gli ingressi a set­temila all’anno, e ha fissato una “tassa di soggiorno” dì 200$ al giorno, dì cui il 30 per cento va allo Stato.
Con questo denaro ha garantito l’istruzione e l’assi­stenza sanitaria gratuita alla popolazione, costruen­do scuole e ospedali - o presidi sanitari - di medicina sia occidentale sia tibetana, anche nei villaggi più re­moti, oltre i quattromila metri. Nello stesso tempo gli ingressi a numero limitato hanno avuto il duplice ef­fetto dì creare un turismo ecosostenibìle e di evitare forme di colonizzazione culturale. L’identità naziona­le, poi, è stata difesa anche attraverso una serie dì simboli esteriori della bhutanesità: per legge tutti hanno l’obbligo di indossare l’abito tradizionale (il gho, una specie dì kimono a quadri gli uomini e la kira, una tunica diritta le donne) e le nuove costruzioni sono vincolate al rispetto dei canoni dell’architettura locale (edifici imponenti bianchi con finestre di legno e decori dì conchiglie, fiori di loto, falli e altri simboli del buddismo tantrico). La tv fino al 1999 era bandita perché considerata portatrice dì corruzione morale e dal 2004 sono vietati il tabacco e le borse di plastica. Ultimo atto, la svolta democra­tica e il futuro in mano ai giova­ni: re Khesar ha 26 anni e il Parlamento sarà composto da trentenni grazie alla nuova leg­ge elettorale che ammette solo candidati laureati, e qui solo le ultime generazioni hanno fre­quentato il college. Non tutti, però, sì identificano nello schema della “Felicità in­terna lorda”. La grande comunità monastica, per esempio. I seimila religiosi (il Bhutan ha circa 700mila abitanti) contestano la politica turistica reale perché molti dzong, gli antichi monasteri-fortezza dove risie­dono, hanno dovuto aprirsi agli stranieri, che sono stati ammessi anche agli tsechu, le grandi feste/rap­presentazione teatrale che scandiscono le stagioni.
E pure l’emergente borghesia urbana dì Thìmphu, la piccola capitale, e di Paro, la seconda città, è contra­riata: i giovani mal sopportano l’abbigliamento tradi­zionale, ora che grazie alla tv hanno scoperto la moda occidentale, e i piccoli imprenditori turistici si lamen­tano dei numero chiuso imposto agli ingressi di stra­nieri che impedisce al business di svilupparsi. Ma sono problemi di una minoranza, dì gente di città. Nei villaggi nascosti nelle profondità delle gole himalayane, i bhutanesi vivono ancora in armonia con una tradizione olistica che integra religione, legge, arte, natura e tutela dell’ambiente. I pastori con la ruota delle preghiere sempre in mano portano al pascolo gli yak sotto le nevi del Jomoihari, del Kula Kangri e delle altre montagne sacre - e perciò mai violate da spedizioni alpine – che sfiorano i settemila metri.
Come cristallizzata in un Medioevo fiabesco, la gente racconta con la certezza della fede dì tesori con gli insegnamenti del Buddha nascosti in laghi cristalli­ni, di demoni che infestavano le valli ora schiacciati sotto le decine di santuari che scandiscono il paesag­gio, dì santi arrivati in volo su una tigre a fondare mo­nasteri ancora off lìmits per gli stranieri.

La religione offre persino immagini per descrivere la società contemporanea. Durante una festa nel mae­stoso dzong dì Tongsa il capovillaggio, guardando le danze dei monaci che raccontano la vittoria del bud­dismo sui serpenti, i draghi, i mostri-simbolo dell’illusorietà della realtà sensibile, osservava: «II Bhutan è in una specie dì Bardo, il luogo buddista tra i cicli del­la morte e della rinascita. Bisognerà vedere se nella prossima vita sarà una nazione modernizzata ma con una sua identità precisa o un ennesimo piccolo Paese del Terzo mondo preda di conflitti sociali, corruzione e materialismo».





Sarkozy diventa verde

1 11 2007

di Gianpiero Martinotti - fonte: La Repubblica, 26/10/2007


L’urbanizzazione del “futuro” polo “industriale” di Roccastrada (vedi articolo)

PARIGI - Nicolas Sarkozy sventola dall’Eliseo la bandiera della sua “rivoluzione verde” e sorride soddisfatto quando il premio Nobel Al Gore parla di “inizio di un processo storico“. Dopo settimane difficili, con i trasporti paralizzati, i mugugni nella maggioranza, le riforme che tardano a dare risultati e il divorzio voluto dalla moglie, il presidente ha almeno messo a segno un risultato: la conferenza sull’Ambiente ha prodotto una serie di misure per combattere il riscaldamento del pianeta. Solo quando le proposte saranno tradotte concretamente in un disegno di legge, atteso per l’inizio dell’anno prossimo, si vedrà se si tratta davvero di una svolta. Ma i risultati sono stati accolti con soddisfazione dagli ecologisti: riduzione del 50 per cento dei pesticidi, possibilmente in dieci anni; stop alla costruzione di strade e aeroporti, salvo in casi legati alla sicurezza; messa in cantiere entro il 2020 di ben duemila chilometri di linee ferroviarie ad alta velocità; nuovi assi ferroviari per il trasporto dei veicoli pesanti ed autostrade marittime verso Spagna e Italia. Infine, il capo dello Stato ha accettato, almeno in linea di principio, la grande rivendicazione ecologista: la Francia studierà l’introduzione di una tassa sul Co2. Per non penalizzare troppo le imprese dovrebbe essere accompagnata da una revisione della fiscalità che grava sul lavoro.

Concludendo i lavori della conferenza, Sarkozy ha parlato di un “New Deal” ecologico: “Ci vuole una rivoluzione nel nostro modo di pensare, di decidere, una rivoluzione nei nostri comportamenti“. Ha promesso investimenti di un miliardo in quattro anni per la ricerca nell’energia e la biodiversità, ha lasciato la strada libera ai sindaci per introdurre i pedaggi urbani. E ha difeso il principio di precauzione, contestato da alcuni economisti come un intralcio alla crescita. Ha insomma vestito i panni del difensore del pianeta, tema sempre più popolare e consensuale nelle società europee.

Del resto, non sono mancate le domande indirizzate a Bruxelles: rivolgendosi direttamente a José Manuel Barroso, presente all’Eliseo, Sarkozy ha chiesto alla Commissione di studiare l’ipotesi di una tassa comunitaria sui prodotti importati da paesi che non rispettano il protocollo di Kyoto. Una misura utile per l’economia francese, perché colpirebbe quasi tutte le importazioni provenienti dall’Asia e in primo luogo dalla Cina. Infine, Sarkozy ha avanzato la proposta di un’aliquota Iva più bassa per i prodotti ecologici, senza tuttavia fornire dettagli.

Il presidente francese, che aveva lanciato la conferenza subito dopo la sua elezione, non si è lasciato sfuggire l’effetto mediatico rappresentato dalla presenza di Al Gore. Nel suo breve intervento, il premio Nobel per la pace ha salutato “la formidabile spinta” della Francia ed ha auspicato una conferenza simile sul piano mondiale: la riunione di governo, forze sociali e Ong ecologiste ha infatti permesso di trovare un equilibrio fra interessi contraddittori.

Nicolas Hulot, il più famoso ambientalista transalpino, ha salutato i risultati della conferenza, Greenpeace ha parlato di risultati impensabili sei mesi fa, malgrado molte incertezze sulle misure concrete, e perfino il Partito socialista ha parlato di conclusioni “all’altezza delle speranze”. Solo il partito dei Verdi ha ironizzato, parlando di fumo negli occhi. Passata l’euforia degli annunci, si tratterà di passare agli atti, di affrontare i malumori di chi dovrà pagare, come la metà degli automobilisti con vetture troppo inquinanti. Del resto, la conferenza ha rinunciato a una misura importante come la riduzione di dieci chilometri all’ora dei limiti di velocità: i parlamentari della destra erano contrari, perché a marzo ci saranno le elezioni comunali. E gli automobilisti votano.





“Il clima, questione etica”

12 10 2007

Al Gore e Ipcc (commissione clima Onu) premiati con il Nobel per la pace 2007
Riconosciuti i loro sforzi “per diffondere maggiore conoscenza sui cambiamenti climatici”
L’ex vice-presidente americano ha dedicato al tema un documentario che ha vinto l’Oscar





Quando il cittadino conta ed è ascoltato

2 10 2007

Il mio Labour per la gente nell’Inghilterra che cambia
di Gordon Brown - Fonte: La Repubblica 24/9/2007 - Traduzione: Anna Bissanti
Articolo scritto dal primo ministro britannico alla vigilia del suo intervento al congresso del Labour Party.

Nel corso della mie conversazioni con la popolazione in tutto il Paese, ho visto palesarsi una nuova Gran Bretagna, fatta di nuovi leader delle comunità, attivisti ambientalisti, floride iniziative sociali. Non si tratta soltanto dell’attivismo dì pochi: le persone coinvolte nell’iniziativa Make Poverty History sono milioni, come milioni sono quelle coinvolte in associazioni ambientaliste varie; da RSPB a Amici della Terra, e ogni giorno milioni di britannici mettono a disposizione il loro tempo per dar vita a comunità più solide.

Ciononostante siamo in presenza di un paradosso: l’interesse per il nostro comune futuro non è mai stato maggiore prima d’ora, eppure – con meno di una persona su cento iscritta a un partito politico - mai prima d’ora c’è stato un minore coinvolgimento nei partiti.

I vecchi metodi dirigenziali imposti dall’alto non funzionano più. Pensate alle sfide che dobbiamo affrontare, la sicurezza, la concorrenza globale, il cambiamento del clima, la costruzione di comunità più solide, le risposte da dare ad aspirazioni sempre maggiori: ebbene, nessuna di queste può essere risolta senza il coinvolgimento e l’impegno del popolo britannico. Ci occorre un nuovo tipo di politica, adeguato alle sfide che dobbiamo affrontare e ai grandi obiettivi che intendiamo perseguire. Abbiamo dato vita a questo nel governo: abbiamo predisposto - e io vi ho presenziato - commissioni civiche, nelle quali la gente può far sentire le proprie opinioni, argomento dopo argomento. Stiamo proponendo un nuovo concordato che dia maggiori poteri a consigli e comunità.

Sono lieto che gli altri partiti politici abbiano accolto il nostro invito a unirsi a noi per occuparci di alcune delle questioni di maggiore rilevanza, come la sicurezza, il cambiamento climatico, l’aiuto alle famiglie con bambini disabili.

Come deve rinnovarsi la politica, altrettanto deve fare il Labour Party, e questo rinnovamento deve andare in profondità ed essere di vasta portata. Il sistema per tradurre in realtà la politica democratica del futuro non consiste nel rassegnarci a una bassa partecipazione, bensì nel trovare nuovi modi per far sì che i partiti politici sappiano ascoltare e sappiano farsi portavoce delle preoccupazioni e delle istanze della popolazione. La sfida che voglio lanciare al Partito laburista è questa: facciamo causa comune con migliaia di persone e con le organizzazioni dì volontariato di tutto il Paese che stanno trasformando in realtà quella che noi consideriamo la visione di una buona società.

Il partito del futuro dovrà necessariamente trovare nuove modalità per stringere rapporti con la gente. Dobbiamo diventare più aperti e democratici. Oggi i movimenti che hanno maggiore successo nelle loro campagne offrono a tutti la possibilità di fare la differenza. Più dialogo, più scambio di opinioni: è in questo modo che si trovano le risposte giuste, diverse da quelle di sempre. Sono deciso a realizzare tutto ciò, e credo che ogni membro di partito lo sia. Voglio che ogni membro del partito abbia voce in capitolo uguale agli altri, dall’inizio alla fine del processo politico. In questo modo potremo dimostrare ai membri - e a tutti i futuri membri - del partito che ciò che dicono conta, che il loro apporto è importante. Noi facciamo campagna sostenendo l’eguaglianza, ma dobbiamo altresì praticarla.

Il modo migliore per coinvolgere la cittadinanza affinché prenda parte al partito è darle una migliore ragione per farlo, non come sostenitori passivi, ma come partecipanti attivi. In base a questa nostra proposta ogni membro sarà coinvolto nel processo di definizione politica dall’inizio alla fine, a cominciare dai forum presso la base, a finire con una votazione Omov (One member – one vote) ogni quattro anni sul programma del partito.

Desidero che questa settimana si lanci un messaggio molto chiaro: se volete unirvi al Partito Laburista, siete i benvenuti. Stiamo cambiando, così che voi possiate decidere di essere coinvolti. Abbiamo aperto una speciale linea telefonica, così che possiate unirvi a noi questa settimana o anche lavorare con noi. E tutto ciò non a vantaggio del partito, ma di tutti. Le riforme e i cambiamenti sono processi che continueranno in futuro.

Facciamo sì che questa settimana diventi la settimana in cui la politica guarda verso l’esterno, non verso l’interno. Se lo faremo, l’anno prossimo ci ritroveremo un partito laburista più forte, ma, cosa ancora più importante, avremo anche un Paese più forte e più unito.