Manuale di sopravvivenza alla fine del petrolio

30 05 2008

Initially it will be denied. There will be much lying and obfuscation. Then prices will rise and demand will fall. The rich will outbid the poor for available supplies. The system will initially appear to rebalance. The dash for gas will become more frenzied. People will realize nuclear power stations take up to ten years to build. People will also realize wind, waves, solar and other renewables are all pretty marginal and take a lot of energy to construct. There will be a dash for more fuel-efficient vehicles and equipment. The poor will not be able to afford the investment or the fuel. Exploration and exploitation of oil and gas will become completely frenzied. More and more countries will decide to reserve oil and later gas supplies for their own people. Air quality will be ignored as coal production and consumption expand once more. Once the decline really gets under way, liquids production will fall relentlessly by five percent per year. Energy prices will rise remorselessly. Inflation will become endemic. Resource conflicts will break out. (Colin Campbell, Marzo 2002)

di Albert K. Bates: uno dei co-fondatori dell’Ecovillage Network of the Americas e del Global Ecovillage Network. Come avvocato ha discusso casi legati all’ambiente e i suoi libri hanno anticipato i pericoli più grandi che oggi il mondo si trova ad affrontare. E’ direttore del Global Village Institute for Appropriate Technology dal 1984 e dell’Ecovillage Training Center della comunità The Farm nel Tennessee, dal 1994, dove vive tutt’oggi.

216 pagine, Editrice Aam Terra Nuova, 2008

Le multinazionali vogliono farci credere che il petrolio è una risorsa infinita …

Tangenziali, viali, e autostrade intorno alle grandi città sono perennemente congestionati, e se domandassimo ai guidatori perché sono lì, risponderebbero stupiti che stanno andando al lavoro. Per guadagnarsi da vivere. Senza sapere esattamente quanto del loro stipendio se ne va in benzina, gasolio, assicurazione, revisione e manutenzione dell’auto in cui se ne stanno bloccati.
Ebbene, secondo alcuni studi pare che siano ben cinque mensilità ad andare in fumo. Secondo l’Istat, studio pubblicato nel marzo scorso, i pendolari in Italia passano un mese e mezzo l’anno in auto. Per non parlare degli studi legati alle emissioni di anidride carbonica con conseguente innalzamento della temperatura di oltre quattro gradi entro la fine sel secolo.
Nella prefazione, Maurizio Pallante scrive: «La fine del petrolio non tarderà. Sarà preceduta da un costante aumento dei prezzi e da un aggravamento costante dei cambiamenti climatici». Non possiamo più far finta che la crescita produttiva possa proseguire all’infinito con la progressiva estensione del modello di vita occidentale ai paesi in via di sviluppo.
Dobbiamo disintossicarci dal petrolio: meno carne (per un chilo ci vogliono sedici litri di benzina), cibi freschi coltivati in casa, e altri accorgimenti …
Siamo drogati di petrolio: sappiamo che è dannoso ma continuiamo ad usarne sempre di più. Quando il petrolio incomincerà ad essere inaccessibile, gli effetti psicologici saranno devastanti: stress, panico, comportamento caotico della massa, paura, negazione. Ma ci sono alcuni modi per arginare questo evento: prepararsi. Sarà meno doloroso cambiare abitudini:

Economia basata sullo scambio equo di valore per valore. Il sistema di scambio locale creato da Michael Linton nel 1983 in America ha già contaminato Australia, Nuova Zelanda, Germania, Inghilterra.

Coltivarsi il cibo che mangiamo (agricoltura urbana) Funziona non solo al Cairo o a Dar es Salaam, in Russia o in Cina, ma anche in California, Canada, Danimarca, Inghilterra e Germania. Nelle città russe, quando l’economia è cambiata improvvisamente, la gente ha avviato cooperative agricole nei condomini, coltivando gli attici con terriccio. Bates spiega come fare il terriccio e persino come costruire piccole serre fatte con le balle di paglia. E, naturalmente, come conservare il cibo in modo naturale.

L’emergenza acqua. Il problema principale è la privatizzazione, che ha aggiunto sprechi a sprechi e lievitato i costi mentre la rete idrica è ancora un colabrodo. Complicato ma non impossibile procurarsi fonti d’acqua alternativa: Bates spiega come fare, in caso d emergenza, a disinfettare l’acqua di stagni e laghi, a raccogliere l’acqua piovana in bidoni e cisterne.

Gestione dei rifiuti.

Risparmio energetico: per evitare black out come quelli di cui continuano a soffrire canadesi e americani, dovremo affidarci all’energia solare ed eolica ma altri consigli: ad esempio, per il risparmio energetico è meglio la stufa a kerosene e a legna rispetto al caminetto. E per scaldare l’acqua lo scaldabagno solare. www.thegreatchange.com





Il Maggio Maremmano

1 05 2008

Canti della squadra dei Maggerini di Braccagni
a cura del Gruppo Tradizioni Popolari Galli Silvestro
Registrato il 3 aprile 2008 presso la sede del Gruppo Tradizioni Popolari Galli Silvestre a Braccagni (Gr).

Copertina CD

1) Ottava di permesso, Francesco Cellini, 0.54
2) Maggio 2008, canto popolare di Francesco Cellini, 2.36
3) Maggio, canto popolare, 8.50
4) Maggio allegro, canto popolare di Alessandro Cellini, 2.44
5) Viene la Primavera, canto popolare di Enrico Rustici, 3.44
6) Maggio tradizione, canto popolare di Alessandro Cellini, 1.55
7) La Ballata dei ricordi, canto popolare di Alessandro Cellini, 2.56
8) Maggio operaio, canto popolare di Enrico Rustici, 2.52
9) Serenata burianese, canto popolare, 3.02
10) II Trescone, canto popolare, 1.40 (ascolta 38sec.)
11) Ottava alberalo, Enrico Spina, 0.47
12) Ottava corbellaio, Alessandro Cellini, 1.08
13) Saluto del Poeta, Francesco Cellini, 0,51

Componenti squadra maggerìni:
Poeti estemporanei: Alessandro Cellini e Francesco Cellini
Fisarmonica: Maurilio Boni
Chitarra: Fabio Bargelli
Cantori: Monica Guidotti, Giulio Cillerai, Catia Granini, Elisa Gelso, Marta Galliani, Gloria Rabai, Tommaso Giorgini, Giampiero Pieraccini, Enrico Spina, Alessandro Saladini, Irene Bargelli, Ludovico Galli.
Fonico: Davide Fatemi - Associazione Stop e dintorni
Fotografie: Guerrini (Si), Longobardi, Nardi, Senis.
Note ai testi: Roberto Fidanzi
Progetto grafico: Ideogram - GR

Oggi come ieri in Toscana, ma soprattutto in Maremma, nella notte tra il 30 aprile ed il 1 Maggio è possibile ancora ascoltare questo canto itinerante di questua le cui origini ci riconducono all’antico culto degli alberi e dei rituali agresti; un rito propiziatorio che con il tempo ha sostituito remote pratiche pagane, divenendo un canto augurale nel quale si trasmettono gli auguri gioiosi per l’arrivo della Primavera, al rifiorire della natura dopo i rigori dell’Inverno, auspicando fertilità e buon raccolto. Così in Maremma è facile imbattersi in queste variopinte brigate di “maggerini” tutte adornate di fiori e colori che vagano di podere in podere, partendo il pomeriggio del 30 aprile per arrivare al pomeriggio del giorno dopo, dopo aver cantato tutta la notte. Queste squadre di inconsueti visitatori notturni sono formate in genere di 10/15 elementi; vestono abiti e cappelli solitamente decorati con fiori di carta e nastri colorati. Il canto è accompagnato dal suono di strumenti musicali quali la fisarmonica e la chitarra. Nei gruppi, oltre alle voci del coro, troviamo vari personaggi come la figura centrale del Poeta che in genere compone il testo del “maggio” ed intona “il permesso” per entrare nei poderi ed il “ringraziamento” prima di uscire, sempre in “ottava rima”; l’”Alberaio” che porta un ramoscello d’alloro fiorito simbolo del “Maggio”; il “Corbellalo” incaricato di raccogliere e custodire i doni e le offerte fatte dalle famiglie che in seguito saranno consumate in un pasto comune chiamato “Ribotta”.

La Festa del 1 Maggio di Braccagni (Gr) È ormai una consuetudine che si è consolidata: dal 1991 squadre di “maggerini” si danno convegno nella suggestiva cornice dell’oliveto del Campo della Fiera di Braccagni, ai piedi della collina di Montepescali, palcoscenico ideale per una manifestazione che funge da occasione di verifica e di incontro tra i gruppi portatori di questa antica tradizione e che in questi anni ha offerto la possibilità di ascoltare formazioni che si presentano con modi diversi di cantare, oltre a cantastorie e poeti in ottava rima. La manifestazione, oltre che dall’immancabile merenda (tutto a offerta), è corredata ogni anno da appositi spazi adibiti all’allestimento di esposizioni culturali e a dimostrazioni pratiche di attività artigianali inerenti lavorazioni cadute ormai in disuso. L’appuntamento, seguito da una numerosa schiera di appassionati, costituisce ormai una delle scadenze calendariali folcloriche più rilevanti della Provincia di Grosseto.

Il Gruppo Tradizioni Popolari “Galli Silvestro” È sorto come gruppo spontaneo nel 1979, legando la sua nascita proprio al canto del “Maggio”, tant’è che anche il nome che porta è riferito a Silvestro Galli, una figura che seppe trasmettere alle nuove generazioni (prima di scomparire) i valori e i significati di questo antico rito. E’ un gruppo profondamente impegnato nel campo delle tradizioni popolari, in particolare le manifestazioni orali della nostra cultura popolare, con all’attivo eventi, mostre, pubblicazioni, ricerche antropologiche; ha anche un proprio periodico denominato “La Sentinella del Braccagni“.

Maggio 2008
(Francesco Cellini)

Tornato il tempo bello
ritorna la speranza
che il maggio ve ne porti in abbondanza.

La rondine ora danza
col batter delle ali
vi porti solo bene e niente mali.

Che in cuore mai vi cali
ma cresca in profusione
l’amor per questa nostra tradizione.

A questa abitazione
ve ne portiamo tanti
l’auguri fatti con i nostri canti.

La squadra e tutti quanti
poeta ed alberaio
insieme a musicisti e corbellaio.

Felice e molto gaio
bello e anche colorato
sia questo maggio che è ritornato.

E dunque abbiam cantato
con voce e gioia vera
a questa nostra bella primavera.

Con questa atmosfera
si vuole salutare
e l’augurio di un buon maggio rinnovare.





E’ uscita “La Sentinella del Braccagni” 2008

4 02 2008

“La Sentinella del Braccagni” è una pubblicazione annuale a cura del Giuppo Tradizioni Popolari “Galli Silvestro” - Gennaio 2008 - Anno XVI numero unico.
Collaboratori esterni: Corrado Barontini, Ivo Bernardini, Giancarlo Grassi, Francesco Benelli, Antonio Guscioni, Riccardo Senis


IN QUESTO NUMERO:
Alla ricerca del Maggio - di Nunzia Manicardi
Il Cantamaggio di Montereggio - di Enrica Barbieri e Marco Pascucci
L’angolo del libro - di Corrado Barontini
Ma che paese è questo? 15 anni dopo - di Patrick Marini
Gli orti e il Pinsuti - di Roberto Tonini
La visita pastorale - di Bruno Terzo
Eventi dell’estate maremmana - di Serena Cola
La pagina sportiva - di Andrea Vellutini

REDAZIONALE. Cari amici lettori, dopo un fine anno con poche luci e poco calore, eccoci nuovamente insieme con un numero ricco di pagine e che denota, vista l’abbondanza e la qualità degli interventi, un ritrovato interesse verso questa pubblicazione che si appresta a compiere il XVII anno di attività e che continua a farci compagnia. Il fatto principale del 2007 è stato senz’altro la ricomposizione del consiglio del Gruppo Tradizioni Popolari Galli Silvestro. Il 23 febbraio 2007 si è svolta in Circoscrizione l’Assemblea Generale che prevedeva il rinnovo delle cariche sociali. Non dobbiamo scordarci infatti che per due anni il GTPGS era rimasto senza una guida “ufficiale”. Questo anno per il rinnovo delle cariche è stato adottato un nuovo sistema, nel senso che si è parlato poco di programmi e si è puntato più sulle selezione dei candidati attraverso delle vere e proprie elezioni. Da un punto di vista partecipativo la cosa può dirsi riuscita: in Sala c’erano un discreto numero di persone, di cui ben quindici si sono candidate per entrare a far parte del nuovo Consiglio. Di queste sono state elette: Edo Galli (il più votato), Tina Benocci, Patrick Marini, Francesca Nocciolini, Roberto Bellini, Roberto Fidanzi, Franco Capecchi, Maurilio Boni, Vladimiro Capecchi. Alla prima riunione del nuovo Consiglio sono state distribuite le cariche: Presidente Edo Galli, Vicepresidente Patrick Marini, Cassiera Francesca Nocciolini, Segretario Roberto Fidanzi, che però alla fine di ottobre si è dimesso. Per quanto riguarda i programmi, le idee sono molte, ed è stato ribadito la priorità del “maggio” e in effetti l’edizione 2007 ha fatto registrare un nuovo impulso, Inoltre proprio in questo periodo si stanno svolgendo delle proiezioni cinematografiche presso l’Oratorio cura te dal nostro Gruppo. Ma non è tutto oro quello che luccica. Una nota stonata viene senz’altro dalla mancata organizzazione della Befanata (per il terzo anno consecutivo!). E’ vero che non c’è più la disponibilità della Piazza della Chiesa per i falò, e su questo occorre fare alcune riflessioni. La prima è che quando il piazzale della Chiesa è aumentato di grado diventando Piazza, abbiamo salutato gioiosamente questa trasformazione, in quanto finalmente Braccagni aveva il suo spazio aperto deputato a luogo di aggregazione per celebrare i vari avvenimenti. Il risultato è che intanto ha fatto sloggiare la Befanata, con quel falò che per tanti anni ha illuminato e scaldato il viso dei bambini, rendendo più magica e suggestiva la notte del 5 gennaio. Inoltre di celebrazioni in Piazza ne abbiamo viste davvero poche. Sarà perché a Braccagni abbiamo poco da celebrare? Ma è anche vero che il Gruppo non deve cercare alibi. Nel corso della sua storia il GTPGS ha saputo far di necessità virtù: ha avuto per primo intuizioni felici, ha saputo trovare gli spazi (cosa non facile, soprattutto nel nostro paese). La realtà è che il Gruppo deve interrogarsi se effettivamente ha la volontà di portare avanti questa tradizione. Altrimenti meglio lasciare il posto ad altri, come è successo questo anno, dove la ricorrenza della Befana è stata festeggiata dal Centro “Gli Anta”. Anche questo non è un caso: dopo che gli anni ‘90 sono stati contraddistinti dall’attività della Sentinella, in seguito dall’Unione Sportiva, ora è il momento di quello che una volta si chiamava Centro Anziani, che sta sfornando iniziative a spron battuto, e non solo di carattere culinario. Per quanto riguarda l’attività legata alle tradizioni ci sono molte cose che bollono in pentola, ma il Gruppo che ha avuto senz’altro dei meriti nella valorizzazione del “maggio” e nel favorire la diffusione dell’ottava rima tra le nuove generazioni, non deve assolutamente smarrire questa via. E siamo convinti che non la smarrirà, visto che si stanno già scaldando i motori per la prossima edizione della Festa del 1 Maggio, che si annuncia con qualche sorpresa. Buon 2008!

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Se volete mettervi in contatto con la redazione potete scrivere a: La Sentinella del Braccagni, Via Andreoli, 2 - 08160 Braccagni (GR) Tel. 0564.863706 - 329.8965600 - www.maggerini.it, oppure rivolgerà all’edicola del paese,





La Maremma per Immagini

20 01 2008

Oratorio di Braccagni (GR)
dal 23 gennaio 2008 - ore 21.00
ritorna, ogni mercoledì sera, la Rassegna cinematografica dideata dal Gruppo Tradizioni Popolari “Galli Silvestro” in collaborazione con la Mediateca Digitale della Maremma

mercoledì 23 gennaio 2008, ore 21
Il lavoro in Maremma:

Il Taglio del bosco
film Tv (55′) di Vittorio Cottafavi del 1963 in bianco e nero tratto dal libro omonimo di Carlo Cassola. Ambientato nei boschi vicino a Tirli.
fotografia: Eugenio Thellung
cast: Gian Maria Volontè
produzione: RAI

Per non dimenticare
Docu-fiction (20′) realizzata da Sandro Lai ambientato a Arcidosso
riprese: Francesco Arienti, Aruanno Fernabdo Fedi, Lionello Monalli
fotografia: Franco Proto
montaggio: Patrizia Fornasiero
produzione: Comunità Montana di Arcidosso

Scarica locandina/scheda dei film





Giulio Guicciardini Corsi Salviati

8 10 2007

9 novembre 2007
presentazione del libro nella sala della Provincia di Grosseto

FOTOGRAFIE DI FAMIGLIA ALLA TENUTA DEGLI ACQUISTI 1898-1958
Presentazione di Giovanni Contini

48 pagine, fotografie bianco e nero, dim 24 x 22 cm.
Grafiche Martinelli, Firenze, giugno 2007

a cura di: Carlo Bonazza
progetto grafico: Francesco Teodoro
collaborazioni: Valerio Fusi, Paolo Nardini, Piergiorgio Zotti
ringraziamenti a: Edo Galli, Sandro Coppa e al Gruppo Tradizioni Popolari Galli Silvestro di Braccagni
selezione e riproduzione delle fotografie: Carlo Bonazza

Una raccolta di immagini che provengono dall’archivio fotografico Guicciardini Corsi Salviati, scattate nella stragrande maggioranza dal conte Giulio. Riguardano la Maremma antica, quella che proprio i proprietari della generazione di Giulio avrebbero contribuito a bonificare.

Un proprietario illuminato:
la bonifica dell’azienda maremmana

L’attività principale di Giulio nel corso di tutta la sua vita fu quella di migliorare le sue aziende agricole, e in particolare la grande proprietà maremmana, cinquemila ettari suddivise in tre parti: gli Acquisti, le Versegge in agro di Montepescali e Banditaccia10 in agro di Montorsaio.

Suo nonno Bardo aveva iniziato a bonificare la grandissima tenuta solo nel 1900, sette anni prima di morire, Così quando Giulio la ereditò essa era ancora quasi del tutto in balia delle forze naturali, in particolare delle terribili alluvioni della Bruna, fiume di carattere alluvionale capace di esondare allagando migliaia di ettari di terra. Le politiche di bonifica perseguite dal Granducato di Toscana e poi dallo Stato italiano erano state velleitarie e inconcludenti, le linee di intervento cambiavano continuamente, spesso momenti di crisi politica facevano cessare ogni attività di miglioria. Il risultato era che il poco che veniva fatto era poi distrutto dagli eventi naturali.

Nei cinquantuno anni che vanno dal 1907 all’anno della morte di Giulio la tenuta venne radicalmente trasformata. Grazie anche alla bonifica integrale, che per la prima volta riuscì a varare un intervento complessivo e quindi più efficace, un vasto territorio venne trasformato da pascolo per bestiame brado in terreno agricolo coltivato in modo intensivo da famiglie di mezzadri. Vennero tracciati chilometri di strade poderali, vennero scavati canali e fossi di bonifica, costruite case coloniche per abitazioni e ripari per il bestiame. [...]

Giovanni Contini





L’energia rinnovabile non può sostenere la società del consumo

9 09 2007

Renewable energy cannot sustain a consumer society
di Ted Trainer - Facoltà di Arte dell’’Università del New South Wales, Australia


Springer 2007, pagine 197

2000 - In molti miei scritti, ho sostenuto con forza che le sorti del nostro pianeta dipendono in qualche modo dal successo del movimento degli ecovillaggi. Questo perché la società industriale del benessere e del consumismo è grossolanamente insostenibile ed ingiusta, poiché prevede un utilizzo delle risorse pro capite assolutamente impossibile da raggiungere per la totalità della popolazione mondiale.I paesi ricchi possiedono queste risorse solo perché si sono appropriate di una quota delle risorse globali molto superiore a quella che spetta loro, e condannano milioni di persone a condizioni di gravi privazioni materiali. Eppure, la meta suprema di questa società è la crescita economica! Siamo tutti impegnati ad aumentare la produzione ed il consumo, il livello di vita e il prodotto interno lordo senza limite alcuno.

Il titolo di questo libro dice già molto. Con cosa sostituiremo l’energia delle fonti fonti fossili in via di esaurimento?
Dopo un’attenta analisi tecnica e comprensiva delle fonti alternative di energia Trainer conclude:

… potremmo facilmente avere un consumo energetico pro capite minimo e un impronta ecologica basata su risorse locali soltanto se avremo intrapreso vasti e radicali cambiamenti economici, geopolitici e culturali.





La scommessa della decrescita

29 08 2007

di Serge Latouche - fonte: MegaChip
La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007, 215 pagine

Cosa è la decrescita

L’ecologia è sovversiva poiché mette in discussione l’immaginario capitalista dominante. Ne contesta l’assunto fondamentale secondo cui il nostro orizzonte è il continuo aumento della produzione e dei consumi. L’ecologia mette in luce l’impatto catastrofico della logica capitalistica sull’ambiente naturale e sulla vita degli esseri umani” (Cornelius Castoriadis)

Sembra ormai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione delle specie. Quotidianamente, infatti, si registra la scomparsa di un numero di specie (tra vegetali e animali) che va da cinquanta a duecento, un dato drammatico superiore da mille a trentamila volte quello dell’ecatombe delle ere geologiche passate.

Come scrive Jean-Paul Besset: “Dopo l’era dei ghiacci polari, non c’è mai stato un ritmo di estinzione paragonabile a quello attuale“. Durante la quinta estinzione, avvenuta nell’era del Cretaceo 65 milioni di anni fa, si è prodotta la fine dei dinosauri e di altri animali di grosse dimensioni, probabilmente a causa dell’impatto della Terra con un asteroide, ma questi mutamenti sono avvenuti in un arco di tempo ben più lungo rispetto a quello delle catastrofi attuali. Oggi, inoltre, a differenza delle epoche precedenti, l’uomo è direttamente responsabile della “deplezione” in corso della materia vivente e potrebbe addirittura esserne vittima. Secondo il rapporto di Belpomme sui tumori e le analisi del rinomato tossicologo Narbonne, la fine dell’umanità dovrebbe avvenire ancor prima del previsto, ovvero verso il 2060, a causa della sterilità diffusa dello sperma maschile prodotta dall’effetto di pesticidi e altri Pop o Cmr (i tossicologi definiscono Pop gli inquinanti organici persistenti di cui i Cmr - cancerogeni, mutageni, reprotossici - rappresentano la specie più “innocua”).

Dopo decenni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali - siccità, inondazioni, cicloni - è già in atto. Ai cambiamenti climatici si aggiungono le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) e probabili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi di tipo biogenetico.

Ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo. Restano da calcolare solo la velocità con cui stiamo precipitando nel baratro e il momento dello schianto. Secondo Peter Barrett, direttore del Centro di ricerca sull’Antartico all’università neozelandese di Victoria, “proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non fra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo”. Quando i nostri figli avranno sessant’anni, se il mondo esisterà ancora, sarà molto diverso.

È noto inoltre che la causa di tutto ciò sono i nostri stili di vita fondati su una crescita economica illimitata. Parlare di “decrescita” significa dunque lanciare una sfida, azzardare una provocazione: all’interno del nostro immaginario dominato dalla religione della crescita e dell’economia, asserire la necessità della decrescita risulta letteralmente blasfemo e chi sostiene simili posizioni è quantomeno considerato iconoclasta, ma la realtà è che viviamo semplicemente in una condizione del tutto schizofrenica. Il presidente francese Chirac, per esempio, ha dichiarato alla Conferenza dell’Onu sull’ambiente di Johannesburg (2002): “La casa brucia e noi intanto guardiamo da un’altra parte”. Inoltre, ha affermato che i nostri stili di vita sono insostenibili, dal momento che gli europei consumano l’equivalente di tre pianeti. Parole sante. Purtroppo, mentre pronunciava questi discorsi, i suoi uomini, dietro suo mandato, lavoravano all’Unione europea affinchè il Gaucho e il Paraquat, terribili pesticidi che uccidono le api, provocano il cancro negli uomini e li rendono sterili, non fossero iscritti nell’elenco dei prodotti proibiti. Inoltre, Chirac, Blair e Schroeder si sono adoperati per ridurre drasticamente l’impatto della direttiva Reach (Registration Evalutation and Authorisation of Chemicals).

È inutile stilare la lista delle catastrofi ecologiche già in atto o preannunciate, lo scenario è fin troppo noto, il problema è che non riusciamo ad afferrarne la portata: la catastrofe è inimmaginabile fino a quando non si è realmente prodotta. Siamo anche perfettamente consapevoli di ciò che sarebbe necessario fare, ovvero cambiare orientamento, ma in pratica non facciamo nulla. “Guardiamo altrove”, e intanto la casa continua a bruciare. A nostra discolpa è possibile affermare che i grandi uomini della politica e dell’economia lavorano per lasciarci in questo immobilismo - per esempio il World Business Council for Sustainable Development (Wbcsd), il gruppo di industriali desiderosi di preservare i loro profitti e il pianeta, ha al proprio interno i principali inquinatori del pianeta ed è stato definito da un ex ministro francese dell’Ambiente “un club di criminali in giacca e cravatta”. Sono proprio loro a continuare a gettare benzina (proveniente dagli ultimi barili di petrolio) sul fuoco e intanto continuano a dire a gran voce che questo è l’unico modo per spegnerlo. Si continua a mantenere i medesimi orientamenti, addirittura perseguendoli con maggior forza, al punto che è lecito riformulare la domanda posta già nel 1987 dal sociologo Jacques Godbout all’interno di un libro premonitore e poco noto: “La crescita è davvero l’unica via d’uscita alla crisi della crescita?”.

Secondo l’amministratore delegato del nostro villaggio globale, George W. Bush, la risposta è ovviamente affermativa. Il 14 febbraio 2002, a Silver Spring, davanti all’Amministrazione americana della meteorologia, ha infatti dichiarato che “la crescita è la chiave del progresso dell’ambiente, poichè fornisce le risorse che permettono di investire nelle tecnologie pulite; rappresenta dunque la soluzione e non il problema”. Non è da meno Chirac quando, in occasione del discorso di auguri alla nazione per il 2006, ha scandito in modo quasi incantatorio: “Crescita! Crescita! Crescita!”. Simili orientamenti si conformano alla più stretta ortodossia economica. Secondo l’economista Wilfred Beckerman, “è evidente che, per quanto la crescita economica sia, abitualmente e in un primo tempo, causa di degrado ambientale, in fin dei conti, per la maggior parte dei paesi, il modo migliore - e probabilmente l’unico - per avere condizioni ambientali decenti è arricchirsi”.

Questa posizione “filocrescita” è ampiamente condivisa. Sulla stampa, l’annuncio della ripresa americana o cinese è sempre dato con toni trionfalistici. I piani di rilancio (franco-tedeschi, italiani o europei) si fondano sempre tutti su grandi opere (infrastrutture e trasporti), che non possono che deteriorare ulteriormente le condizioni, in particolare quelle climatiche. A fronte di questa situazione, il silenzio della sinistra, di socialisti, comunisti, verdi, dell’estrema sinistra e addirittura dei movimenti “altermondialisti”, lascia interdetti. A sinistra la crescita è, infatti, considerata come fonte di soluzione della questione sociale, poichè crea posti di lavoro e ne favorirebbe una ripartizione più equa.

Jean Gadrey sintetizza bene questa posizione: “Se è vero che la crescita non può risolvere tutti i problemi, è giustamente considerata da molti come chiave in grado di creare margini di manovra e di migliorare alcune dimensioni della vita quotidiana, dell’impiego ecc… Tuttavia, così facendo, si elude la questione del suo contenuto qualitativo (chi si è migliorato?), o della sua ripartizione (la ‘condivisione del valore aggiuntò), e soprattutto si eludono alcune questioni relative alla sua reale entità che, se dovessero essere rese note, rischierebbero di indebolire la ‘religionè dei tassi di crescita”.

Solo qualche rara voce (Jean-Marie Haribey, Alain Lipietz e i responsabili di Attac) esce dal coro e sostiene una “decelerazione della crescita”. Anche se si tratta di una posizione che, pur partendo da buone intenzioni, si rivela in fin dei conti inefficace, poichè ci priva nel contempo dei benefici della crescita e dei vantaggi della decrescita. Michel Serres paragona l’ecologia riformista “a una nave che si dirige alla velocità di 25 nodi verso una parete rocciosa e sulla quale si scaglierà inevitabilmente, mentre sul ponte di comando il capitano ordina di diminuire la velocità di un decimo, ma non di invertire la rotta”. Decelerare significa esattamente questo.

Nel 2004, il giornalista del settimanale francese “Politis” specializzato nelle questioni riguardanti l’ecologia è stato costretto alle dimissioni dopo aver messo in luce in un suo articolo la debolezza dell’opposizione su questi temi. Il dibattito che ne è scaturito ha rivelato tutto il disagio della sinistra. Il nodo della questione, scrive un lettore della rivista, sta certamente “nella capacità di sfidare una sorta di pensiero unico, condiviso da quasi tutta la classe politica francese, secondo cui la nostra felicità deve passare per un aumento della crescita, della produttività, del potere d’acquisto e dunque per un aumento dei consumi”. Come ha osservato Hervè Kempf a proposito di questo caso: “La sinistra è davvero disposta a proclamare la necessità di ridurre il consumo materiale, cardine dell’ecologismo?”.

A rigor del vero è necessario ammettere che, da non molto, in Francia, il tema della decrescita è oggetto di dibattito all’interno dei verdi, della Confèderation paysanne, del movimento altermondialista, ma anche in alcuni settori dell’opinione pubblica, soprattutto grazie al giornale ” La Decroissance ” promosso dall’associazione Casseurs de pub. Tuttavia, molti hanno preso posizioni aprioristicamente a favore o contro, senza preoccuparsi di informarsi ulteriormente e deformando, se necessario, le rare analisi proposte. Poichè sono stato spesso chiamato in causa come “teorico della decrescita” (anche da “Le Monde diplomatique”), mi pare opportuno dissipare alcuni malintesi e chiarire in modo preciso i termini della questione. La mia posizione è esattamente questa: dal momento che un cambiamento radicale è una necessità assoluta, la scelta di una società della decrescita rappresenta una sfida che vale la pena di cogliere per evitare una brutale e drammatica catastrofe. Questo è il tema del libro.

Il termine “decrescita” in realtà è stato introdotto solo di recente all’interno del dibattito economico, politico e sociale, nonostante le idee sulle quali si fonda abbiano una storia molto lunga. Senza dover risalire alle utopie del primo socialismo, nè alla tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo, il progetto di una società paragonabile a quella che intendo per società della decrescita era già stato formulato alla fine degli anni Sessanta da teorici come Ivan Illich, Andrè Gorz, Francois Partant e Cornelius Castoriadis. Il fallimento dello sviluppo nel Sud del pianeta e la perdita di punti di riferimento nel Nord hanno portato molti analisti a mettere in discussione la società dei consumi, il sistema di rappresentazione che la sottende, il progresso, la scienza, la tecnica. A questo si è aggiunta la presa di coscienza della crisi dell’ambiente.

L’idea di decrescita nasce dunque sia dalla consapevolezza della crisi ecologica sia dalla critica della tecnica e dello sviluppo. Fino a qualche anno fa, tuttavia, il termine “decrescita” non figurava in alcun dizionario che trattasse di economia e società, mentre si potevano trovare alcuni concetti simili, come “crescita zero”, “sviluppo sostenibile” e naturalmente “stato stazionario”. Nondimeno, l’espressione “decrescita” ha già una storia relativamente complessa ed è ricca di significati sul piano politico ed economico. È tuttavia necessario chiarirne il significato. Alcuni analisti malevoli sostengono che si tratta di un concetto vecchio per poter così liquidare più facilmente le proposte sovversive avanzate dagli attuali “obiettori della crescita”. Francois Vatin, per esempio, sostiene che già Adam Smith aveva proposto una teoria della decrescita nei capitoli 7 e 9 de La ricchezza della nazioni in cui evoca un ciclo di vita delle società “che le fa passare dalla crescita accelerata (il caso delle colonie dell’America del Nord) alla decrescita (il caso del Bengala) attraverso uno stato stazionario (il caso della Cina)”. In realtà, Vatin confonde il concetto di regressione con quello di decrescita. Nella mia accezione, decrescita non identifica nè lo stato stazionario dei classici dell’economia, nè una forma di regressione, di recessione o di “crescita negativa”, e neppure la crescita zero - benchè alcuni aspetti della decrescita si ritrovino in quest’ultimo concetto.

In linea con i pubblicitari, i media chiamano ormai “concept” qualsiasi progetto alla base del lancio di un nuovo prodotto, anche di tipo culturale, e non stupisce dunque il fatto che mi sia stato chiesto quali siano i contenuti del “nuovo concept” decrescita. A costo di far dispiacere qualcuno, dichiaro subito che decrescita non è un concetto, almeno non nel senso tradizionale del termine, è improprio parlare di “teoria della decrescita”, come gli economisti hanno fatto per le teorie della crescita, e soprattutto che decrescita non identifica un modello pronto per l’uso. Decrescita non è il termine simmetrico di crescita, ma è uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un “termine esplosivo”, dice Paul Aries, che cerca di interrompere la cantilena dei drogati del produttivismo.

Decrescita è una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente. A rigor del vero, più che di “de-crescita”, bisognerebbe parlare di “a-crescita”, utilizzando la stessa radice di “a-teismo”, poichè si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo.

Decrescita è semplicemente uno slogan che raccoglie gruppi e individui che hanno formulato una critica radicale dello sviluppo e interessati a individuare gli elementi di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Decrescita è dunque una proposta per restituire spazio alla creatività e alla fecondità di un sistema di rappresentazioni dominato dal totalitarismo dell’economicismo, dello sviluppo e del progresso.

I limiti della crescita sono definiti, nel contempo, sia dalla quantità disponibile di risorse naturali non rinnovabili sia dalla velocità di rigenerazione della biosfera per le risorse rinnovabili. Storicamente, nella maggior parte delle società, queste risorse erano considerate essenzialmente beni comuni (commons) che, nella maggioranza dei casi, non appartenevano a nessun singolo individuo. Ciascuno poteva goderne nei limiti delle regole d’uso della comunità. La stessa cosa avveniva per le risorse rinnovabili: l’aria, l’acqua, la fauna e la flora selvatiche, i pesci degli oceani e dei fiumi, e, con alcune restrizioni, i pascoli, gli alberi secchi o il legno marcio e i pezzi di legna. L’uso delle risorse non rinnovabili, i minerali del sottosuolo (tra cui l’olio di terra, il petrolio), era governato da regimi di regolamentazione posti sotto il controllo del principe o dello stato affinchè vi si attingesse con criteri consoni alla loro esauribilità. Più generalmente, l’assenza di sistematica mercificazione dei beni naturali e la consuetudine limitavano l’uso di queste risorse a livelli accettabili. La rapacità dell’economia moderna e la scomparsa dei vincoli comunitari, quelli che Orwell chiama “decenza comune”, hanno trasformato l’uso di queste risorse in saccheggio sistematico.

Da questo punto di vista, il caso delle balene rivela chiaramente la difficoltà rappresentata dalla protezione dell’ambiente. L’invenzione di Steven Foyn nel 1870 del cannone-arpione esplosivo ha favorito l’industrializzazione della caccia alla balena. Negli anni Venti è schizzato in alto il numero di baleniere e nel 1938 è stata raggiunta la cifra record di 54.835 balene catturate. Lo “stock” di balene, come è noto a tutti, è ormai in via di esaurimento. L’industria della pesca si è dunque spostata su nuove specie di dimensioni più piccole - la balena blu, la balenottera, il capodoglio. L’introduzione di nuove materie grasse è avvenuta tuttavia troppo tardi e, secondo la Commissione baleniera internazionale, nell’Antartico, prima dei recenti provvedimenti di divieto della pesca, restavano meno di 1000 balene blu, 2000 balenottere e 3000 capodogli. Diverse specie di balene sono totalmente scomparse, mentre all’inizio del XX secolo esistevano centinaia di migliaia di rappresentanti per ciascuna razza.

In definitiva, si prescinde dall’ambiente, lo si pone al di fuori della sfera degli scambi mercantili e nessun dispositivo si oppone alla sua distruzione. Ma in realtà, la concorrenza e il mercato, che ci forniscono il cibo alle migliori condizioni, hanno effetti disastrosi sulla biosfera.

Nulla interviene a limitare il saccheggio delle risorse naturali, la cui gratuità permette di abbassare i costi. L’ordine naturale non è, infatti, in grado di opporsi a queste dinamiche, per esempio non è riuscito a salvare le Isole Mauritius o le balene blu della Terra del Fuoco e solo l’incredibile fecondità naturale dei merluzzi potrà forse risparmiare loro la sorte a cui vanno incontro le balene. Anche se non possiamo esserne certi, poichè l’inquinamento degli oceani rappresenta un grave pericolo per questa leggendaria fecondità. Il saccheggio dei fondali marini e delle risorse alieutiche sembra irreversibile.

La dilapidazione di minerali prosegue in modo irresponsabile. I cercatori d’oro individuali, come i garimpeiros d’Amazzonia, o le grandi società australiane in Nuova Guinea non arretrano di fronte a nulla per procurarsi l’oggetto della loro cupidigia. Peraltro, nel nostro sistema, ogni capitalista, come ogni homo oeconomicus, è una sorta di cercatore d’oro.

Gli indiani della British Columbia, costa occidentale del Canada (i kwakiutl, haida, tsimshian, tlingt ecc.), hanno invece dato un buon esempio di rapporti armoniosi tra uomo e biosfera. Secondo una leggenda, i salmoni erano esseri umani come loro che vivevano in tribù in fondo al mare, dove avevano le tende, e d’inverno decidevano di sacrificarsi per i loro fratelli che abitavano sulla terraferma, allora diventavano salmoni e si dirigevano verso le foci dei fiumi. Nella stagione in cui risalivano il fiume, gli indiani accoglievano il primo salmone come un ospite importante e lo mangiavano durante una cerimonia. Il suo sacrificio era tuttavia considerato un prestito provvisorio e ne riportavano in mare lo scheletro e i resti permettendo così la rinascita dell’ospite precedentemente mangiato. In questo modo si perpetuava l’armoniosa convivenza tra salmoni e uomini. Con l’arrivo dell’uomo bianco e l’insediamento a ogni estuario di industrie conserviere si è realizzata una corsa al profitto che ha portato una drastica diminuzione di salmoni. Secondo gli indiani, i salmoni sono scomparsi perchè i bianchi non hanno rispettato il rituale… E non si può dare loro torto. La relazione di queste tribù con la natura, come quella della maggior parte delle società tradizionali, si fonda sull’armonioso inserimento dell’uomo nel cosmo. In Siberia, si muore nella foresta per restituire agli animali ciò che si è preso da loro.

Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra), come Gaia si è data a loro. Eliminando la capacità di rigenerazione della natura, riducendo le risorse naturali a una materia prima da sfruttare invece di attingerne, la modernità ha eliminato questo rapporto di reciprocità.

La condizione della nostra sopravvivenza sta certamente nella ricostruzione di un rapporto armonioso con la natura, sulle orme di una concezione prearistotelica della relazione uomo-natura. MacMillan, economista americano del XXI secolo impegnato nella salvaguardia dei condor, sosteneva: “Dobbiamo salvare i condor, non tanto perchè abbiamo bisogno dei condor, ma soprattutto perchè, per poterli salvare dobbiamo sviluppare quelle qualità umane di cui avremo bisogno per salvare noi stessi”. All’interno della protezione dell’ambiente, Jean-Marie Pelt introduce i concetti di gratuità e di bellezza. Il problema reale è che si continua a parlare di ecologia, sono state adottate importanti misure di protezione, ma continuiamo a non invertire radicalmente la rotta. Nonostante l’ottimismo del filosofo francese Michel Serres, gli alberi dotati della capacità di giudizio non devono nascondere la foresta minacciata. La giurisprudenza americana più recente va nel senso di un rafforzamento dell’appropriazione giuridica dei processi naturali da parte dell’uomo sempre più spinta. A questo si aggiunge che, per abitudine o incoscienza, le istituzioni tendono a incoraggiare ogni forma di inquinamento (pesticidi, concimi chimici) con esenzioni fiscali e continuano a finanziare progetti che distruggono la biosfera dei paesi del Sud con il pretesto della lotta contro la povertà.

Si è addirittura arrivati a pensare che l’unico rimedio alla tragedia della scomparsa di numerosi beni comuni fosse la loro completa eliminazione. Secondo i convinti sostenitori della deregulation, solo l’interesse privato e la rapacità degli individui potrebbero limitare la sua dismisura! Bisognerebbe privatizzare l’acqua e l’aria (ma anche i pesci degli oceani e i batteri delle foreste tropicali) per salvarle dai predatori. » quanto fanno le società transnazionali, con il sostegno degli stati nazionali e delle istituzioni internazionali, contro le quali le popolazioni insorgono in tutto il pianeta. La gestione dei limiti della crescita è diventata una questione intellettuale e politica. La ricerca teorica sulla decrescita si colloca all’interno di un movimento più ampio di riflessione sulla bioeconomia, sul doposviluppo e sull’a-crescita..