L’energia rinnovabile non può sostenere la società del consumo

9 09 2007

Renewable energy cannot sustain a consumer society
di Ted Trainer - Facoltà di Arte dell’’Università del New South Wales, Australia


Springer 2007, pagine 197

2000 - In molti miei scritti, ho sostenuto con forza che le sorti del nostro pianeta dipendono in qualche modo dal successo del movimento degli ecovillaggi. Questo perché la società industriale del benessere e del consumismo è grossolanamente insostenibile ed ingiusta, poiché prevede un utilizzo delle risorse pro capite assolutamente impossibile da raggiungere per la totalità della popolazione mondiale.I paesi ricchi possiedono queste risorse solo perché si sono appropriate di una quota delle risorse globali molto superiore a quella che spetta loro, e condannano milioni di persone a condizioni di gravi privazioni materiali. Eppure, la meta suprema di questa società è la crescita economica! Siamo tutti impegnati ad aumentare la produzione ed il consumo, il livello di vita e il prodotto interno lordo senza limite alcuno.

Il titolo di questo libro dice già molto. Con cosa sostituiremo l’energia delle fonti fonti fossili in via di esaurimento?
Dopo un’attenta analisi tecnica e comprensiva delle fonti alternative di energia Trainer conclude:

… potremmo facilmente avere un consumo energetico pro capite minimo e un impronta ecologica basata su risorse locali soltanto se avremo intrapreso vasti e radicali cambiamenti economici, geopolitici e culturali.





La scommessa della decrescita

29 08 2007

di Serge Latouche - fonte: MegaChip
La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007, 215 pagine

Cosa è la decrescita

L’ecologia è sovversiva poiché mette in discussione l’immaginario capitalista dominante. Ne contesta l’assunto fondamentale secondo cui il nostro orizzonte è il continuo aumento della produzione e dei consumi. L’ecologia mette in luce l’impatto catastrofico della logica capitalistica sull’ambiente naturale e sulla vita degli esseri umani” (Cornelius Castoriadis)

Sembra ormai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione delle specie. Quotidianamente, infatti, si registra la scomparsa di un numero di specie (tra vegetali e animali) che va da cinquanta a duecento, un dato drammatico superiore da mille a trentamila volte quello dell’ecatombe delle ere geologiche passate.

Come scrive Jean-Paul Besset: “Dopo l’era dei ghiacci polari, non c’è mai stato un ritmo di estinzione paragonabile a quello attuale“. Durante la quinta estinzione, avvenuta nell’era del Cretaceo 65 milioni di anni fa, si è prodotta la fine dei dinosauri e di altri animali di grosse dimensioni, probabilmente a causa dell’impatto della Terra con un asteroide, ma questi mutamenti sono avvenuti in un arco di tempo ben più lungo rispetto a quello delle catastrofi attuali. Oggi, inoltre, a differenza delle epoche precedenti, l’uomo è direttamente responsabile della “deplezione” in corso della materia vivente e potrebbe addirittura esserne vittima. Secondo il rapporto di Belpomme sui tumori e le analisi del rinomato tossicologo Narbonne, la fine dell’umanità dovrebbe avvenire ancor prima del previsto, ovvero verso il 2060, a causa della sterilità diffusa dello sperma maschile prodotta dall’effetto di pesticidi e altri Pop o Cmr (i tossicologi definiscono Pop gli inquinanti organici persistenti di cui i Cmr - cancerogeni, mutageni, reprotossici - rappresentano la specie più “innocua”).

Dopo decenni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali - siccità, inondazioni, cicloni - è già in atto. Ai cambiamenti climatici si aggiungono le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) e probabili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi di tipo biogenetico.

Ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo. Restano da calcolare solo la velocità con cui stiamo precipitando nel baratro e il momento dello schianto. Secondo Peter Barrett, direttore del Centro di ricerca sull’Antartico all’università neozelandese di Victoria, “proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non fra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo”. Quando i nostri figli avranno sessant’anni, se il mondo esisterà ancora, sarà molto diverso.

È noto inoltre che la causa di tutto ciò sono i nostri stili di vita fondati su una crescita economica illimitata. Parlare di “decrescita” significa dunque lanciare una sfida, azzardare una provocazione: all’interno del nostro immaginario dominato dalla religione della crescita e dell’economia, asserire la necessità della decrescita risulta letteralmente blasfemo e chi sostiene simili posizioni è quantomeno considerato iconoclasta, ma la realtà è che viviamo semplicemente in una condizione del tutto schizofrenica. Il presidente francese Chirac, per esempio, ha dichiarato alla Conferenza dell’Onu sull’ambiente di Johannesburg (2002): “La casa brucia e noi intanto guardiamo da un’altra parte”. Inoltre, ha affermato che i nostri stili di vita sono insostenibili, dal momento che gli europei consumano l’equivalente di tre pianeti. Parole sante. Purtroppo, mentre pronunciava questi discorsi, i suoi uomini, dietro suo mandato, lavoravano all’Unione europea affinchè il Gaucho e il Paraquat, terribili pesticidi che uccidono le api, provocano il cancro negli uomini e li rendono sterili, non fossero iscritti nell’elenco dei prodotti proibiti. Inoltre, Chirac, Blair e Schroeder si sono adoperati per ridurre drasticamente l’impatto della direttiva Reach (Registration Evalutation and Authorisation of Chemicals).

È inutile stilare la lista delle catastrofi ecologiche già in atto o preannunciate, lo scenario è fin troppo noto, il problema è che non riusciamo ad afferrarne la portata: la catastrofe è inimmaginabile fino a quando non si è realmente prodotta. Siamo anche perfettamente consapevoli di ciò che sarebbe necessario fare, ovvero cambiare orientamento, ma in pratica non facciamo nulla. “Guardiamo altrove”, e intanto la casa continua a bruciare. A nostra discolpa è possibile affermare che i grandi uomini della politica e dell’economia lavorano per lasciarci in questo immobilismo - per esempio il World Business Council for Sustainable Development (Wbcsd), il gruppo di industriali desiderosi di preservare i loro profitti e il pianeta, ha al proprio interno i principali inquinatori del pianeta ed è stato definito da un ex ministro francese dell’Ambiente “un club di criminali in giacca e cravatta”. Sono proprio loro a continuare a gettare benzina (proveniente dagli ultimi barili di petrolio) sul fuoco e intanto continuano a dire a gran voce che questo è l’unico modo per spegnerlo. Si continua a mantenere i medesimi orientamenti, addirittura perseguendoli con maggior forza, al punto che è lecito riformulare la domanda posta già nel 1987 dal sociologo Jacques Godbout all’interno di un libro premonitore e poco noto: “La crescita è davvero l’unica via d’uscita alla crisi della crescita?”.

Secondo l’amministratore delegato del nostro villaggio globale, George W. Bush, la risposta è ovviamente affermativa. Il 14 febbraio 2002, a Silver Spring, davanti all’Amministrazione americana della meteorologia, ha infatti dichiarato che “la crescita è la chiave del progresso dell’ambiente, poichè fornisce le risorse che permettono di investire nelle tecnologie pulite; rappresenta dunque la soluzione e non il problema”. Non è da meno Chirac quando, in occasione del discorso di auguri alla nazione per il 2006, ha scandito in modo quasi incantatorio: “Crescita! Crescita! Crescita!”. Simili orientamenti si conformano alla più stretta ortodossia economica. Secondo l’economista Wilfred Beckerman, “è evidente che, per quanto la crescita economica sia, abitualmente e in un primo tempo, causa di degrado ambientale, in fin dei conti, per la maggior parte dei paesi, il modo migliore - e probabilmente l’unico - per avere condizioni ambientali decenti è arricchirsi”.

Questa posizione “filocrescita” è ampiamente condivisa. Sulla stampa, l’annuncio della ripresa americana o cinese è sempre dato con toni trionfalistici. I piani di rilancio (franco-tedeschi, italiani o europei) si fondano sempre tutti su grandi opere (infrastrutture e trasporti), che non possono che deteriorare ulteriormente le condizioni, in particolare quelle climatiche. A fronte di questa situazione, il silenzio della sinistra, di socialisti, comunisti, verdi, dell’estrema sinistra e addirittura dei movimenti “altermondialisti”, lascia interdetti. A sinistra la crescita è, infatti, considerata come fonte di soluzione della questione sociale, poichè crea posti di lavoro e ne favorirebbe una ripartizione più equa.

Jean Gadrey sintetizza bene questa posizione: “Se è vero che la crescita non può risolvere tutti i problemi, è giustamente considerata da molti come chiave in grado di creare margini di manovra e di migliorare alcune dimensioni della vita quotidiana, dell’impiego ecc… Tuttavia, così facendo, si elude la questione del suo contenuto qualitativo (chi si è migliorato?), o della sua ripartizione (la ‘condivisione del valore aggiuntò), e soprattutto si eludono alcune questioni relative alla sua reale entità che, se dovessero essere rese note, rischierebbero di indebolire la ‘religionè dei tassi di crescita”.

Solo qualche rara voce (Jean-Marie Haribey, Alain Lipietz e i responsabili di Attac) esce dal coro e sostiene una “decelerazione della crescita”. Anche se si tratta di una posizione che, pur partendo da buone intenzioni, si rivela in fin dei conti inefficace, poichè ci priva nel contempo dei benefici della crescita e dei vantaggi della decrescita. Michel Serres paragona l’ecologia riformista “a una nave che si dirige alla velocità di 25 nodi verso una parete rocciosa e sulla quale si scaglierà inevitabilmente, mentre sul ponte di comando il capitano ordina di diminuire la velocità di un decimo, ma non di invertire la rotta”. Decelerare significa esattamente questo.

Nel 2004, il giornalista del settimanale francese “Politis” specializzato nelle questioni riguardanti l’ecologia è stato costretto alle dimissioni dopo aver messo in luce in un suo articolo la debolezza dell’opposizione su questi temi. Il dibattito che ne è scaturito ha rivelato tutto il disagio della sinistra. Il nodo della questione, scrive un lettore della rivista, sta certamente “nella capacità di sfidare una sorta di pensiero unico, condiviso da quasi tutta la classe politica francese, secondo cui la nostra felicità deve passare per un aumento della crescita, della produttività, del potere d’acquisto e dunque per un aumento dei consumi”. Come ha osservato Hervè Kempf a proposito di questo caso: “La sinistra è davvero disposta a proclamare la necessità di ridurre il consumo materiale, cardine dell’ecologismo?”.

A rigor del vero è necessario ammettere che, da non molto, in Francia, il tema della decrescita è oggetto di dibattito all’interno dei verdi, della Confèderation paysanne, del movimento altermondialista, ma anche in alcuni settori dell’opinione pubblica, soprattutto grazie al giornale ” La Decroissance ” promosso dall’associazione Casseurs de pub. Tuttavia, molti hanno preso posizioni aprioristicamente a favore o contro, senza preoccuparsi di informarsi ulteriormente e deformando, se necessario, le rare analisi proposte. Poichè sono stato spesso chiamato in causa come “teorico della decrescita” (anche da “Le Monde diplomatique”), mi pare opportuno dissipare alcuni malintesi e chiarire in modo preciso i termini della questione. La mia posizione è esattamente questa: dal momento che un cambiamento radicale è una necessità assoluta, la scelta di una società della decrescita rappresenta una sfida che vale la pena di cogliere per evitare una brutale e drammatica catastrofe. Questo è il tema del libro.

Il termine “decrescita” in realtà è stato introdotto solo di recente all’interno del dibattito economico, politico e sociale, nonostante le idee sulle quali si fonda abbiano una storia molto lunga. Senza dover risalire alle utopie del primo socialismo, nè alla tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo, il progetto di una società paragonabile a quella che intendo per società della decrescita era già stato formulato alla fine degli anni Sessanta da teorici come Ivan Illich, Andrè Gorz, Francois Partant e Cornelius Castoriadis. Il fallimento dello sviluppo nel Sud del pianeta e la perdita di punti di riferimento nel Nord hanno portato molti analisti a mettere in discussione la società dei consumi, il sistema di rappresentazione che la sottende, il progresso, la scienza, la tecnica. A questo si è aggiunta la presa di coscienza della crisi dell’ambiente.

L’idea di decrescita nasce dunque sia dalla consapevolezza della crisi ecologica sia dalla critica della tecnica e dello sviluppo. Fino a qualche anno fa, tuttavia, il termine “decrescita” non figurava in alcun dizionario che trattasse di economia e società, mentre si potevano trovare alcuni concetti simili, come “crescita zero”, “sviluppo sostenibile” e naturalmente “stato stazionario”. Nondimeno, l’espressione “decrescita” ha già una storia relativamente complessa ed è ricca di significati sul piano politico ed economico. È tuttavia necessario chiarirne il significato. Alcuni analisti malevoli sostengono che si tratta di un concetto vecchio per poter così liquidare più facilmente le proposte sovversive avanzate dagli attuali “obiettori della crescita”. Francois Vatin, per esempio, sostiene che già Adam Smith aveva proposto una teoria della decrescita nei capitoli 7 e 9 de La ricchezza della nazioni in cui evoca un ciclo di vita delle società “che le fa passare dalla crescita accelerata (il caso delle colonie dell’America del Nord) alla decrescita (il caso del Bengala) attraverso uno stato stazionario (il caso della Cina)”. In realtà, Vatin confonde il concetto di regressione con quello di decrescita. Nella mia accezione, decrescita non identifica nè lo stato stazionario dei classici dell’economia, nè una forma di regressione, di recessione o di “crescita negativa”, e neppure la crescita zero - benchè alcuni aspetti della decrescita si ritrovino in quest’ultimo concetto.

In linea con i pubblicitari, i media chiamano ormai “concept” qualsiasi progetto alla base del lancio di un nuovo prodotto, anche di tipo culturale, e non stupisce dunque il fatto che mi sia stato chiesto quali siano i contenuti del “nuovo concept” decrescita. A costo di far dispiacere qualcuno, dichiaro subito che decrescita non è un concetto, almeno non nel senso tradizionale del termine, è improprio parlare di “teoria della decrescita”, come gli economisti hanno fatto per le teorie della crescita, e soprattutto che decrescita non identifica un modello pronto per l’uso. Decrescita non è il termine simmetrico di crescita, ma è uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un “termine esplosivo”, dice Paul Aries, che cerca di interrompere la cantilena dei drogati del produttivismo.

Decrescita è una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente. A rigor del vero, più che di “de-crescita”, bisognerebbe parlare di “a-crescita”, utilizzando la stessa radice di “a-teismo”, poichè si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo.

Decrescita è semplicemente uno slogan che raccoglie gruppi e individui che hanno formulato una critica radicale dello sviluppo e interessati a individuare gli elementi di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Decrescita è dunque una proposta per restituire spazio alla creatività e alla fecondità di un sistema di rappresentazioni dominato dal totalitarismo dell’economicismo, dello sviluppo e del progresso.

I limiti della crescita sono definiti, nel contempo, sia dalla quantità disponibile di risorse naturali non rinnovabili sia dalla velocità di rigenerazione della biosfera per le risorse rinnovabili. Storicamente, nella maggior parte delle società, queste risorse erano considerate essenzialmente beni comuni (commons) che, nella maggioranza dei casi, non appartenevano a nessun singolo individuo. Ciascuno poteva goderne nei limiti delle regole d’uso della comunità. La stessa cosa avveniva per le risorse rinnovabili: l’aria, l’acqua, la fauna e la flora selvatiche, i pesci degli oceani e dei fiumi, e, con alcune restrizioni, i pascoli, gli alberi secchi o il legno marcio e i pezzi di legna. L’uso delle risorse non rinnovabili, i minerali del sottosuolo (tra cui l’olio di terra, il petrolio), era governato da regimi di regolamentazione posti sotto il controllo del principe o dello stato affinchè vi si attingesse con criteri consoni alla loro esauribilità. Più generalmente, l’assenza di sistematica mercificazione dei beni naturali e la consuetudine limitavano l’uso di queste risorse a livelli accettabili. La rapacità dell’economia moderna e la scomparsa dei vincoli comunitari, quelli che Orwell chiama “decenza comune”, hanno trasformato l’uso di queste risorse in saccheggio sistematico.

Da questo punto di vista, il caso delle balene rivela chiaramente la difficoltà rappresentata dalla protezione dell’ambiente. L’invenzione di Steven Foyn nel 1870 del cannone-arpione esplosivo ha favorito l’industrializzazione della caccia alla balena. Negli anni Venti è schizzato in alto il numero di baleniere e nel 1938 è stata raggiunta la cifra record di 54.835 balene catturate. Lo “stock” di balene, come è noto a tutti, è ormai in via di esaurimento. L’industria della pesca si è dunque spostata su nuove specie di dimensioni più piccole - la balena blu, la balenottera, il capodoglio. L’introduzione di nuove materie grasse è avvenuta tuttavia troppo tardi e, secondo la Commissione baleniera internazionale, nell’Antartico, prima dei recenti provvedimenti di divieto della pesca, restavano meno di 1000 balene blu, 2000 balenottere e 3000 capodogli. Diverse specie di balene sono totalmente scomparse, mentre all’inizio del XX secolo esistevano centinaia di migliaia di rappresentanti per ciascuna razza.

In definitiva, si prescinde dall’ambiente, lo si pone al di fuori della sfera degli scambi mercantili e nessun dispositivo si oppone alla sua distruzione. Ma in realtà, la concorrenza e il mercato, che ci forniscono il cibo alle migliori condizioni, hanno effetti disastrosi sulla biosfera.

Nulla interviene a limitare il saccheggio delle risorse naturali, la cui gratuità permette di abbassare i costi. L’ordine naturale non è, infatti, in grado di opporsi a queste dinamiche, per esempio non è riuscito a salvare le Isole Mauritius o le balene blu della Terra del Fuoco e solo l’incredibile fecondità naturale dei merluzzi potrà forse risparmiare loro la sorte a cui vanno incontro le balene. Anche se non possiamo esserne certi, poichè l’inquinamento degli oceani rappresenta un grave pericolo per questa leggendaria fecondità. Il saccheggio dei fondali marini e delle risorse alieutiche sembra irreversibile.

La dilapidazione di minerali prosegue in modo irresponsabile. I cercatori d’oro individuali, come i garimpeiros d’Amazzonia, o le grandi società australiane in Nuova Guinea non arretrano di fronte a nulla per procurarsi l’oggetto della loro cupidigia. Peraltro, nel nostro sistema, ogni capitalista, come ogni homo oeconomicus, è una sorta di cercatore d’oro.

Gli indiani della British Columbia, costa occidentale del Canada (i kwakiutl, haida, tsimshian, tlingt ecc.), hanno invece dato un buon esempio di rapporti armoniosi tra uomo e biosfera. Secondo una leggenda, i salmoni erano esseri umani come loro che vivevano in tribù in fondo al mare, dove avevano le tende, e d’inverno decidevano di sacrificarsi per i loro fratelli che abitavano sulla terraferma, allora diventavano salmoni e si dirigevano verso le foci dei fiumi. Nella stagione in cui risalivano il fiume, gli indiani accoglievano il primo salmone come un ospite importante e lo mangiavano durante una cerimonia. Il suo sacrificio era tuttavia considerato un prestito provvisorio e ne riportavano in mare lo scheletro e i resti permettendo così la rinascita dell’ospite precedentemente mangiato. In questo modo si perpetuava l’armoniosa convivenza tra salmoni e uomini. Con l’arrivo dell’uomo bianco e l’insediamento a ogni estuario di industrie conserviere si è realizzata una corsa al profitto che ha portato una drastica diminuzione di salmoni. Secondo gli indiani, i salmoni sono scomparsi perchè i bianchi non hanno rispettato il rituale… E non si può dare loro torto. La relazione di queste tribù con la natura, come quella della maggior parte delle società tradizionali, si fonda sull’armonioso inserimento dell’uomo nel cosmo. In Siberia, si muore nella foresta per restituire agli animali ciò che si è preso da loro.

Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra), come Gaia si è data a loro. Eliminando la capacità di rigenerazione della natura, riducendo le risorse naturali a una materia prima da sfruttare invece di attingerne, la modernità ha eliminato questo rapporto di reciprocità.

La condizione della nostra sopravvivenza sta certamente nella ricostruzione di un rapporto armonioso con la natura, sulle orme di una concezione prearistotelica della relazione uomo-natura. MacMillan, economista americano del XXI secolo impegnato nella salvaguardia dei condor, sosteneva: “Dobbiamo salvare i condor, non tanto perchè abbiamo bisogno dei condor, ma soprattutto perchè, per poterli salvare dobbiamo sviluppare quelle qualità umane di cui avremo bisogno per salvare noi stessi”. All’interno della protezione dell’ambiente, Jean-Marie Pelt introduce i concetti di gratuità e di bellezza. Il problema reale è che si continua a parlare di ecologia, sono state adottate importanti misure di protezione, ma continuiamo a non invertire radicalmente la rotta. Nonostante l’ottimismo del filosofo francese Michel Serres, gli alberi dotati della capacità di giudizio non devono nascondere la foresta minacciata. La giurisprudenza americana più recente va nel senso di un rafforzamento dell’appropriazione giuridica dei processi naturali da parte dell’uomo sempre più spinta. A questo si aggiunge che, per abitudine o incoscienza, le istituzioni tendono a incoraggiare ogni forma di inquinamento (pesticidi, concimi chimici) con esenzioni fiscali e continuano a finanziare progetti che distruggono la biosfera dei paesi del Sud con il pretesto della lotta contro la povertà.

Si è addirittura arrivati a pensare che l’unico rimedio alla tragedia della scomparsa di numerosi beni comuni fosse la loro completa eliminazione. Secondo i convinti sostenitori della deregulation, solo l’interesse privato e la rapacità degli individui potrebbero limitare la sua dismisura! Bisognerebbe privatizzare l’acqua e l’aria (ma anche i pesci degli oceani e i batteri delle foreste tropicali) per salvarle dai predatori. » quanto fanno le società transnazionali, con il sostegno degli stati nazionali e delle istituzioni internazionali, contro le quali le popolazioni insorgono in tutto il pianeta. La gestione dei limiti della crescita è diventata una questione intellettuale e politica. La ricerca teorica sulla decrescita si colloca all’interno di un movimento più ampio di riflessione sulla bioeconomia, sul doposviluppo e sull’a-crescita..





Il punto del caos

2 02 2007

di Ervin Laszlo

Urrà Edizioni, febbraio 2007, p. 157

Dice un proverbio cinese: Se non cambiamo direzione, con tutta probabilità arriveremo dove siamo diretti. Applicato all’umanità oggi, l’esito sarebbe disastroso.
Senza cambiamenti di direzione, andiamo verso un mondo dove crescono pressione demografica e povertà, conflitti sociali e politici, guerre, cambiamenti climatici, penuria di alimenti, acqua ed energia; in cui peggiorano inquinamento industriale, urbano, agricolo; accelera la riduzione della biodiversità; l’ossigeno atmosferico diminuisce e lo strato di ozono si distrugge sempre più.

E’ solo un piccolo campionario dei problemi che stiamo ignorando o sottovalutando. Abbiamo ancora una finestra decisionale aperta ma non può durare a lungo. Restano pochi anni, fino al 2012 secondo molti calcoli, per cambiare qualcosa e scongiurare il peggio.





Una Scomoda Verità

29 06 2006

Stati Uniti, 2006 (Paramount Home Entertainment, 2007) 93 min
Regia: Davis Gugghenheim
Principale interprete: Al Gore - www.climatecrisis.net

Descrizione: L’umanità è seduta su una bomba a orologeria. Se la maggioranza degli scienziati del mondo ha ragione, ci rimangono solo 10 anni per allontanare una catastrofe che potrebbe spedire l’intero pianeta verso un collasso di dimensioni epiche che comporterebbe climi estremi, inondazioni, siccità, epidemie e ondate di calore mai provate prima. Al Gore, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2000, illustra i preoccupanti cambiamenti climatici del nostro pianeta e il surriscaldamento globale.

An Inconvenient Truth tratta il problema del riscaldamento globale. Il documentario si basa in larga parte su una presentazione multimediale che Gore crea e sviluppa durante molti anni come una parte della sua campagna di informazione sui cambiamenti climatici. Ha vinto il premio Oscar 2007 come miglior documentario e per la migliore canzone originale.

An Inconvenient Truth passa in rassegna i dati e le previsioni degli scienziati sui cambiamenti climatici, inframezzato da eventi della vita personale di Gore. Attraverso una presentazione diffusa in tutto il mondo, Gore riesamina la posizione degli scienziati, discute le implicazioni politiche ed economiche della catastrofe, e illustra le probabili conseguenze del riscaldamento del pianeta se non si interverrà immediatamente e a livello globale per ridurre le emissioni di gas serra. Il film integra scene in cui vengono confutate le tesi di coloro che sostengono che il riscaldamento globale sia una falsa minaccia. Per esempio, Gore discute dei rischi che comporterebbe lo scioglimento dei ghiacci Antartici e della Groenlandia, come l’innalzamento delle acque oceaniche di circa 6 metri, che costringerebbe oltre 100 milioni di persone ad abbandonare la propria terra. I ghiacci sciolti della Groenlandia, a causa della loro minore salinità, potrebbero interrompere la Corrente del Golfo e scatenare un drammatico calo delle temperature in tutto il nord Europa.

Nell’impegno a spiegare il fenomeno del riscaldamento globale, il film mostra le variazioni di temperatura e dei livelli di CO2 nell’atmosfera negli ultimi 600.000 anni. L’Uragano Katrina viene preso come esempio di ciò a cui stiamo andando incontro se la società continuerà di questo passo.

Gli effetti tragici del riscaldamento globale possano essere scongiurati soltanto attraverso una cooperazione a livello globale, e una serie di comportamenti dei singoli individui, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.





I nuovi limiti dello sviluppo

30 05 2006

La salute del pianeta nel terzo millennio
di Donella e Dennis Meadows, Jorgen Randers

Meadows, I nuovi limiti dello sviluppo - copertina
386 pagine, grafici, dim. 13,5 x 20 cm.
Scienza, Oscar Saggi Mondadori, 2006
dove acquistarlo

Nel 1972 tre giovani scienziati del celebre MIT di Boston pubblicarono un rapporto destinato a fare epoca. Si intitolava I limiti dello sviluppo e nel giro di poco tempo diventò un bestseller assoluto. In quel saggio gli autori, pionieri delle scienze informatiche, gettavano uno sguardo verso il futuro e, grazie a modelli di calcolo computerizzati, riuscivano per la prima volta a mostrare in modo inequivocabile le conseguenze della crescita incontrollata su un pianeta dalla risorse non infinite. Trent’anni dopo, armati di strumenti informatici ben più raffinati e di una mole enorme di dati statistici, questi stessi autori si sono riuniti per lanciare ancora il loro grido d’allarme.
Con uno stile semplice e piano e con rigore scientifico i tre scienziati non possono fare altro che confermare le previsioni di trent’anni fa, e metterci in guardia sui devastanti effetti dell’azione umana sul clima, le qualità delle acque, la biodiversità marina, le foreste e tutte le altre risorse naturali. Prima che sia troppo tardi.





L’ultimo bambino nei boschi

15 03 2006

Come riavvicinare i nostri figli alla natura
di Richard Louv
introduzione di Silvia Vegetti Finzi
libro-louv-bimbo-bosco
274 pagine, dim. 14 x 23 cm.
Rizzoli, marzo 2006 (Last child in the woods, 2005)

“Un libro che coinvolge e appassiona …
La rivoluzione verde di Louv insegna che la natura è ancora una risorsa per tutti e dobbiamo riscoprirla per divenire migliori. Solo così L’ultimo bambino nei boschi sarà il primo di tanti, futuri adulti e bambini che hanno ricongiunto la loro vita con la natura.”
Silvia Vegetti Finzi

“Un forte e autorevole monito a non allevare una nuova generazione di bambini automatizzati.”
The New York Times





La decrescita felice

28 11 2005

di Maurizio Pallante
Pallante-decrescita-felice
134 pagine, Editori Riuniti, 2005

I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l’avvicinarsi dell’esaurimento delle fonti fossili di energia e le guerre per averne il controllo, l’innalzamento della temperatura terrestre, i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai, la crescita dei rifiuti, le devastazioni e l’inquinamento ambientale. Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti conl’ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell’attività produttiva. Basterebbe il buon senso a capire che in un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l’impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Basta pensare a come queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, l’India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione umana.
***
Siete in treno in uno stato di felicità negativa. State imprecando contro la vostra intelligenza negativa per aver bevuto una verità negativa che vi ha fatto fare un affare negativo, quando una persona dalla gioventú negativa vi chiede di posare la sua valigia sul portapacchi perché la sua forza negativa non le consente di farlo. Mentre vi alzate, il treno si ferma in aperta campagna e dall’altoparlante una voce avverte che per un guasto sulla linea state viaggiando a velocità negativa. Vi viene un attacco di serenità negativa come dopo aver letto queste righe e vorreste correre dal libraio per farvi ridare indietro i soldi. Ma siete sul treno e non potete… Rassegnatevi. Finché il treno continua a viaggiare a velocità negativa non avete niente di meglio da fare che leggerlo.
Da qualche anno l’economia italiana viaggia come il vostro treno e ogni tre mesi, quando l’istituto di statistica pubblica i dati sull’andamento del prodotto interno lordo, sui mezzi di comunicazione
di massa gli opinionisti, i politici e i docenti universitari, tutte persone sagge, laureate e ben stipendiate, ci dicono che sta attraversando una fase di crescita negativa, o, quando va un po’ meglio, di crescita pari a zero. Io sono un po’ fumantino e non faccio testo, ma a nessun altro, proprio a nessun altro sembra che lo stiano trattando come una persona dall’intelligenza negativa? Non esistono nel vocabolario italiano le parole decrescita e diminuzione? Non esistono i verbi decrescere e diminuire? Non esiste la parola stabilità? È cosí scandaloso pronunciare la frase: “il prodotto interno lordo è diminuito”, “il prodotto interno lordo è rimasto stabile”?
Il fatto è che la crescita si è incorporata nell’economia, come l’anima nelle nostre povere spoglie mortali e non è piú possibile separarle. Agli studenti di economia insegnano, come riaffiora dai ricordi giovanili di un economista di grandissimo successo, che i conti tornano solo se sono preceduti dal segno piú. E prova a farglielo entrare in testa che la produzione non può crescere all’infinito perché le risorse del pianeta non lo sono e non è infinita la sua capacità di metabolizzare le sostanze di scarto emesse dai processi produttivi, dai prodotti nel corso della loro vita e dai rifiuti in cui prima o poi si trasformano. Sempre piú in fretta se si vuole che la produzione cresca. Un’economia che non cresce è considerata come un pesce che non nuota. Una contraddizione in termini. Un incubo di cui si può parlare solo per perifrasi. Invece, se cresce e quanto piú cresce…
Ma che cos’è questa crescita? È la crescita dei beni e dei servizi di cui gli esseri umani hanno bisogno per vivere sempre meglio? Se vai da qui a là in automobile e non trovi traffico lungo la strada consumi una certa quantità di carburante. Se t’imbottigli in una coda chilometrica, ne consumi di piú. Quindi fai crescere di piú il prodotto interno lordo. Quindi stai meglio. E allora perché t’arrabbi? Pensa che fai star meglio anche me, che nemmeno mi conosci, e gli altri 57 milioni e passa d’italiani. Pensando alla tua generosità mi commuovo mentre soffro come un matto e, lo ammetto con vergogna perché sono proprio un ingrato, sto facendo soffrire anche te che non conosco e gli altri 57 milioni e passa d’italiani, lungo un sentiero di montagna dove non faccio crescere il prodotto interno lordo perché non consumo nulla se non un po’ della suola dei miei scarponcini. Ma li ho comprati 10 anni fa e sono ancora belli. Certo in questi dieci anni hanno fatto dei modelli nuovi, hanno cambiato i colori, hanno spostato gli inserti in finta pelle prima un po’ piú in su, poi un po’ piú in giú, poi un po’ piú di qua, poi li hanno fatti piú stretti, poi piú larghi, ma quest’anno, li ho visti ieri in vetrina, sono di nuovo uguali agli inserti dei miei scarponcini. E li hanno rimessi nello stesso posto. Anche il colore è lo stesso. Sembra che li abbia appena comprati.
Sto per arrivare al colle. Cammino lentamente, con passo regolare. Per non farmi commiserare e per non sentirmi troppo in colpa nei tuoi confronti, non ti dico nulla del paesaggio e dell’aria che respiro. Non costano nulla nemmeno loro e guardando e respirando non consumo niente. Chissà come sarai felice tu che stai consumando benzina, freni, frizione e pneumatici immerso tra le lamiere e i gas di scarico! Quanto mi stai facendo felice! Ti manca solo di accendere una sigaretta e bere una golata di coca cola per raggiungere e farmi raggiungere un livello di felicità ancora maggiore. Invece io sto solo riempiendo la borraccia con l’acqua di una sorgente. Non costa nulla. Poi mangerò i pomodori che ho coltivato nell’orto, non sono costati nulla neanche loro, e qualche fetta di pane che ho fatto in casa con farina di grano coltivato biologicamente. La compro direttamente dal produttore con gli amici del gruppo d’acquisto solidale, saltando tutte le intermediazioni. Comprando la farina lo faccio crescere anch’io il prodotto interno lordo, ma meno che se la comprassi al supermercato, con la sua bella certificazione che la fa costare di piú. E meno ancora che se comprassi il pane. Non riesco a liberarmi da questo egoismo, da questo desiderio d’infelicità che mi si appiccica addosso come l’asfalto infuocato alle suole delle tue scarpe. Le hai appena comprate e dovrai comprarne delle altre. Pensa che fortuna che hai! Le occasioni per fare del bene ti saltano addosso come le zecche.
Ora sei fermo davanti a un cartellone pubblicitario dove campeggia la scritta: Strada dopo strada la tua provincia cresce. Aspetti che la Protezione civile ti porti dell’acqua minerale in bottiglie di plastica. Strada dopo strada la tua provincia cresce. L’amministrazione provinciale di Treviso è orgogliosa di fartelo sapere. Va bene che il verbo crescere racchiude il meglio del meglio possibile, ma cosa vuol dire che una provincia cresce? Diventa piú grande? L’unica cosa che cresce, strada dopo strada, è la quantità di superficie terrestre impermeabilizzata. Cosí quando piove l’acqua non penetra nella terra e non alimenta le falde freatiche. Viene raccolta dai tombini, va nelle fogne, al fiume, al mare. È come se non fosse piovuto.
I pozzi si asciugano. Le sorgenti non buttano piú. L’acqua bisogna andare a prenderla in montagna e metterla nelle bottiglie di plastica che stanno per portarti. Ci vogliono camion per portare il petrolio all’industria petrolchimica che ne farà plastica, camion per portare la plastica alla fabbrica che ne farà bottiglie, camion per portare le bottiglie vuote alla sorgente, camion per portare le bottiglie piene ai supermercati, camion per portare le bottiglie svuotate in discarica o all’incenerimento. Per far viaggiare tutti questi camion bisogna fare strade e autostrade. Sbriciolare le montagne, trasportare le pietre, stendere l’asfalto, impermeabilizzare altro suolo, far viaggiare altri camion. La stessa acqua che sto bevendo io alla sorgente e non costa nulla e non fa crescere il prodotto interno lordo, quando la bevi tu costa e lo fa crescere molto. Tutto benessere in piú. E fa crescere la tua provincia, strada dopo strada, camion dopo camion, litri di gasolio su litri di gasolio, CO2 su CO2, polveri sottili su polveri sottili, discarica dopo discarica. Ah, le discariche non le vuoi e gli inceneritori nemmeno? Ma la crescita sí, quella ti piace, purché tutto quello che butti via lo portino in un’altra provincia.
La parola magica della crescita è un soffio, un semplice soffio che schiude appena le labbra: piú. Basta pronunciarla davanti a un’altra parola e si schiudono i battenti del meglio. Non lo dico con ironia. Ripeto soltanto le frasi che mi hanno costretto a sentire e a vedere stampate sui muri. Le Olimpiadi lasciano un buon segno. Piú infrastrutture. Piú turismo. Piú ambiente. Piú cultura. Piú occupazione. Piú sviluppo. Il bello che resta in provincia di Torino. Un fuoco d’artificio di piú. Tanti piú tutti insieme non ne avevo mai visti. Inevitabile che lascino un buon segno. Per forza resterà il bello in provincia di Torino. Dove c’erano degli inutili boschi e dei prati banali che non rendono niente, un po’ di fieno, qualche mucca, dei formaggi, frutta e verdura, funghi e legname, ci saranno strade asfaltate, automobili e camion per fare arrivare i turisti e rifornire di merci i negozi dove andranno a comprare di tutto, case e palazzi per farli dormire, ristoranti e caffè per farli mangiare, discoteche per farli divertire, lo stadio del curling per farli tifare (il curling!), impianti di risalita per farli andare su e giú come criceti, e condotte dell’acqua, della luce, del gas, delle fogne. Dove c’era aria pulita, quanto fa guadagnare l’aria pulita?, ci saranno emissioni inquinanti e polveri fini; dove c’era silenzio, quanto fa crescere l’economia il silenzio?, ci saranno amplificatori e motori; dove c’erano orti e malghe e frutteti, quanto fanno crescere il prodotto interno lordo questi patetici residui d’un mondo arcaico?, ci saranno centri commerciali con cataste di pere che vengono dall’Argentina; dove il fiume scorreva nel letto che si era scavato tra i prati e le rocce senza aver dato lavoro a nessuno, ruspe e betoniere costruiranno un alveo in cemento, operai avranno una paga, impresari un profitto, cementifici un guadagno da cui altri operai ricaveranno una paga e altri impresari un profitto. Piú infrastrutture. Piú turismo. Piú occupazione. Piú sviluppo. Al posto d’inutili boschi, di prati banali, di malghe e frutteti. Il bello che resta in provincia di Torino. Se piace… Ma cosa vuol dire piú ambiente? Vuol dire che cresce? Che diventa migliore? E perché piú cultura? Potenza del semplice soffio che schiude appena le labbra: piú.
L’altro giorno mio figlio è tornato a casa da scuola dicendo che aveva tre debiti. “Figliolo, ho balbettato, e adesso come facciamo a pagarli? Lo sai che siamo poveri relativi”. “Cosa significa?”, mi ha risposto. “Non ci manca nulla. Abbiamo una casa, da vestirci e sin troppo da mangiare. Ti sei mai guardato la pancia?”. Ho fatto finta di non sentire l’ultima frase e gli ho spiegato che essere poveri relativi significa avere un reddito inferiore alla metà del reddito medio. Per essere poveri non è necessario esserlo. Basta crederlo. E per crederlo basta fare un confronto con le persone che conosci. Se puoi comprare molto meno di loro, ti senti povero. “Ah”, ha bofonchiato con l’aria di chi non aveva capito granché. “Pensavo che fosse povero chi non ha una casa o non riesce a riscaldarla d’inverno, chi non ha abbastanza soldi per comprare da mangiare e da vestirsi”. “Le persone che non hanno abbastanza soldi per comprare il necessario a vivere sono i poveri assoluti”, gli ho detto. “Ma noi non compriamo mica tante cose da mangiare”, ha obbiettato. “Le coltiviamo nell’orto e nel frutteto, le mettiamo nei barattoli per l’inverno.
Per scaldarci non compriamo il gasolio, ma tu tagli gli alberi piú vecchi del bosco, cosí quelli giovani crescono piú in fretta e la nostra provvista si rinnova in continuazione. Ci facciamo tante cose da soli. Costano di meno e sono piú buone di quelle che si comprano. Anche senza tanti soldi si può non essere poveri. Chi ha piú soldi di noi è piú ricco, ma se deve comprare tutto è piú povero”. “Giusto, ho replicato. Solo quando uno non può né prodursi, né comprare ciò di cui ha bisogno, è veramente povero”. È rimasto un po’ in silenzio, poi mi ha detto di non preoccuparmi per quella storia dei debiti a scuola, perché sua sorella aveva dei crediti che pareggiavano il conto della famiglia. “Ma la mattina andate a scuola o in banca?”, gli ho chiesto.
Debiti e crediti scolastici. Dopo aver colonizzato tutto il territorio dei beni materiali e gran parte del territorio dei servizi, la mercificazione ha inviato le sue avanguardie nel territorio del pensiero. Non penserai piú se non in termini quantitativi e con parametri monetari. Se sai, hai un titolo in piú nel tuo portafogli, che potrai spendere al momento opportuno. Hai fatto un investimento fruttifero nella borsa del sapere. Ma, attenzione, non tutti i titoli hanno lo stesso valore. Alcuni sono piú quotati e danno piú crediti, altri sono meno quotati e danno meno crediti. Prima d’investire chiedi il prospetto informativo. Se non sai, hai uno o piú debiti da recuperare, che nessuno però verrà mai ad esigere. È come con le tasse: vige il condono.
Tanto, meno sai e meno pensi, meno pensi e piú sei plasmabile sulle esigenze della crescita: produrrai sempre piú merci per poterne consumare sempre di piú e consumerai sempre piú merci per poterne produrre sempre di piú, senz’altro orizzonte davanti a te. Misurare il sapere in debiti e crediti ti farà capire da subito, che nella vita il denaro è la misura di tutto. Che tutto quello che conta si compra e si vende. Mi faccia un’offerta. Offerta speciale. Gentile famiglia, la nostra primaria scuola ha il piacere e l’orgoglio di presentare alla sua attenzione un pof irripetibile. Cosa??? Un pof innovativo e moderno, che anticipa le tendenze dell’evoluzione tecnologica in corso. Ma io vorrei che mio figlio imparasse a fare il geometra… Nel nostro pof le sue esigenze troveranno piena soddisfazione e anche qualcosa in piú. La invitiamo a leggere con attenzione il prospetto allegato. Sí, sí, lo farò, ma mi scusi, da quando mi sono diplomato, tanti anni fa, non ho piú avuto tempo di leggere un libro, sa com’è sono costretto a lavorare tutto il giorno per portare a casa uno stipendio e comprare tutto ciò che serve alla mia famiglia, ma ai miei tempi questo pof a scuola non c’era… Caro cliente, il pof, è il piano dell’offerta formativa che la nostra primaria scuola presenta alla domanda sul mercato dell’istruzione. È un elemento centrale della riforma che le piú moderne scuole pedagogiche, di destra e di sinistra, hanno realizzato per svecchiare la scuola, per modernizzarla e metterla al passo coi tempi.
Svecchiare. Modernizzare. Innovare. Cambiare. Bisogna stare al passo coi tempi. Indietro non si torna. Non si ferma il progresso. Quando eravamo povera gente. Il boom economico. La durata della vita è aumentata. Non c’è mai stato tanto benessere. La crescita dell’occupazione. Pensare che solo dieci anni fa i telefonini non c’erano. Vuoi mettere che comodità. Io non potrei piú farne a meno. Ma come si faceva a vivere senza? Il tuo non fa le foto? È ora che lo butti via e ne compri uno nuovo. Ma se l’ho comprato solo sei mesi fa. Eh, ma la tecnologia avanza a passi da gigante. Quello che ieri era nuovo oggi è già vecchio. Quello che oggi è nuovo, sarà vecchio domani. I progressi scientifici e tecnologici ci proiettano verso il futuro. Pensa che quando sono sceso qualche anno fa alla stazione di Prato i muri e le fiancate degli autobus erano tappezzati di manifesti con la scritta: Prato: la città che sarà. Oddio!, m’è scappato di pensare, sono arrivato troppo presto. Sono risalito sul primo treno e me ne sono andato.
Indice:
Introduzione
1. Manifesto del Movimento per la decrescita felice
2. Sobrietà e autoproduzione
3. Povertà e ricchezza
4. Decrescita, lavoro e occupazione
5. Decrescita e paesi poveri
6. Decrescita e autoproduzione energetica
7. Crescita, innovazione e progresso
8. Consumatori o niente?
9. Lo Stato sociale (del benessere…)
10. Care losche e tristi acque in bottiglie di plastica
11. La crescita dei rifiuti
12. Praticare la decrescita nella propria vita