Memoria, paesaggio e identità

di Cristiania Panseri Marini (presidente del La Sentinella della Maremma)

Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi e fedeli nitriti, tra i santi belati, che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi.” Pier Paolo Pasolini
C’è quel famoso detto di Marx: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo». Ma questo non basta più, oggi non basta cambiare il modo, oggi bisogna conservarlo. Günther  Anders.

Parlare di paesaggio, di questi tempi, rischia di passare per un puro esercizio di estetica, una cosa da intellettuali e come tale poco utile. Questo fraintendimento deriva forse dall’opinione comune che identifica il paesaggio con un generico “pittoresco”, senza coglierne l’inscindibile legame con la realtà culturale e con le modalità dell’abitare che si realizzano in quel luogo.
Se quardiamo al nostro territorio costruito durante i secoli ci appare come un’opera d’arte,  un paesaggio antico fatto di armonia di materiali e di belle proporzioni che si intonava felicemente con l’intorno. Qual è dunque il motivo della devastazione cui assistiamo da cinquant’anni a questa parte? La causa di tale involuzione estetica e funzionale va ricercata – come afferma il nostro amico Luca Mercalli –  nell’eccesso di energia fossile e a basso prezzo che ha reso facili, banalizzandoli, processi come il distruggere e il costruire, che una volta richiedevano  fatica, sapienza e saggia ottimizzazione dei gesti.
L’estensione del concetto di paesaggio all’insieme territoriale, come luogo ed espressione insopprimibile di identità culturale, si trova sancita da ormai dieci anni nella Convenzione sul Paesaggio del Consiglio d’Europa, che si impegna a riconoscere giuridicamente il paesaggio “come componente essenziale del quadro di vita delle popolazioni interessate, come   espressione della diversità delle popolazioni, del loro patrimonio culturale e naturale e come fondamento della loro identità” e pone in evidenza che “i paesaggi rurali rivestono un ruolo importante nella sensibilità europea”.
Il significato concreto di questa affermazione, che riecheggia quella contenuta nell’art. 5 della Costituzione Italiana, è che il paesaggio è un diritto inalienabile della persona, e come tale va tutelato e gestito in modo rispettoso sia nelle sue manifestazioni  “eccezionali” che in quelle quotidiane. Ciò implica che il paesaggio debba essere integrato “nelle politiche di pianificazione territoriale e urbanistica  e nella politica culturale, ambientale, agricola, sociale ed economica, così come in altre politiche dagli effetti diretti o indiretti sullo stesso”.
E’ evidente dunque come lo scempio paesaggistico e la dissipazione del patrimonio archeologico, storico e architettonico non siano una deprecabile svista causata dalla priorità di questioni superiori ed inevitabili (l’economia, il mercato, la modernizzazione), ma discendano necessariamente dal modello culturale della modernizzazione e dall’indiscriminata apertura a modelli globalizzanti, che in momenti di crisi economica “sistemica” come quello che stiamo vivendo, è doveroso ripensare dalle fondamenta.
La scoperta dell’area archeologica di S. Martino del Plano è quindi un’occasione importante e irrinunciabile per riappropriarci della nostra storia, della nostra cultura, di una  memoria che ci deve guidare nella cura di un territorio che rischia altrimenti di sparire sotto una devastante colata di cemento.
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Vedi articolo di Edo Galli: “Cava di Pieve un ri-utilizzo rurale post-bonifica

Vedi testo di Mario Cygielman: “San Martino, Braccagni (GR)

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