Strategies for a sustainable planet

9 06 2008

100° anniversario nascita Aurelio Peccei e 40° aniversario Club di Roma
16-17 Giugno 2008 - Auditorium di ROMA, Sala Petrassi

La popolazione umana ha ormai sorpassato i 6.6 miliardi. All’inizio del 1900 eravamo 1.6 miliardi ed abbiamo concluso il secolo scorso con oltre 6 miliardi. Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che raggiungeremo entro il 2050, 9.1 miliardi. Il numero di persone sul pianeta che sta raggiungendo livelli di consumo di risorse e di produzione di rifiuti simili a quelli avuti sinora nei paesi industrializzati è cresciuto notevolmente, sorpassando, in pochi decenni, il miliardo. Globalmente vi sono oltre 2 miliardi di persone che presentano livelli di utilizzo di energia e di risorse con stili di vita consumistici. I sistemi naturali presentano evidenti segnali di profonda sofferenza di questo impatto e l’impronta ecologica dell’umanità sta ogni anno sorpassando la biocapacità produttiva della natura. La nostra specie ha fisicamente trasformato gli ecosistemi delle terre emerse per l’80% della loro superficie. L’impatto umano sui mari e gli oceani del pianeta è ritenuto molto alto per oltre il 40% degli stessi. Abbiamo modificato i grandi cicli biogeochimici, come quello del carbonio, con gravi ripercussioni sull’intero sistema climatico e quello dell’azoto. Stiamo distruggendo la ricchezza della vita sulla Terra, la biodiversità, a livelli mai raggiunti nella nostra storia tanto da far ritenere agli scienziati che siamo protagonisti di una vera e propria estinzione di massa. Il prodotto globale lordo di tutte le nazioni della Terra, cioè il totale aggregato di tutti i beni finiti e di tutti i prodotti a livello mondiale, ha sorpassato i 70.000 miliardi di dollari nel 2007, quando era di 18.600 miliardi nel 1970.
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Se il petrolio va a picco

8 06 2008


Una crisi peggiore del ‘29. Secondo Alberto di Fazioil sistema attuale, in tutte le sue forme, non solo non può essere riformato, ma crollerà - e lo sta già facendo - con un tonfo che però temo si porti via molti di noi esseri umani… e questo a prescindere dalle “idee” che ognuno di noi possa avere. Questa è una conclusione rigorosamente scientifica, tratta dall’analisi dei dati, dei trend e dei processi in atto da ormai più di un secolo, e ampiamente prevista non da “pericolosi rivoluzionari” o “attivisti ecologisti”, ma dal fior fiore dell’intelligentia scientifica dell’MIT – 45 anni fa con Jay Forrester e il General Dynamics Group e 38 anni fa con la task force incaricata dal Club of Rome; e poi ripetuto nel 1992 e nel 2002 con calcoli e modelli aggiornati, oltre che con il confronto con i dati dei 20 e poi 30 anni di dati che precedentemente erano previsioni!

di Francesco Piccione - fonte: Il Manifesto, 25/5/2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ‘70, così come la Libia; l’Iran nel ‘74. Gran Bretagna e Novegia tra il ‘99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose
che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ‘70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un’equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E’ una curva che cresce sempre di più, come quella dell’interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l’intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del ‘29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel ‘29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l’«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po’ più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel ‘98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel ‘72, nel ‘92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l’80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c’è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.





Austerità

7 06 2008

dai discorsi di Enrico Berlinguer al Teatro Eliseo di Roma (1977) e al Teatro Lirico di Milano (1979)

L’austerità, leva per trasformare l’Italia ed instaurare una cooperazione col Terzo mondo
L’austerità come leva di sviluppo

(…) Una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’Occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’Occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di Instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere - dobbiamo ammettere, anzi - che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese. (…)
L’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell’Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono: innanzi tutto, il moto e l’avanzata dei popoli e paesi del Terzo mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d’inferiorità, cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l’acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l’Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibilità economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticinque anni.
Da tempo noi comunisti cerchiamo di richiamare l’importanza e di far prendere coscienza di questi dati oggettivi della situazione del mondo e dell’Italia. Tuttavia, ancora oggi molti non si sono resi conto che adesso l’Italia si trova oramai - ma io credo, prima o poi, anche altri paesi economicamente più forti del nostro si troveranno - davanti a un dilemma drammatico: o ci si lascia vivere portati dal corso delle cose così come stanno andando, ma in tal modo si scenderà di gradino in gradino la scala della decadenza, dell’imbarbarimento della vita e quindi anche, prima o poi, di una involuzione politica reazionaria; oppure si guarda in faccia la realtà (e la si guarda a tempo) per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, in un ‘iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà, che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell’uomo sulla storia e sulla natura.
Ecco perché diciamo che l’austerità è, si, una necessità, ma può essere anche un’occasione per rinnovare, per trasformare l’Italia: un’occasione, certo, come ha detto qui un compagno operaio, tutta da conquistare, ma quindi da non lasciarci sfuggire.
L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (…)
La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. “Lor signori”, come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l’assurdo perché in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari.





FAI: segnala ciò che rovina i luoghi che più ami

5 06 2008


4° censimento nazionale FAI
Segnala ciò che rovina i luoghi che più ami:

Scheletri di cemento
Brutture
Selve di cartelli nei centri storici
Manifesti che deturpano il paesaggio
Piazzette trasformate in parcheggi
Sporcizia
Costruzioni abusive
Graffiti
Ecomostri

…. c’è solo l’imbarazzo della scelta





Marc Augé: Con le due ruote riscopriamo gli altri

2 06 2008

Il decalogo della “Nowtopia” (AK Press) di Chris Carlsson, attivista sovversivo di S.Francisco, critical-masser dalla prima ora, osservatore e narratore delle ribellioni metropolitane di tutto il mondo.

1.Riappropriarsi del tempo
2.Riscoprire il valore dell’essenziale
3.Riattivare l’uso dei cinque sensi
4.Percepire il proprio corpo ed il rapporto con l’esterno
5.Andare in bicicletta
6.Trovare nuove forme per l’espressione di sé
7.Impiegare le proprie capacità fuori dal mercato del lavoro
8.Coltivare il proprio orto
9.Unirsi con gli altri in progetti pratici
10.Prendersi cura di sé e delle persone

di Giampiero Martinotti - fonte: La Repubblica 1/6/2008

Marc Augé, lei ha appena pubblicato un “elogio della bicicletta” che sarà tradotto da Bollati Boringhieri, e sostiene che «il ciclismo è un umanismo». Cosa vuol dire?
«è una formula che ho scelto con una punta di ironia, pensando a Sartre («l’ esistenzialismo è un umanismo»). Volevo dire soprattutto che la pratica della bici favorisce i contatti, la riscoperta dell’ altro e obbliga a far attenzione al tempo e allo spazio. Quando ci si sposta in bicicletta si è più attenti agli altri, si sviluppano relazioni umane più dirette in un’ epoca in cui la tecnologia e le abitudini le rendono più astratte».

Alcuni teorici americani parlano di “critical mass”, di un uso sovversivo della bicicletta: cosa ne pensa?
«Se ci fosse un uso generalizzato della bicicletta, non come una semplice distrazione ma come un mezzo di trasporto, le conseguenze potrebbero essere colossali, dal punto di vista economico e dal punto di vista delle relazioni sociali. Oggi i punti di equilibrio di una grande città sono fuori dal centro, diventato una zona di passaggio. La trasformazione dello spazio ci obbliga a trasporti rapidi. Praticare la bici vorrebbe dire ricentrare l’attività umana. Sarebbe rivoluzionario, a patto che non si limiti ai giovani. Ma per essere esteso a tutti ci vuole una vera rivoluzione urbana».

In questa passione per la bicicletta non c’ è anche una buona dose di nostalgia, l’ eterna attrazione per il mondo di ieri, in cui tutto andava più lentamente?
«In parte soltanto. Ai tempi di “Ladri di biciclette”, nel dopoguerra, la bici era prima di tutto uno strumento di lavoro: non si può rimpiangere questa epoca. è vero però che nelle nostre rappresentazioni ecologiche di oggi c’ è l’ immagine un po’ idealizzata di un passato meno rapido, in cui si consumava meno energia. Attraverso questa nostalgia, tuttavia, vengono posti interrogativi che non rientrano solo nel campo della nostalgia».





Manuale di sopravvivenza alla fine del petrolio

30 05 2008

Initially it will be denied. There will be much lying and obfuscation. Then prices will rise and demand will fall. The rich will outbid the poor for available supplies. The system will initially appear to rebalance. The dash for gas will become more frenzied. People will realize nuclear power stations take up to ten years to build. People will also realize wind, waves, solar and other renewables are all pretty marginal and take a lot of energy to construct. There will be a dash for more fuel-efficient vehicles and equipment. The poor will not be able to afford the investment or the fuel. Exploration and exploitation of oil and gas will become completely frenzied. More and more countries will decide to reserve oil and later gas supplies for their own people. Air quality will be ignored as coal production and consumption expand once more. Once the decline really gets under way, liquids production will fall relentlessly by five percent per year. Energy prices will rise remorselessly. Inflation will become endemic. Resource conflicts will break out. (Colin Campbell, Marzo 2002)

di Albert K. Bates: uno dei co-fondatori dell’Ecovillage Network of the Americas e del Global Ecovillage Network. Come avvocato ha discusso casi legati all’ambiente e i suoi libri hanno anticipato i pericoli più grandi che oggi il mondo si trova ad affrontare. E’ direttore del Global Village Institute for Appropriate Technology dal 1984 e dell’Ecovillage Training Center della comunità The Farm nel Tennessee, dal 1994, dove vive tutt’oggi.

216 pagine, Editrice Aam Terra Nuova, 2008

Le multinazionali vogliono farci credere che il petrolio è una risorsa infinita …

Tangenziali, viali, e autostrade intorno alle grandi città sono perennemente congestionati, e se domandassimo ai guidatori perché sono lì, risponderebbero stupiti che stanno andando al lavoro. Per guadagnarsi da vivere. Senza sapere esattamente quanto del loro stipendio se ne va in benzina, gasolio, assicurazione, revisione e manutenzione dell’auto in cui se ne stanno bloccati.
Ebbene, secondo alcuni studi pare che siano ben cinque mensilità ad andare in fumo. Secondo l’Istat, studio pubblicato nel marzo scorso, i pendolari in Italia passano un mese e mezzo l’anno in auto. Per non parlare degli studi legati alle emissioni di anidride carbonica con conseguente innalzamento della temperatura di oltre quattro gradi entro la fine sel secolo.
Nella prefazione, Maurizio Pallante scrive: «La fine del petrolio non tarderà. Sarà preceduta da un costante aumento dei prezzi e da un aggravamento costante dei cambiamenti climatici». Non possiamo più far finta che la crescita produttiva possa proseguire all’infinito con la progressiva estensione del modello di vita occidentale ai paesi in via di sviluppo.
Dobbiamo disintossicarci dal petrolio: meno carne (per un chilo ci vogliono sedici litri di benzina), cibi freschi coltivati in casa, e altri accorgimenti …
Siamo drogati di petrolio: sappiamo che è dannoso ma continuiamo ad usarne sempre di più. Quando il petrolio incomincerà ad essere inaccessibile, gli effetti psicologici saranno devastanti: stress, panico, comportamento caotico della massa, paura, negazione. Ma ci sono alcuni modi per arginare questo evento: prepararsi. Sarà meno doloroso cambiare abitudini:

Economia basata sullo scambio equo di valore per valore. Il sistema di scambio locale creato da Michael Linton nel 1983 in America ha già contaminato Australia, Nuova Zelanda, Germania, Inghilterra.

Coltivarsi il cibo che mangiamo (agricoltura urbana) Funziona non solo al Cairo o a Dar es Salaam, in Russia o in Cina, ma anche in California, Canada, Danimarca, Inghilterra e Germania. Nelle città russe, quando l’economia è cambiata improvvisamente, la gente ha avviato cooperative agricole nei condomini, coltivando gli attici con terriccio. Bates spiega come fare il terriccio e persino come costruire piccole serre fatte con le balle di paglia. E, naturalmente, come conservare il cibo in modo naturale.

L’emergenza acqua. Il problema principale è la privatizzazione, che ha aggiunto sprechi a sprechi e lievitato i costi mentre la rete idrica è ancora un colabrodo. Complicato ma non impossibile procurarsi fonti d’acqua alternativa: Bates spiega come fare, in caso d emergenza, a disinfettare l’acqua di stagni e laghi, a raccogliere l’acqua piovana in bidoni e cisterne.

Gestione dei rifiuti.

Risparmio energetico: per evitare black out come quelli di cui continuano a soffrire canadesi e americani, dovremo affidarci all’energia solare ed eolica ma altri consigli: ad esempio, per il risparmio energetico è meglio la stufa a kerosene e a legna rispetto al caminetto. E per scaldare l’acqua lo scaldabagno solare. www.thegreatchange.com





Un’analisi sull’impianto fotovoltaico “Cicalino 1″ di Sticciano

25 05 2008

Nell’accurata analisi Sull’impianto fotovoltaico “Cicalino 1″ del 19/5/2008, Domenico Coiante (Fisico, ex ricercatore e dirigente per 35 anni presso l’ENEA, ove ha diretto il settore Fonti Rinnovabili, contribuendo in particolare ai programmi di ricerca sulle tecnologie Fotovoltaiche. Da diversi anni collabora con gli Amici della Terra sui temi dell’uso razionale dell’energia) conclude con le seguenti domande:

I 5 ettari di campo agricolo in fase di trasformazione visti da Roccastrada

Tutto ciò considerato, sorgono spontanee alcune domande:
• “Perché si è realizzato l’impianto Cicalino 1 di Sticciano con la tecnica dell’inseguimento?” Ovvero: “Quale argomento decisivo di vantaggio ha determinato la scelta di questa tecnica da parte del decisore pubblico?”
• “In relazione alla questione strategica della salvaguardia del suolo agricolo pregiato, è corretta la promozione delle centrali solari collocate su tali terreni mediante l’erogazione di fondi pubblici in aggiunta alla concessione delle incentivazioni del Conto Energia?”
• “Così facendo non si crea una distorsione del mercato dei siti per gli impianti analogo a ciò che è accaduto per l’eolico?”


Tabella tratta dall’analisi dell’Ing. Coiante.

Scarica l’analisi di D. Coiante: Sull’impianto fotovoltaico “Cicalino 1″ - 19/5/2008

Link alla sezione “Casi Aperti” Sticciano, Roccastrada: 5 ettari agricoli “classe 1″ degli Usi Civici cementificati dall’impianto Fotovoltaico “Cicalino 1″