San Martino, Braccagni (GR)

di Mario Cygielman – fonte: “Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, Scavi e ricerche sul territorio, 4/2008)

In un’area ai piedi di Montepescali, nel pianoro adiacente la borgata di Braccagni che costeggia la moderna via Aurelia che da Grosseto conduce verso Follonica e dove indizi toponomastici lasciavano intuire un’antica frequentazione, lavori agricoli avevano messo in luce una fitta presenza non solo di ossa umane sparse nel terreno lavorato, ma anche materiale ceramico che consigliava un intervento di scavo, d’urgenza per tutelare la zona da ulteriori manomissioni.
L’area, il cui toponimo S. Martino è noto già da una Tavola delle Possessioni di Montepescali risalente al 1320 (vedi infra), grazie ai saggi che si sono potuti effettuare ha restituito in una superficie di oltre 14.000 m2 una ricca frequentazione che ad ora possiamo racchiudere tra la fine del VI sec. a.C. fino all’XI secolo della nostra era.
I dati comunque, vista l’ampiezza dell’area e l’esiguità dei saggi stratigrafici eseguiti, debbono essere considerati parziali e suscettibili di modifiche.
Se sarà possibile continuare nelle indagini ora interrotte, potremo colmare le nostre conoscenze sulla frequentazione antica di quest’area.
I dati fin qui raccolti sembrano comunque di grande interesse, facendo luce in una zona periferica al margine nord del lago Prile, la cui dislocazione sembra costituire una sorta di ponte tra le aree prossime a Vetulonia e alla costa e la strada che da Roccastrada doveva scendere verso l’Ombrone ed il Farma e proseguire verso la Val di Chiana e il Senese, attraverso un itinerario già noto fin da età arcaica (VI sec. a.C.) che costeggiava la necropoli posta presso la villa Tolomei.
Non a caso la presenza di ceramica arcaica rinvenuta nell’Area 2000, residuale e in strato, sembra confermare la frequentazione di quest’area in epoca tanto antica, a cui non è mancata una continuazione in età medio e tardo-ellenistica forse con le trasformazioni del territorio legate all’occupazione romana, con il fiorire, così come in tutto il territorio circostante, di ville rustiche secondo un preciso programma di presa e controllo del territorio voluto dai Romani.
Ne è testimonianza nel nostro caso la presenza, per ora isolata, di una vasca, legata, secondo gli esempi noti in altri contesti coevi, a realtà produttive rurali connesse alla produzione di olio o vino all’interno di ville rustiche.
Successivamente questa realtà produttiva per ora solo parzialmente scavata, la cui cronologia sembra racchiudersi tra la prima età imperiale ed il II sec. d.C., la zona sembra essere interessata da una necropoli con giaciture in fossa terragna, ascrivibili dai ricchi ornamenti che decoravano una defunta tra il IV ed il VI sec. d.C. Ma la trasformazione più significativa sembra realizzarsi tra IX e XI secolo con la costruzione di una grande area aperta, un sepolcreto e forse una via glareata, una sorta di tracciato trasversale alle grandi direttrici Aurelia e Aemilia Scauri, ormai in forte abbandono, che doveva collegare questo centro, forse un’area a vocazione commerciale e punto di raccordo degli scambi degli insediamenti vicini.
Solo il prosieguo delle indagini potrà chiarire questa serie di indizi e restituire all’area in maniera compiuta il suo ruolo all’interno di questo territorio.

Vedi articolo di Edo Galli: “Cava di Pieve un ri-utilizzo rurale post-bonifica

Vedi articolo di Cristiania Panseri: “Memoria, paesaggio e identità

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